ESPLOSIONE METRO SAN PIETROBURGO/ Dalla Russia: il tremendo sospetto che tutti tacciono

- Petr Nagibin

Ieri alle 14.05 ora italiana una bomba è esplosa nel metro di San Pietroburgo. 14 le vittime, un secondo ordigno è stato disinnescato. Da San Pietroburgo, PETR NAGIBIN

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Polizia a San Pietroburgo (foto da Lapresse)

Un’altra tragedia di terrorismo, nel metro di Pietroburgo. In città è tutto un concorso di aiuti da parte della popolazione, i taxisti oggi lavorano gratis, e anche i mezzi pubblici funzionano senza biglietto. Nell’emergenza viene fuori il miglior senso civico, il meglio di un paese e di un popolo. Da una parte.

E dall’altra, sulla rete, è già scoppiata una ridda di dietrologie, e la rissa tra opposte frazioni.

L’ipotesi, totalmente istintiva e congetturata, ma che molti sostengono è che ci siano di mezzo i Servizi, l’Fsb. Nel momento in cui si è visto scappare di mano la piazza, dopo le dimostrazioni delle due ultime domeniche, il regime avrebbe usato l’arma del terrore per ricompattare il paese. Per far vedere quanti nemici lo assediano e quindi la necessità di stringere le fila. Smettendola una buona volta con le inutili proteste e accettando qualche limitazione delle libertà democratiche.

A molti sono tornati alla mente altri episodi analoghi nel metro di Mosca, o in case d’abitazione in periferia, o al teatro Dubrovka. Perché non è vero, come si pensa, che la Russia sia immune dal terrorismo e che questo sia un male che attacca il solo Occidente. Solo che le vittime russe di allora non sono diventate pietre miliari nella ricerca di una coscienza comune, come il Bataclan o la Promenade des Anglais, ma sono state insabbiate, sono scomparse nella nebbia dell’indeterminatezza. Colpevoli mai trovati, motivi mai chiariti, morti inutili e basta; o utili soltanto a giustificare l’intensificarsi delle misure repressive e di controllo, il clima da cittadella assediata.

C’è anche chi dice che la fermata “Technologiceskij Institut” è l’unica in cui bisogna per forza passare sotto i metal detector, e… molti non tirano le conclusioni, ma altri lo fanno, e sono atroci, fin troppo.

Bastano le accuse convulse di queste prime ore, e la rissa scoppiata in rete, per capire lo scollamento profondo di cui soffre la società russa, il travaglio interiore che la dilania. In un paese in cui si dice che l’85 per cento della popolazione sia col presidente, la rete nella sua maggioranza formula come prima ipotesi la più micidiale e la più lontana da queste stime.

Anche questo è un copione già visto, all’est come all’ovest; all’ovest quando la società si divide tra paura e pura reazione difensiva, da una parte, e perdita del senso della propria identità e incertezza delle proprie ragioni, dall’altra; in Russia, oggi come negli anni che prepararono la rivoluzione del 1917, quando la violenza e il terrore non vennero fermati da un giudizio netto, ma furono resi ancora più scatenati, da una parte per la ricerca e il bisogno di punire i colpevoli e dall’altra per il peso di sensi di colpa che in nome dell’ingiustizia di un regime non sapevano fermare una via ingiusta come quella del sangue: una società che, al di là delle facciate, non ha più al suo interno le ragioni del vivere, si perde in dietrologie e disquisizioni, e dimentica l’essenziale: che la pace e la sicurezza non possono essere vere senza libertà e che la libertà non può essere affermata fuori della pace e del rispetto del diritto.

C’è da sperare che dopo queste prime reazioni viscerali possa riprendere forza e visibilità uno sguardo diverso, che le lezioni della storia fermino una spirale suicida e che il senso di responsabilità trovi la via di un giudizio dal quale ripartire, in nome non di una semplice resa dei conti, ma del bene comune e di una vita da costruire ogni giorno di nuovo.

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