GHANDI NON ERA MAHATMA/ Odiava i neri e amava le caste: il lato oscuro del “santo hindu”

- Paolo Vites

L’idolo dei pacifisti di tutto il mondo, l’inventore della non violenza era in realtà razzista e predicava la divisione per caste. Le accuse di alcuni scrittori

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Il Mahatma Gandhi

Era il 2014 e la scrittrice indiana Arundhati Roy, autrice del romanzo “Il Dio delle piccole cose”, pacifista impegnata, lanciava il sasso di una polemica che incendiò il suo paese. In una serie di dichiarazioni osò infatti scagliarsi contro il padre della patria, l’idolo di milioni di pacifisti di tutto il mondo, considerato nel suo paese alla stregua di una divinità, l’uomo che portò 70 anni fa esatti il suo paese all’indipendenza, nientemeno che il Mahatma Gandhi. La scrittrice chiedeva se era il caso di dedicare università a un personaggio, che secondo lei, era tutt’altro che quel santino dipinto dall’iconografia governativa: “La sua dottrina della non violenza era bastata sull’accettazione di una delle più brutali forme di gerarchia sociale, le caste”. In effetti tutt’oggi gran parte dell’India continua a perpetrare questa indegna classificazione sociale, dove i membri delle caste più alte godono di tutti i favori mentre gli ultimi, definiti intoccabili, muoiono di fame per le strade proprio perché la dottrina indù vuole che non ci si prenda cura di loro neanche toccandoli.

A sostegno delle sue parole la scrittrice citò proprio alcuni scritti di Gandhi, come The Ideal Banghi risalente al 1935 dove si legge che “il compito di un bramino è di occuparsi della pulizia dell’anima, mentre il banghi («intoccabile») si occupa dei corpi della società”, cioè escrementi e cadaveri. Naturalmente ci fu una levata di scudi in cui i sostenitori di Gandhi l’accusarono di essere ignorante e di non conoscere il suo vero pensiero. Oggi la Roy non ha cambiato idea e anzi torna alla carica con un libro pubblicato anche in Italia “Il ministero della felicità suprema” in cui parla delle divisioni settarie che esistono nel suo paese: “Il malinteso più grande è che Gandhi abbia combattuto contro il sistema delle caste. Non è così. Diceva sempre che era il punto più geniale della civiltà Hindu” dice.

Ma non solo: la scrittrice lo accusa di essere stato anche un razzista che odiava i neri, mentre la storiografia ufficiale dice che Gandhi combattè contro la discriminazione razziale in Sud Africa durante il periodo in cui visse lì. Secondo la Roy, Gandhi arrivò a far aprire oltre alle porte riservate a bianchi e neri, una terza porta nell’ufficio postale di Durban riservata agli indiani, perché questi non dovevano mischiarsi con i neri: “Il motivo per cui sedeva nel compartimento dei bianchi è che riteneva che gli indiani non dovessero sedere con i neri”. La Roy non è la sola a pensarla così. Un paio di anni fa due docenti universitari sudafricani pubblicarono un libro in cui erano raccolti frasi peensieri del Mahatma che appaiono scioccanti: per lui gli uomini di coloro erano “selvaggi, primitivi e dediti a una vita indolente e nuda”.

Durante un discorso a Mumbai, nel 1896, Gandhi disse che gli europei di Natal volevano “degradarci al livello dei primitivi la cui unica occupazione è la caccia, e la cui unica ambizione è possedere un certo numero di mucche per comperarci una moglie e poi passare il resto della vita nell’indolenza e nella nudità”. Qualunque sia stata la posizione di Gandhi, è un dato di fatto che l’India è oggi uno dei paesi meno democratici del mondo, dove la maggiorana induista uccide e perseguita i fedeli musulmani e cristiani e dove la divisione per caste è ancora realtà.

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