EFFETTO TRUMP/ Arabia Saudita e Russia, l’errore di Donald e quello dei suoi nemici

- Carl Larky

La crisi nel Golfo Arabico e il “processo” a Donald Trump sono segnati da una serie di paradossi e ipocrisie che paiono essere ormai costantemente presenti nella geopolitica. CARL LARKY

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Corea del Nord, Trump-Kim il prossimo 12 giugno (LaPresse)

La pericolosa confusione che sembra caratterizzare l’attuale scenario geopolitico presenta diversi aspetti paradossali. Per esempio, a molti è suonato paradossale che sia stata l’Arabia Saudita ad accusare il Qatar di sostenere il terrorismo jihadista, della serie: “Da che pulpito vien la predica!” Va detto, peraltro, che qui il terrorismo è solo la foglia di fico sotto la quale si nasconde la lotta della nuova classe politica araba, in particolare saudita, per il predominio regionale. Rimane comunque significativo come perfino il terrorismo sia ormai diventato uno dei tanti strumenti di propaganda.

Agli Stati del Golfo impegnati nel blocco contro il Qatar si è aggiunto l’Egitto a causa del sostegno dato da Doha ai Fratelli musulmani, acerrimi nemici dell’attuale regime militare che li ha estromessi dal potere. Barack Obama, fin dal suo insediamento, era stato un sostenitore della Fratellanza e l’appoggio di Donald Trump al blocco potrebbe essere visto come una presa di distanza dal suo predecessore, al pari della sua improvvida denuncia del trattato con l’Iran sul nucleare. Tuttavia, queste azioni, e gli attacchi contro Assad, lo portano a una rotta di collisione con la Russia che rende vano ogni tentativo di stabilizzazione dell’area. Si veda in proposito l’intervista sul sussidiario al vescovo melchita Gregorio III Laham. Una strategia abbastanza incomprensibile, spiegabile solo con un maldestro tentativo di difendersi dalle accuse di “intesa” con la Russia di Putin.

Si rientra così nel paradosso. Il violento attacco a Trump dei suoi oppositori si sta sviluppando su due linee. La prima è l’accusa di aver approfittato per la propria elezione dell’hackeraggio, attribuito a Putin, diretto a danneggiare la corsa elettorale di Hillary Clinton. La seconda è l’accusa a Trump, come uomo d’affari, di oscuri rapporti economici e finanziari con i russi, continuati anche dopo la sua elezione.

La prima accusa, oltre che contro Trump, è usata per rendere ancora più tesi i rapporti con la Russia, ma viene alla mente un altro detto popolare: “Chi la fa, l’aspetti”. Uno dei principi guida degli Stati Uniti dalla fine della seconda guerra mondiale, di qualunque partito fosse il presidente, è stato il costante intervento per influenzare le elezioni in altri Stati o per abbatterne i governi qualora non graditi. Le attività in tal senso della Cia, e di altre agenzie, hanno dato luogo a una notevole produzione giornalistica, letteraria e cinematografica, e spesso la realtà si è rivelata più violenta della fiction. Né queste operazioni sono cessate con la fine della guerra fredda, come dimostrano gli interventi di “regime change” in Iraq, Siria, Libia e anche Ucraina. Né mancano casi anche all’interno della Nato, basti ricordare lo scontro tra Washington e Berlino nel 2014, regnante Obama, concluso con l’espulsione del capo dell’intelligence americana in Germania. E proprio in questi giorni sta esplodendo un caso simile, sempre in Germania, contro la Turchia di Erdogan, un altro “alleato” della Nato che con Berlino è ormai ai ferri corti. Risulta quindi per lo meno ipocrita l’indignazione americana nei confronti delle presunte interferenze russe.

La seconda accusa a Trump potrebbe essere più concreta, dati i noti rapporti delle sue imprese o di suoi fiduciari con la Russia e tenendo conto del modo “intraprendente” del tycoon nel condurre gli affari. Tuttavia, anche sul fronte degli accusatori vi è qualche crepa: tre giornalisti della Cnn si sono dovuti dimettere per una artefatta denuncia di rapporti tra lo staff di Trump e un fondo di investimenti russo. Il punto centrale è però un altro: i rapporti di affari e gli interessi di Trump in Russia erano già noti prima della sua elezione. Se ritenuti così dannosi per la sicurezza nazionale, perché non sono stati usati per bloccare la candidatura di Trump? Tanto più che anche una parte dell’establishment repubblicano gli era contrario. Si può azzardare una risposta: forse perché si era convinti che Trump non ce l’avrebbe mai fatta e che Hillary Clinton avrebbe vinto alla grande, malgrado i suoi scheletri nell’armadio. E ciò giustifica l’attuale crociata contro il presidente, anche a costo di gettare in una grave crisi il Paese. L’assioma “se i fatti contraddicono la teoria, tanto peggio per i fatti” sembra essere ormai il principio guida per molti politici e i loro media.

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