DIARIO ARGENTINA/ Il giorno dell’oblio vissuto dal Paese

- Arturo Illia

L’Argentina avrebbe dovuto commemorare il triste inizio della dittatura militare. Invece si è finiti per condannare chi vuole una ripartenza della democrazia, spiega ARTURO ILLIA

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Mauricio Macri (Lapresse)

Che l’Argentina sia un Paese nel quale è impossibile annoiarsi ormai lo sanno in molti: vivendoci ci si rende conto che non è un caso se Borges è nato qui. Perché la metafisica diventa realtà, anche nei suoi aspetti più sinistri. Venerdì scorso, con una grande manifestazione nella storica plaza De Mayo, si è commemorato l’anniversario dell’inizio della tragica dittatura militare. Data che il Presidente Macri voleva abolire per sostituirla con quella del 9 dicembre, inizio della democrazia, visto che l’Argentina costituisce l’unica nazione nella quale una giornata così triste nei suoi significati si trasforma in un festivo, anche se intitolato “Giornata della commemorazione”. 

Quello che fino a ieri non si sapeva, perché tutti hanno sempre pensato alla tragedia dei desaparecidos come un insegnamento al rifiuto della violenza, è che la data potesse trasformarsi invece nell’elogio alla dittatura e alla violenza estrema perpetrata da movimenti terroristici (Erp e Montoneros), con un atto francamente delirante condito da bugie storiche che hanno rilanciato la favola sui “meravigliosi anni ’70” ideata dal kirchnerismo negli anni del suo potere. Che oltre ad aver portato il Paese sull’orlo del tracollo ha cooptato parte delle organizzazioni per i diritti umani (Madri di plaza De Mayo linea Bonafini e Nonne omonime), trascinandole addirittura in scandali che hanno per sempre macchiato la loro nobile bandiera.

Tornando ai fatti di questi giorni, si è assistito a una manifestazione nella quale il nemico numero uno è stato il “dittatore Macri” (eletto però democraticamente e che ancora gode dell’appoggio di una maggioranza della popolazione). Il leitmotiv di questa ragione che nulla ha a che vedere con la giornata è stato nei toni usati per illustrarlo: al rifiuto di Hebe De Bonafini della democrazia sono seguite una delirante esposizione dell’attuale momento politico fatta da un’esponente delle Madri (linea Fundadora però) e una ancora più delirante intervento di Estela De Carlotto, leader delle Nonne, che, come in altri discorsi sui Montoneros, ha elogiato la lotta armata dell’Erp. Vale a dire i soggetti che con la loro violenta azione (4.000 bombe e 22.000 attentati dal 1969 al 1975, che hanno provocato 1.800 morti e 17.000 feriti) misero il Paese sull’orlo della guerra civile e provocarono l’intervento della genocida dittatura militare.

Se poi mettiamo nel conto la falsa cifra di 30.000 desaparecidos (furono 8.700, ma il numero non conta, conta l’azione genocida), ecco che si può chiudere il quadro su quella che potrebbe essere definita come “La giornata dell’arteriosclerosi” per la mancanza dell’elemento che più doveva contraddistinguerla: la memoria. Non un solo accenno a Raul Alfonsin, il primo Presidente della rinata democrazia, che ebbe il merito di giudicare i responsabili del genocidio e dei collaboratori dello storico processo passato alla storia come il “Nunca Mas”, in un’epoca nella quale il potere militare era ancora forte. 

Nulla di tutto ciò, solo una protesta di esponenti ancora orfani del vecchio governo, quello che con le sue falsità e la sua corruzione ha portato l’Argentina all’attuale situazione difficile, alla quale un governo legittimo tenta di trovare una soluzione. Un cammino lardellato di errori e di paura di vivere una Repubblica come stato di diritto, ma che inizia a dare risultati positivi, anche se lentamente. 24 Marzo, una giornata nefasta… in tutti i sensi. Quella di un Paese che si burla, mentendo, dei fantasmi del suo passato, per non lasciar vivere in pace il presente e impedirsi un futuro.

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