BREXIT/ Ue contro May, una “vendetta” da 100 miliardi

- Gianluigi Da Rold

Il processo di uscita dall’Ue sta diventando per la Gran Bretagna una forca caudina, con dei contraccolpi che creeranno in futuro contrapposizioni pesantissime. GIANLUIGI DA ROLD

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Theresa May (Lapresse)

Si direbbe che la capacità di creare e di seminare litigi, contrapposizioni e risentimenti, sia una specialità della Commissione europea di questa Unione europea, che diventa sempre più impopolare per le sue scelte, soprattutto in campo economico, per la sua direzione germano-centrica, per le sue assenze e mancanze in una seria politica solidale nell’immigrazione, nella difesa comune, nell’intelligence e nella politica in generale.

Il processo di uscita dall’Unione europea, neppure dall’euro, sta diventando per la Gran Bretagna una forca caudina, con dei contraccolpi che creeranno in futuro, comunque vada a finire, contrapposizioni pesantissime tra quello che sarà l’Europa del futuro, o quello che resterà dell’Europa unita, e la Gran Bretagna. 

Il Regno Unito, che ha deciso con un referendum un anno fa l’uscita e ora, sotto la direzione del governo conservatore di Theresa May, intende andare a elezioni anticipate, con tutta probabilità per rafforzare l’uscita dal contesto europeo e tracciare nuove linee di relazioni internazionali, si trova al centro di polemiche roventi. 

Non è certo stato un fatto piacevole la Brexit, ma ormai si dovrà prendere atto che quanto è avvenuto difficilmente può essere rimediato, di fronte a un paese che, in tutti i casi, è spaccato in due. Una “rientrata” obbligata, magari provocata da una serie di contrasti fomentati dall’esterno, dopo un’ uscita a sorpresa, non pare una buona politica di futura collaborazione.

Ma evidentemente, dopo aver sentenziato che sarebbe accaduto il finimondo economico con la Brexit, a Bruxelles c’è un’aria quasi vendicativa nell’affrontare il negoziato di uscita, che è di tale complicazione da fare impallidire i giuristi bizantini.

In breve, dopo un pranzo a tre a Downing Street tra il premier britannico, il presidente della Commissione europea e “prestigiatore” del fisco lussemburghese Jean Claude Junker, e il capo negoziatore dell’Ue per trattare la Brexit, il francese Michel Barnier, è stato ufficialmente presentato il conto dell’uscita: 100 miliardi di euro.

In una conferenza stampa, Barnier ha detto a muso duro: “Sono stati presi degli impegni e si devono rispettare. E’ una questione di responsabilità”. La risposta della May è stata durissima: “Minacce contro il Regno Unito sono state pronunciate da politici e autorità europee, in modo da influire sul risultato delle elezioni generali dell’8 giugno”. In più, la leader britannica ha sottolineato: “Negli ultimi giorni abbiamo potuto vedere quanto questi colloqui saranno probabilmente duri”. E ha concluso chiedendo ai britannici un mandato forte e stabile per affrontare i negoziati. 

E’ intervenuto anche il ministro per la Brexit, David Davis, per chiarire: “Ciò che dobbiamo fare è discutere in dettaglio quali sono i diritti e gli obblighi. Londra pagherà solo quello che è legalmente dovuto”.

Si è anche parlato dell’andamento del pranzo nella residenza storica del premier britannico. C’è chi ha parlato di un clima disteso e cortese, come ha fatto lo stesso Barnier, Junker ha fatto il solito commento lapidario, dichiarandosi scettico sul negoziato e sostenendo più o meno che Theresa May “vive in un’altra galassia”. Forse concentrato sul pranzo, e soprattutto sui vini offerti, Junker, come al solito, con la consueta abilità diplomatica tipicamente lussemburghese, ha scatenato un pandemonio di polemiche.

Evidenziando i contrasti si è permesso in questo modo alla May di giocare al rialzo: “Tutte azioni deliberatamente orchestrate, per farci perdere le elezioni”. E a ruota, il ministro Davis, secco e laconico: “Paghiamo quello che dobbiamo, non questi soldi che ci chiedono”. Che cosa farà a questo punto Junker, insieme al socio Barnier, lancerà V2 su Londra, se questa non sborserà i 100 miliardi di euro o si limiterà a un blocco navale? C’è qualcosa di grottesco in questa diplomazia europea, anche se l’attuale risultato di contrapposizioni non induce all’ironia.

Alla fine si è creato un clima di tipica “distensione europea”, retoricamente parlando. Si è ottenuto cioè il solito contrario, scatenando diffidenze e rancori che nascondono come al solito e come è sempre stato, contrasti e interessi statali. 

In Gran Bretagna ovviamente gli avversari della May, come il laburista Jeremy Corbyn, accusano la May: “E’ lei che gioca con la Brexit nella speranza di vincere”. In effetti qualche cosa la polemica ha provocato. Theresa May aveva venti punti di distanza dal Labour, ora, secondo alcuni sondaggi, il vantaggio è sceso a 12. Poi c’è la premier indipendentista scozzese Nicole Sturgeon, che parla di “irresponsabilità” della May.

Si deve tenere presente che il faticoso e bizantino procedimento di uscita prevede prima la vera e propria uscita e poi la futura collaborazione o accordo commerciale tra Unione europea e Gran Bretagna. In tutti i casi, come si potrà trovare un accordo futuro di collaborazione commerciale, visti i termini che si stanno fissando e la zizzania che si cerca di seminare? E quale sarà la reazione nell’opinione pubblica inglese, non solo in quella londinese, che è per sua natura cosmopolita?

Sono tutte cose a cui l’Ue non sembra neppure pensare, mentre vive sul filo del rasoio in una ventata di anti-europeismo che fa ricordare principalmente una cosa: la retorica della pace e della collaborazione è servita certamente per una futura integrazione europea, ma il grande accordo era dovuto soprattutto a un’Alleanza transatlantica che univa l’Europa dell’Ovest contrapponendola, nella salvaguardia della coesistenza pacifica, a quella dell’Est. Per il momento, ancora adesso, è meglio non dimenticarlo e cercare di sedare ogni scontro e polemica.

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