VISTI DA LIMA/ “Odebrecht”: la Mani Pulite del continente sudamericano

- Paolo Musso

In Sudamerica potrebbe scoppiare un caso al cui paragone Mani Pulite non è nulla: uno scandalo che potrebbe coinvolgere tutto il continente. Commento di PAOLO MUSSO

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A Lima, se io dico “Odebrecht” e “primo giugno”, a un italiano o a un europeo in genere quasi certamente non verrà in mente nulla di conosciuto. In Perù invece, come in qualsiasi altro paese dell’America Latina, queste parole sono da tempo in cima ai pensieri di tutti, giacché rappresentano il nome e il giorno dell’inizio dell’Apocalisse prossima ventura, che qui si attende con un sentimento misto di apprensione e speranza, ma soprattutto di ineluttabilità.

Odebrecht è infatti il nome di una gigantesca multinazionale brasiliana che lavora nel campo dell’ingegneria, dell’edilizia e della costruzione di infrastrutture. Ma soprattutto, stando a quanto è emerso negli ultimi anni, è il nome di un gigantesco fenomeno di corruzione, secondo il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, che nel 2016 ha dato il via alle indagini, probabilmente il più grande di tutta la storia umana. Dal 1987 a oggi, infatti, la Odebrecht, attraverso il famigerato “Settore relazioni strategiche”, detto anche più sbrigativamente “Cassa B”, ha pagato non meno (e probabilmente molto più) di 700 milioni di dollari per corrompere personaggi di ogni tipo, da sindaci e funzionari di sperduti comuni fino a ministri e Presidenti di quasi tutti i paesi dell’America Latina, per ottenere appalti a condizioni di favore, ma anche, in molti casi, per orientarne la politica.

Infatti l’aspetto più grave e inusuale dello scandalo consiste nel fatto che da quanto è emerso sembra che la Odebrecht funzionasse anche come “longa manus” illegale del Partido do Trabalhadores del Presidente brasiliano Ignacio Lula Da Silva, cercando di condizionare in senso ad esso favorevole la politica degli altri paesi latinoamericani, come per esempio nel caso del Perù, dove pare ormai certo che nel 2011 abbia finanziato con non meno di 3 milioni di dollari la vittoriosa campagna presidenziale del candidato di sinistra Ollanta Humala, ora indagato insieme alla moglie Nadine Heredia (oltre ad essere sospettato di essere il famigerato “capitano Carlos” che negli anni Novanta fu a capo di uno squadrone della morte responsabile di diversi efferati omicidi politici nella base militare di Madre Mía). Ma sono in corso indagini su episodi simili anche in altri paesi, così come pare evidente il sostegno dato da Odebrecht al regime venezuelano di Hugo Chávez e Nicolás Maduro, anche se qui indagini non ce ne sono perché la magistratura è controllata dal regime suddetto.

Il primo giugno è invece il giorno in cui la magistratura brasiliana aveva promesso di rendere pubbliche le deposizioni di ben 78 “pentiti” della multinazionale, tra cui il suo stesso presidente e padrone Marcelo Odebrecht, anche se poi all’ultimo momento il Procuratore Generale del Brasile ha richiamato tutti alla necessità di rispettare il segreto istruttorio, cosicché invece dell’atteso “Giorno del Giudizio” si avrà un’Apocalisse “a scoppio ritardato”, perché per sapere chi è coinvolto bisognerà aspettare che gli atti arrivino alle Procure degli altri 11 paesi coinvolti e che queste comincino le relative indagini. Il risultato finale rischia tuttavia di essere ugualmente devastante, se solo si pensa che ciò che è emerso fino ad ora, pur essendo solo una parte relativamente piccola del totale, è bastato a mettere sotto inchiesta ben sette Presidenti (tre in Brasile: Lula, appunto, la sua “delfina” Dilma Rousseff e il loro avversario Michel Temer; tre in Perù: il già citato Humala, Alan García e Alejandro Toledo; e uno in Panama: Juan Carlos Varela), nonché ministri e alti funzionari di una dozzina di paesi. 

Inoltre, come se non bastasse, è possibile che venga fatta luce, almeno in parte, anche sui legami, virtualmente certi ma non ancora definitivamente provati, tra gruppi terroristici come le famigerate FARC colombiane e i resti di Sendero Luminoso in Perù, cartelli del narcotraffico e vari movimenti politici, a cominciare dal chavismo venezuelano, ma non solo.

Certamente davanti a episodi di questa gravità non si può fare a meno di rallegrarsi per il fatto che il marcio stia finalmente venendo a galla. Al tempo stesso tuttavia non si può neanche fare a meno di chiedersi come se ne uscirà, dato che qui non stiamo parlando solo della possibile contemporanea caduta di diversi governi, ma del collasso di interi sistemi politici: si pensi solo che il Perù rischia di stabilire il poco invidiabile record di essere il primo paese al mondo ad arrestare tutti i 5 Presidenti che ha eletto (e alcuni anche rieletto) dal 1990 a oggi; ma altri potrebbero presto fargli compagnia e forse addirittura superarlo (in questo l’Ecuador appare in pole position, con ben 7 degli ultimi 10 Presidenti che potrebbero essere coinvolti). 

Insomma, si rischia qualcosa di simile a ciò che accadde in Italia con Mani Pulite, ma esteso ad un intero continente, che oltretutto già di suo ha sempre avuto istituzioni molto fragili.

Qualche giorno fa su El Comercio (il principale quotidiano di Lima) un editorialista riportava con favore la proposta del leader di un gruppo di imprenditori messicani che sosteneva la necessità di creare associazioni di cittadini che svolgano autonomamente indagini sui fatti di corruzione e si preoccupino poi di denunciarli alla magistratura e all’opinione pubblica, dato che a suo parere il sistema da solo non si correggerà mai. Si può discutere all’infinito sui pro e sui contro di una simile proposta, ma quel che essa certamente contiene di vero (e che vale anche per l’Europa) è che non si uscirà da questo disastro senza un nuovo protagonismo della società civile.

Anche se quello che servirebbe davvero, più che pretendere di sostituirsi impropriamente a magistratura e polizia, sarebbe soprattutto rendere di nuovo presente ciò che permette la tenuta della convivenza in una società democratica: che non è innanzitutto la proclamazione astratta di “valori” a cui è sempre più difficile credere, bensì la costruzione di esperienze di popolo in cui si possa sperimentare la bellezza di una vita che non abbia come suo unico criterio il tornaconto personale. 

Perché, come diceva già negli anni Trenta il grande poeta inglese Thomas Stearns Eliot nel suo capolavoro Cori da “La Rocca, la vita è fatica per i più poveri e ozio per i più ricchi, ed entrambe le cose sono insopportabili senza un’attrattiva più grande che dia loro un senso: e se questa attrattiva gli uomini non la trovano più “negli dei”, cioè in qualcosa che vada al di là di loro stessi (abbia o no il volto di un Dio personale), per sentirsi vivi non restano che l’usura, la lussuria e il potere.

Cioè, in una parola, Odebrecht.

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