RISIKO/ Israele e Iran, i due “fronti” di Trump che portano la Russia in Europa

- Carl Larky

La strategia di Trump in Medio Oriente sembra in parte ricalcare e in parte differenziarsi da quella di Obama, ma va forse inserita in un “gioco” più ampio. CARL LARKY

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Donald Trump (Lapresse)

Il sostanzioso contratto firmato da Trump per la vendita di armi all’Arabia Saudita ha forse deluso chi si aspettava dalla nuova amministrazione un cambiamento di rotta e, date le posizioni antiislamiche finora manifestate, il presidente americano è stato accusato di ipocrisia. Come peraltro i suoi predecessori, sia pure con qualche differenza. Uno dei motivi che nel 2008 portarono Obama alla presidenza fu la sua opposizione alla guerra in Iraq di Bush, tanto da fargli conferire il Nobel per la pace. Il fallimento in Afghanistan e in Iraq, il caos scatenato in Siria e in Libia hanno di fatto contraddetto pienamente la sua immagine pacifista, e l’intesa con i sauditi, con la costante vendita di armi al regime malgrado l’appoggio di Riyad ai movimenti jihadisti, ha reso ipocrita la sua conclamata opposizione alle dittature. Le stesse critiche si possono fare a Hillary Clinton (a parte il Nobel), che ha dimostrato anche maggiore spregiudicatezza, accettando apertamente le elargizioni saudite alla Fondazione Clinton e considerandole ininfluenti per la sua candidatura.

Trump sembrerebbe muoversi al di fuori di ideologismi e moralismi, qualcuno potrebbe parlare di “amoralismo”, e le sue azioni sembrano improntate piuttosto alla massima “business is business”. Se l’obiettivo è rifare forte l’America, cosa di meglio che un ottimo contratto per un’industria così importante per gli States come quella degli armamenti? Anche perché, se non lo avesse firmato lui, il contratto sarebbe stato firmato da qualche concorrente, inglesi e francesi in prima linea, poi tedeschi e magari anche italiani.

Rimane tuttavia il problema di capire quale sia realmente la strategia di Trump in Medio Oriente. Anch’egli sembra pensare, come apparentemente Obama prima di lui, che i costi di eventuali errori americani in Medio Oriente ricadano in primo luogo sui Paesi della regione e sull’Europa, lasciando così agli Usa maggior libertà di azione, a differenza di ciò che accade nel Pacifico. Le principali azioni di Trump nella regione sono state finora, oltre la citata vendita di armi ai sauditi, il cambiamento di atteggiamento verso Assad, la sconfessione del trattato sul nucleare con l’Iran e la ripresa di cordiali rapporti con Netanyahu. Si può perciò ipotizzare un posizionamento di Trump sull’asse Arabia Saudita-Israele, in opposizione all’Iran e alla sua Mezzaluna sciita. Una delle conseguenze è una crescente tensione con la Russia, sostenitrice di Assad e di Teheran, e con la Cina, anch’essa buona amica dell’Iran. Queste azioni vanno senza dubbio a vantaggio di Trump nel dibattito politico interno, anche se sembra difficile che possano far desistere i suoi avversari da iniziative come il Russiagate o la minaccia di impeachment.

Non è certo, peraltro, che questa sia la reale strategia di Trump, che ha ormai resa evidente la sua avversione ad accordi globali, preferendo trattare singolarmente ogni occasione, così da sfruttare più facilmente ogni opportunità per raggiungere l’obiettivo dichiarato di un’America più forte. Nel caso dell’Iran, Trump accusa Teheran di fornire tecnologia per il nucleare alla Corea del Nord, ma sa benissimo che la ripresa di sanzioni non fermerebbe di per sé questa collaborazione e avrebbe l’unico risultato di rovinare gli affari con l’Iran di diverse società americane, come la Boeing. La riapertura della questione nucleare iraniana potrebbe però fornire uno strumento di pressione su Pechino perché intervenga in Corea del Nord, i cui esperimenti nucleari sono ormai una minaccia anche per la Cina. Abbattuto il regime di Pyongyang, Teheran e la sua dirigenza riformista potrebbero cessare di rappresentare un pericolo e si aprirebbero nuove opportunità in campo economico per Cina e Usa sia in Corea che in Iran.  

Un simile accordo renderebbe più distesi anche i rapporti con la Russia, facilitando una soluzione della questione siriana e irachena, con protagonisti Russia e Iran a spese dell’Arabia Saudita e forse della Turchia. Quest’ultima sta diventando un serio problema per la Nato e in particolare per la Germania, che ha aperto in questi giorni un contenzioso con Ankara relativo alla base Nato di Incirlik, ultimo di diversi scontri tra i due governi.

La recente “rottura” tra Merkel e Trump e lo scetticismo di quest’ultimo sulla Nato confermano l’impressione che rischi e costi della questione mediorientale vengano considerati di pertinenza dell’Europa a trazione germanica. La nuova “sistemazione” europea, con il conseguente disinteresse americano, lascia più spazio di manovra alla Russia in Europa, ma per Mosca si sta aprendo un nuovo pericoloso fronte: l’Afghanistan. La sconfitta della Nato nel Paese asiatico, che ricorda la disastrosa avventura dell’Unione Sovietica, e la progressiva presa di potere di talebani e Isis costituiscono infatti una grave minaccia per Mosca e per l’intera Asia ex sovietica.

In questa ingarbugliata situazione, Washington sembra avere più carte in mano che non i suoi alleati/avversari e Trump sembra intenzionato a giocarle, sia pure a suo modo. Un modo che ricorda le politiche commerciali per la conquista dei mercati, ma che non sono poi così diverse da quelle consuete alla geopolitica, una volta che si siano tolte le bardature ideal-ideologiche. 

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