ATTENTATO BARCELLONA/ Dalla Spagna: solo la compassione per i morti e i feriti ci salva dall’Isis

- Fernando De Haro

A Barcellona un furgone ha seminato la morte sulle Ramblas. Dopo 13 anni il terrorismo è tornato a colpire con violenza la Spagna. Il commento di FERNANDO DE HARO

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I soccorsi dopo l'attentato di Barcellona (Lapresse)

ATTENTATO A BARCELLONA. Ore di morte, di terrore e di paura a Barcellona, la meta turistica più visitata in Europa. Sulle Ramblas, nel centro della città, un furgone investe delle persone, causando una dozzina di morti e ottanta feriti. Poi ore di informazioni confuse e la paura per i terroristi che si sono trincerati. Prima di qualsiasi analisi, occorre un istante di umanità, una preghiera per le vittime, i feriti e le loro famiglie. Un secondo per prendere in considerazione il dolore di ogni persona colpita. Senza questo gesto per prenderci carico della grande sofferenza, il male che i barbari vogliono seminare si espande. La Spagna lo sa bene. Di fronte alla volontà di causare un danno irreparabile da parte di chi guidava il furgone della morte, solamente un gesto di libertà, gratuito, di com-passione per affermare la vita è in grado di reggere la sfida. Le centinaia di donatori di sangue che si sono recati negli ospedali di Barcellona nelle ultime ore l’hanno intuito. A chi versa il sangue si risponde solo con un gesto di donazione.

Sappiamo che abbiamo bisogno di misure di sicurezza più efficaci, di più collaborazione tra le forze di polizia in Europa, di più intelligenza geo-strategica per mettere fine ai santuari che alimentano lo jihadismo, di maggiore e migliore educazione per combattere il radicalismo di gruppi minoritari che abbracciano un nichilismo orfano di identità. Ma tutto questo non sarà sufficiente. Solo una risposta gratuita che affermi la vita è efficace.

La Spagna era stata finora risparmiata dalla barbarie dei violenti che seminano la morte investendo le persone. Tutto è cominciato tredici mesi fa a Nizza, poi ci sono state Stoccolma, Berlino, Parigi e Londra. La polizia si aspettava qualcosa di simile. Il terrorismo jihadista aveva già fatto molti danni 13 anni fa a Madrid, l’11 marzo, causando quasi 200 morti. Ma quel jihadismo, quello di Al Qaeda, è qualcosa di molto lontano. Gli attentati di Atocha furono preparati da una cellula di stranieri agli ordini di uno dei responsabili di un’organizzazione terroristica vertebrata, strutturata, per vendicarsi di alcuni arresti eseguiti in precedenza. Questa è un’altra cosa. Siamo di fronte a un terrorismo che non richiede comandi, né organizzazione, né preparazione preventiva. La polizia spagnola ha ottenuto per molti anni risultati significativi nella lotta contro il terrorismo islamico. Ma né l’esperienza, dopo gli attentati di Madrid nel 2004, né l’attività di polizia intensa che ha permesso di arrestare 200 jihadisti negli ultimi cinque anni hanno impedito che si verificasse un attentato che è molto difficile da evitare. Sebbene l’integrazione dei due milioni di musulmani che vivono in Spagna sia alta, ci sono alcune sacche di radicalismo violento nella provincia di Barcellona, a Ceuta e Melilla (città sul suolo africano) e nell’area metropolitana di Madrid. Coloro che pianificano il dolore possono essere identificati, quelli che non utilizzano alcuna pianificazione sono quasi invisibili.

L’esperienza degli attentati del 2004 non ha evitato agli spagnoli di essere ancora una volta vittime. Ma può servire a ricordarci il grave danno politico e sociale che può causare il terrorismo. Il male si espande in modo sorprendente. E 13 anni fa ha provocato una spirale di divisione e di scontro che è durato a lungo. Alcune persone sostengono, probabilmente in maniera esagerata, che la nazione spagnola che è stata rifondata con la Transizione è stata distrutta dagli attentati di Atocha. Barcellona è stata colpita in un momento in cui il processo indipendentista è in corso e in cui la frattura sociale è evidente. I terroristi hanno reso evidente quanto siamo bisognosi e fragili. La cosa importante è recuperare ciò che ci unisce e non ciò che ci divide.

Quando il terrore colpisce è più che mai necessaria l’unità intorno a quelle cose essenziali che condividiamo, che vogliamo affermare, il valore e la dignità della vita. Non è né il momento di darsi reciprocamente la colpa, né di dare la responsabilità alla comunità islamica. In queste ore di dolore, paura e confusione è urgente recuperare e cercare le ragioni che ci consentano di essere all’altezza della sfida. Nessuno è del tutto al sicuro. Abbiamo tutti bisogno di ragioni, esperienze sufficienti per affrontare un colpo del genere, per sostenere la morte e la sofferenza, per affermare la vita, per far fronte a una minaccia che non scomparirà facilmente.

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