CINA-USA/ Trump ha bisogno di Xi Jinping contro Washington

- int. Andrew Spannaus

Steve Bannon esce dal Consiglio per la sicurezza nazionale alla vigilia del summit tra Donald Trump e il presidente cinese Xi Jinping. La vera sfida del presidente Usa. ANDREW SPANNAUS

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Terza Guerra Mondiale, Donald Trump (LaPresse)

Steve Bannon esce dal Consiglio per la sicurezza nazionale: un vero colpo di scena alla vigilia del summit di Mar-a-Lago (Florida) tra Donald Trump e il presidente cinese Xi Jinping. Bannon, fondatore del network Breitbart News, stratega della campagna elettorale di Trump e suo consigliere più fidato, fa dunque un passo indietro. Non è l’unico fattore a movimentare la vigilia di un incontro politico atteso ed importante. Ieri mattina infatti la Nord Corea ha salutato il vertice a modo suo, con il lancio di un nuovo missile balistico a medio raggio in direzione del Giappone. Quello di Mar-a-Lago è il primo faccia a faccia tra i due leader. Ne abbiamo parlato con Andrew Spannaus, giornalista e analista americano.

Spannaus, come spiega l’uscita di Bannon?

Trump sta subendo pressioni molto forti per la sua politica di apertura alla Russia; e Bannon è l’ispiratore principale della politica outsider di Trump, sia in economia sia in politica estera. E’ visto come un corpo estraneo dai generali che siedono in Consiglio di sicurezza, dallo stresso capo del Pentagono generale James Mattis. Va detto che effettivamente il suo ruolo nel Consiglio di sicurezza era atipico. Da parte di Trump, si tratta di una ritirata tattica.  

Bannon continuerà a condizionare la politica del presidente?

E’ da vedere; sull’economia e sul commercio credo che continuerà ad avere un ruolo. Forse un po’ meno pubblico e un po’ più privato. 

Che cosa possiamo aspettarci da Trump per quanto riguarda il dossier nordcoreano?

Trump su alcuni temi è convinto di dover essere più decisionista e la Nord Corea è certamente uno di questi. E’ una valutazione indotta probabilmente dal fatto che le strade alternative finora non hanno avuto risultati apprezzabili. E’ un dossier delicato e difficile, sul quale vuole sicuramente mettere pressione alla Cina.

Un fatto paradossale è che in economia Xi Jinping oggi è su posizioni più global di Donald Trump. Qual è l’approccio della nuova amministrazione al gigante cinese?

Negli ultimi anni la Cina ha conquistato uno spazio e un peso strategico maggiore rispetto al passato grazie alla sua crescita economica, un fatto avvenuto anche per il vuoto lasciato dall’occidente, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Trump sa di dover portare a casa qualcosa per i lavoratori americani. Molte società statunitensi hanno delocalizzato in Cina e questo ovviamente ha voluto dire molti posti di lavoro in meno. Siamo ad uno scontro sui bassi costi, e con le misure di Trump potrebbe pure diventare una guerra commerciale limitata. D’altra parte Trump sa bene che con la Cina non si può andare in questa direzione.

Quali opzioni vede sul tavolo?

E’ auspicabile che si instauri una concorrenza su una economia di qualità. La Cina sembra voler voltare pagina e puntare su un tenore di vita più alto per la classe media. Questo significherebbe più servizi e più welfare e dunque un aumento dei costi. Da questo punto di vista gli interessi dell’occidente e della Cina possono essere simili. 

Qual è oggi la priorità nell’agenda di Trump?

Una su tutte: favorire il lavoro e fare ripartire l’economia negli Stati Uniti. Per raggiungere questo obiettivo Trump intende trovare dei meccanismi e attuare delle politiche che possano aiutare le imprese americane. 

E la guerra dei dazi?

I dazi sono un segnale dimostrativo, certo molto forte, per dire che la sua amministrazione si batterà per procurare un vantaggio — o per ridurre gli svantaggi — delle imprese americane. Dal punti di vista europeo è un provvedimento punitivo verso certi prodotti, ma Trump ha impugnato una contesa che c’è da anni tra Europa e Usa sulla carne americana e i suoi dazi sono una risposta.

Come finirà?

Con una trattativa. Intanto però Trump ha messo in chiaro di voler costruire un commercio che non sia vantaggioso solo per gli altri ma anche per gli Stati Uniti.

In generale, secondo lei la reazione mediatica ai provvedimenti di Trump è proporzionata o risente di una ostilità preconcetta?

Trump sta facendo esattamente quello che ha promesso di fare. Può piacerci, può non piacerci, ma sta portando avanti un programma fatto di scelte che rappresentano una visione diversa del mondo e dell’economia. I media sono sorpresi dalle cose che fa Trump perché si fa molto fatica a credere che siano possibili scelte diverse da quelle prese negli ultimi decenni. La questione aperta è un’altra: se Trump riuscirà veramente a sviluppare un cambiamento efficace. 

Sulla riforma sanitaria Trump ha subito una sonora sconfitta. Incidente archiviato?

Io penso che in realtà nel lungo termine questa sconfitta si dimostrerà essere un fattore positivo per Trump, che in campagna elettorale ha promesso di tutto e di più ed escluso tagli a pensioni, Medicaid e Medicare. La paternità della riforma era in realtà principalmente di Paul Ryan; Trump prima ha cercato di non esporsi, poi ha tentato di concludere a suo favore la partita senza riuscirci. Il ritiro del programma è un colpo alla sua immagine politica, ma nello stesso tempo mette a nudo che quello repubblicano non è il partito di Trump. 

Allora qual è il suo nuovo obiettivo?

Di certo non vuole aumentare il welfare come Bernie Sanders, né vuole ciò che vogliono i conservatori più conservatori cioè un taglio drastico allo stato sociale, via tutti i sussidi pubblici per intenderci. Poiché la sanità di Obama era un tema molto politicizzato che favoriva dosi massicce di retorica politica e opportunismo, Trump lo ha cavalcato per farsi eleggere e ora deve cercare una soluzione. Adesso la prima cosa che deve fare è evitare di peggiorare l’assistenza sanitaria della gente che ha votato per lui.

Qual è l’avversario politico più temibile per Trump oggi? I giornali mainstream, il vecchio apparato o il consenso interno?

Trump ha bisogno di risultati. Se sarà efficace, gli attacchi dei giornali mainstream non riusciranno a danneggiarlo. Tuttavia i media riflettono la vera posta in gioco: Trump si è messo contro il Washington Consensus, l’establishment globalista e mercatista che ha le leve del comando da decenni, e contro la politica estera voluta fino ad oggi da buona parte delle istituzioni americane, cioè quella di uno scontro con la Russia. Se i risultati all’interno degli Usa gli daranno ragione, l’opposizione non diminuirà in ogni caso, ma non risulterà decisiva.

Fino ad oggi il presidente degli Stati Uniti traduceva in politica le teorie maturate in un serbatoio di idee di ispirazione più democrat o più conservatrice. Da questo punto di vista Trump sembra solo.

E’ così. Trump arriva alla presidenza avendo fatto una guerra contro i repubblicani, avendo sconfessato l’establishment americano centrista di entrambi i partiti e per questo non è benvoluto dalla classe dirigente. Non c’è un pensiero di politica interna o estera predefinita, ma solo pochi concetti chiave, gli stessi con i quali ha vinto le elezioni. Tradurli in pratica non è semplice e richiede molto lavoro. Certo, molto dipende dalle persone intorno a Trump. Non sempre il risultato è lineare e lo abbiamo visto: accanto alla voce di Goldman Sachs, c’è quella di chi vuole il protezionismo. Ma la partita è ancora apertissima.

(Federico Ferraù)

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