BOMBA A SAN PIETROBURGO/ Al Qaeda o Isis, stavolta i jiadisti hanno sbagliato i conti

- int. Pietro Batacchi

Chi c’è dietro la bomba che ha fatto strage nel metrò di San Pietroburgo? Secondo PIETRO BATACCHI, direttore di Rivista Italiana Difesa, gli attentatori hanno commesso un grave errore 

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Bomba nella metro a San Pietroburgo, Foto LaPresse

“Se le indagini porteranno alla pista jihadista siriana” spiega a ilsussidiario.net Pietro Batacchi direttore di Rivista Italiana Difesa ed esperto di strategie militari e geopolitica, “gli autori hanno fatto un errore madornale se pensavano di spaventare Putin. La Russia in tal caso raddoppierebbe il suo intervento militare incattivendosi ancora di più”. L’attentato nella metropolitana di San Pietroburgo è solo l’ultimo di una lunga scia che ha provocato morte e terrore, ma la Russia non ha mai ceduto di un millimetro davanti al terrorismo. Al momento le ipotesi su chi siano gli attentatori sono molteplici, con Batacchi abbiamo cercato di vedere quali possono essere le più credibili. Nella serata di ieri l’attenzione degli inquirenti si è concentrata sulla matrice islamista.

Direttore, che idea si è fatto di quanto accaduto a San Pietroburgo? Sappiamo che l’ordigno era di fabbricazione casalinga, il che escluderebbe i professionisti del terrore.

Quello che è certo è che si cercava l’amplificazione mediatica, perché l’attentato avviene in un momento particolare per la Russia con proteste di piazza senza precedenti contro Putin e in un momento non particolarmente felice per l’economia e la vita interna del Paese.

Vuol dire che ci sono troppe coincidenze per pensare a un gesto isolato, magari un esaltato con problemi mentali?

Diciamo che il timing per una azione del genere era perfetto, considerando che si è svolta nella città in cui proprio in quelle ore si trovava Putin. L’amplificazione mediatica è stata massima e questo era l’obbiettivo dei terroristi o presunti tali. 

La pista jihadista è attendibile?

La Russia è un paese da sempre nel mirino di varie sigle del terrorismo dato il suo impegno sul piano internazionale e interno. Per cui non sarebbe sorprendente se dietro questi attacchi ci fosse l’Isis piuttosto che al Qaeda. La Russia combatte entrambi, ed è già stata vittima di entrambi i gruppi. 

Altre piste, come quella cecena?

Un altro elemento importante è che l’attentato all’aeroporto di Istanbul è stato partorito nell’ambito della filiera caucasica e centro asiatica, che è sempre molto florida dal punto di vista della violenza jihadista. Questa potrebbe essere un’altra pista. In Cecenia, Putin ha ottenuto grandi successi ma non ha mai soffocato del tutto i ribelli.

L’ipotesi che dietro la bomba ci sia qualcuno che vuole gettare discredito sulle grandi manifestazioni di questi giorni è credibile?

Di mestiere faccio l’analista politico militare e quando scrivo o parlo dico sempre che l’analisi deve essere sostenibile. Se non ci sono elementi concreti, come mi sembra al momento non ci siano, a sostegno di questa tesi, mi riservo di non commentare questa ipotesi.

La Russia ha dietro di sé una scia di terribili attentati, eppure il paese è sempre parso reagire con grande fermezza. Come mai secondo lei?

Non dimentichiamo un dettaglio: la Russia ha messo sulla bilancia della storia e della vittoria contro il nazismo 20 milioni di vite. C’è una attitudine, un rapporto con la forza, con la vita e con la morte un po’ diverso da quello che viviamo noi in occidente. Stiamo parlando di un paese con una particolare cultura politica, per la quale la forza fa parte della normalità dell’agire sul piano internazionale.

Putin a caldo ha commentato di non escludere il terrorismo. Che cosa significa una frase come questa in un momento come questo?

La Russia per il suo ruolo è un paese nel mirino del terrorismo islamico, esattamente come la Francia, gli Usa, il Regno Unito e la Germania. non ci sono grandi differenze tra Russia e paesi occidentali colpiti dallo stato islamico.

Se fosse confermata la pista jihadista pensa che Putin cambierebbe la sua politica in Medio Oriente?

Direi proprio di no: quando colpiti, generalmente, i russi si incattiviscono di più. Se l’obiettivo era quello di indurre la Russia ad alleggerire l’impegno in Siria, hanno trovato il cliente sbagliato.

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