5 RAGAZZI MASSACRATI/ Ma il killer è schizofrenico: giusto non punirlo?

- Paolo Vites

L’autore di una strage senza motivo non è condannabile per la legge canadese in quanto malato di schizofrenia: è giusto così? I killer sono dei mostri? PAOLO VITES

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Ospedale (Pixabay)

Aprile 2014, università di Calgary, Canada. E’ appena finito il semestre di studi e come sempre in questa occasione gli studenti si danno alla pazza gioia, che significa essenzialmente ubriacarsi fino a star male. Per Brendam McCabe questa non è mai stata esattamente la sua idea di divertimento, così decide di invitare un numero di amici limitati, i più cari, a casa sua a fare una festicciola tranquilla. Tra questi c’è anche il suo più caro amico sin dall’infanzia Matthew de Grood, uno con cui ha condiviso momenti belli e brutti senza mai sospettare nulla nei suoi confronti. E ne ha ragione: Matthew, come diranno tutti quelli che lo hanno conosciuto, “è uno di noi”, un ragazzo apposto. Durante la festicciola Brendam si allontana con alcuni per andare a comprare qualcos’altro da mangiare e da bere, che le scorte casalinghe stanno finendo. Tornano dopo non molto e notano Matthew che si sta allontanando. Entrano in casa e si trovano lo spettacolo più allucinante e inaspettato che avrebbero mai potuto neanche lontanamente immaginare. I cinque ragazzi che erano rimasti a casa giacciono massacrati in pozze di sangue: sono stati accoltellati brutalmente. 

Tutto il Canada parla dell’episodio e. Matthew, subito identificato come autore della strage, sottoposto a esami psichiatrici, risulta soffrire di esaurimento nervoso: quando decide di uccidere i suoi amici è preda di visioni e voci, le tipiche caratteristiche della schizofrenia. Ma nessuno aveva diagnosticato la sua situazione mentale, nessuno ne aveva mai notato i sintomi. Il processo conseguente produce una sentenza che apre milioni di polemiche: il giovane viene riconosciuto non penalmente responsabile di quello che aveva fatto, cioè innocente davanti alla legge, anche se viene ovviamente ricoverato in una casa di cura.

Il dibattito che si apre è quello che è ovvio possa accadere in situazioni come queste: un malato di mente è da considerarsi punibile? Deve scontare una pena il più lungo possibile perché potenzialmente pericoloso? Non incarcerarlo è giusto nei confronti dei parenti delle vittime? In una parola: è stata fatta giustizia?

Gli abissi della malattia mentale sono tali che la legge difficilmente sa interpretarli, ma una cosa sembra significativa: la legge canadese ha rifiutato di considerare il giovane un mostro, come normalmente si fa, preferendo offrirgli una chance. Lui si è dimostrato pentito, ha riconosciuto quello che ha fatto, se ne sente in colpa. Durante l’ultima revisione del processo, nella quale si intende concedergli maggiori libertà, Matthew ha detto: “Mi si spezza il cuore che i bei tempi che queste famiglie hanno avuto con i propri cari sono finiti. Sono sconvolti, profondamente tristi, spaventati e arrabbiati da ciò che ho fatto a causa della mia malattia. Non possono limitarsi a pensare che io sia uno schizofrenico: l’atto di uccidere cinque persone innocenti e mettere le loro famiglie in quella agonia è inconsapevole, per loro sono una persona molto cattiva o un individuo psicotico che è pericoloso e non può essere degno di fiducia”. Ha replicato uno dei parenti delle vittime: “”Se è veramente dispiaciuto e non vuole che una cosa del genere debba più accadere, allora dovrebbe volontariamente impegnarsi per essere istituzionalizzato o essere ricoverato per sempre”. Cioè rinchiuso come una bestia pericolosa.

Secondo le autorità psichiatriche che lo seguono, il giovane da quella sera non ha più dimostrato alcun sintomo di schizofrenia, ma rimane ancora ricoverato in ospedale e si raccomandano che continui a seguire le cure che sta facendo. Il massimo che gli è permesso è di stare all’aria aperta per un’oretta al giorno: nessuno sa se la sua malattia potrà ripresentarsi. E soprattutto sarà sempre la persona che ha commesso una strage e questo peserà per tutta la sua vita.

I misteri delle malattie mentali sono impossibili da scrutare: possono manifestarsi in qualunque momento, senza preavviso. Ma certamente è un dato di fatto che, come dicono gli studi più aggiornati, la malattia mentale, la depressione, è la malattia più diffusa di questi tempi moderni. Tra il 2008 e il 2015 sono aumentate nel mondo del 18% toccando la cifra di 300 milioni di persone. E’ considerata tra le principali cause di malattia e disabilità nel mondo. La difficoltà di far fronte alla depressione è data, secondo l’Oms, principalmente dalla concomitanza di due ragioni: la mancanza di sostegno alle persone con disturbi mentali e la paura del giudizio altrui. Quest’ultimo agisce da deterrente per i pazienti depressi, che non si affidano al trattamento di cui avrebbero bisogno per vivere in maniera sana e produttiva. Infine l’altro tabù ancora da affrontare è quello della famiglia. Come dimostrano studi ormai decennali, tutti i tipi di disordine mentale nascono in ambito familiare, a volte quando il feto è ancora nella pancia della madre, spesso nei primi mesi di vita e dell’infanzia: carenze affettive, padri assenti, madri che non riescono a staccare il cordone ombelicale, genitori ossessivi e possessivi. Lacerazioni che si aprono nella psiche del bambino e che inevitabilmente si apriranno prima o poi con conseguenze devastanti.

Se infatti questi sono i numeri conosciuti, altrettanti sono quelli che rifiutano di farsi curare o i cui parenti rifiutano di ammettere che un loro figlio ne soffra. Perdita di energia, appetito, insonnia, ansia, irrequietezza e, nei casi più gravi, autolesionismo e istinti suicidi ne sono la conseguenza. Appena il 3% del budget sanitario nei paesi ricchi è impiegato per queste persone, quasi tutte le cure e i ricoveri sono a carico delle famiglie. Se non verrà operata una inversione di tendenza, tale situazione è destinata ad aumentare vertiginosamente e il futuro delle nostre società diventerà un incubo per tutti, creando dei divari tra “sani” e “malati” che potranno risultare incolmabili. Così ha commentato Brendam: “Il pregiudizio è esattamente ciò che ha impedito a Matt e a chi gli stava intorno di identificare la sua malattia: nessuno vuole credere che un proprio caro stia male”.

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