ISIS/ Bambina schiava sessuale: a 13 anni ho detto addio alla mia infanzia

- Paolo Vites

La storia di una bambina yazidi che a tredici anni viene resa schiava sessuale dei miliziani dell’Isis, raccontata in un libro che raccoglie testimonianze analoghe

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LaPresse

Papa Francesco l’ha definita “la tragedia più grande dopo la II guerra mondiale”. Si riferisce al genocidio ancora in atto tra Siria e Iraq e la conseguente fuga di milioni di persone. Un libro, appena pubblicato nel Sud America, “Il mio nome è Rifugiato”, in cui le autrici Irene L. Savio e Leticia Álvarez Reguera hanno raccolto testimonianze dirette di tante di queste persone sfuggite alla morte, ma ancora costrette a un futuro incerto e doloroso, come Nour, un siriano che non è riuscito ad arrivare in Germania ed è tornato nel suo paese ed è morto lì. Morti come queste pesano sulla coscienza di tutti quegli europei che rifiutano l’accoglienza di queste persone.

Tra le varie storie c’è anche quella di una bambina di etnia yazida, Sleman Kamal, che all’età di 13 anni venne rapita alla sua famiglia per essere fatta schiava sessuale dei miliziani dell’Isis, come migliaia di altre donne e ragazzine. Il sito Aleteia pubblica il suo capitolo integrale, ne riportiamo alcuni stralci: “Erano le quattro del pomeriggio del 3 agosto 2014. Tutto è accaduto molto rapidamente. Sono arrivati sui furgoni e hanno preso il controllo dei villaggi della zona in cui vivevamo, anche di Herdan. In due ore ci hanno riuniti tutti.

Hanno separato le donne dagli uomini, e noi e i bambini siamo stati fatti salire sui camion, mentre gli uomini sono stati bendati. Non so cosa sia accaduto loro in seguito. Probabilmente li hanno uccisi, ma non lo so. Tra gli uomini c’era mio padre. Noi siamo state portate in una caserma militare e private di tutto ciò che avevamo di prezioso – gioielli e denaro. Ci hanno divise nuovamente in due gruppi: le donne anziane da una parte, quelle giovani dall’altra. Poi ci hanno trasferite a Tal Afar, nel Sinyar, e ci hanno rinchiuse in una scuola”.

Lì, dice, è finita la mia vita. Tutti i giorni qualche ragazza veniva stuprata, aggiunge, cominciando dalle più piccole, dai 9 anni ai 15: “Quando non si divertivano con noi vivevamo circondate da immondizia, ammassate le une sulle altre in quelle che prima erano state le aule in cui avevamo imparato a leggere e a scrivere. Ci davano il minimo per far sì che non morissimo rapidamente. Io avevo tredici anni e potevo già dire addio alla mia infanzia”.

Anche lei viene stuprata: non ricordo neanche i loro volti, dice. L’autrice le dice che è molto coraggiosa per il fatto di raccontare la sua storia: ““Ero sola. Mia mamma e mio papà non c’erano. O facevo qualcosa o morivo” è il laconico commento di una bambina che non è  mai stata bambina e che difficilmente potrà mai diventare una donna.

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