CASO REGENI/ Perché nessuno indaga sui Fratelli musulmani che insegnano a Cambridge?

- Augusto Lodolini

Dell’assassinio al Cairo di Giulio Regeni si è occupata anche la grande stampa internazionale, portando in evidenza le molteplici responsabilità nella tragica vicenda. AUGUSTO LODOLINI

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Giulio Regeni (Foto: LaPresse)

Il lungo articolo del New York Times sulla tragica morte di Giulio Regeni ha attirato commenti soprattutto sulla “notizia” delle informazioni fornite al governo italiano. Secondo Declan Walsh, il giornalista irlandese autore del dettagliato articolo, poche settimane dopo la morte di Regeni l’amministrazione Obama passò informazioni “incontrovertibili” sugli autori del suo rapimento e della sua uccisione, identificati in “funzionari della sicurezza egiziana”. Tuttavia, per coprire le proprie fonti, gli americani non fornirono prove concrete, né precisarono quale delle tre maggiori agenzie di sicurezza egiziane fosse coinvolta nell’omicidio. Nessuna indicazione neppure su chi avesse impartito l’ordine, solo l’asserzione che i vertici governativi, leggi al-Sisi, sapessero tutto.

Queste rivelazioni sono state fatte a Walsh separatamente da ben tre ex funzionari dell’amministrazione Obama, ovviamente anonimi: ecco perché ho virgolettato “notizia”. Suona strano, infatti, che si passino a un giornalista, e in questo modo, informazioni tali da mettere in difficoltà i rapporti tra ben tre Stati. Peraltro, Walsh è ritenuto un giornalista scrupoloso fin dai tempi in cui lavorava per The Guardian in Pakistan, da cui fu espulso per le sue rigorose inchieste. Il governo italiano ha sconfessato la notizia, ma se fosse vera, non rimane che pensare a “rivelazioni” dirette a esercitare pressioni sul governo italiano, proprio nel momento in cui decide di inviare il proprio ambasciatore al Cairo.

Alla fine della sua analisi, Walsh afferma che l’inchiesta giudiziaria si è ormai trasformata in un “teatro” politico e cita gli incontri con Angela Merkel e Donald Trump come una riabilitazione di al-Sisi, alle spalle di Giulio Regeni. E continua collegando il ritorno dell’ambasciatore italiano alla prossima messa in attività del giacimento di gas di Zohr e ai relativi interessi dell’Eni. Walsh sottolinea il ruolo di diplomazia parallela svolto dall’Eni e i forti rapporti di interscambio commerciali tra Egitto ed Italia, che ha continuato a vendere al Cairo armamenti e sistemi di sorveglianza, anche quando “continuavano ad emergere prove di violazione dei diritti umani”.

Walsh cita gli interrogativi che si è posto Yezid Sayigh, del Carnegie Middle East Center di Beirut, non solo sul fatto che torturare e uccidere uno straniero non sembrerebbe una buona idea per le autorità egiziane, ma sulla “sepoltura” del corpo in un luogo in cui era facile ritrovarlo e che sia stato ritrovato proprio durante la visita di una delegazione italiana di alto livello. La notizia del ritrovamento del corpo di Regeni fu infatti comunicata al nostro ambasciatore, Maurizio Massari, durante un ricevimento all’ambasciata in occasione della visita di una delegazione di imprenditori italiani guidata dall’allora ministro Federica Guidi. Massari fu anche il primo a vedere il corpo martoriato del ricercatore italiano e, almeno secondo Walsh, tutto ciò portò a una grave crisi per l’ambasciatore, anche sul piano personale. Massari fu poi richiamato “per consultazioni” lo scorso aprile, per venire poi nominato, un mese dopo, rappresentante permanente presso l’Ue, in sostituzione di Carlo Calenda, appena nominato ministro dello Sviluppo economico. Contemporaneamente è avvenuta la nomina come nuovo ambasciatore al Cairo di Giampaolo Cantini, da quel momento però rimasto a Roma.

Ci si potrebbe forse chiedere se questo comportamento abbia mandato segnali chiari al governo egiziano, o se abbia invece comunicato incertezza del nostro governo sull’atteggiamento da tenere nei confronti dell’Egitto. Rimane il fatto che l’assenza di un nostro ambasciatore sul campo non ha portato ad alcun miglioramento nelle indagini, peggiorando però le relazioni con un governo determinante anche su un altro fronte importante per l’Italia, quello libico.

La lettura dell’articolo porterebbe alla conclusione che Claudio Regeni sia stato assassinato da uno dei servizi di sicurezza egiziani, parte di una lotta di reciproco screditamento tra le varie agenzie. Difficile provare il coinvolgimento diretto dei vertici dello Stato, ma al-Sisi non si può comunque permettere di sconfessare pubblicamente nessuno dei suoi servizi segreti. Non è neppure escluso che si sia voluto mettere in difficoltà lo stesso presidente, poi costretto a coprire la serie di goffe e imbarazzanti versioni fornite dalle varie autorità egiziane. 

Rimane peraltro confermata la natura non solo autoritaria ma brutale del regime militare e l’opacità dei suoi comportamenti. L’assassinio di Regeni, come altri casi pur meno gravi di maltrattamento di stranieri, suona anche come preciso invito agli stranieri a non occuparsi delle questioni interne egiziane. Un atteggiamento, a quanto pare, condiviso da molti cittadini preoccupati che interferenze esterne possano aggravare i problemi di un Paese già alle prese con il terrorismo interno e un’economia pericolante. Si è venuta così a creare una pericolosa paranoia nei confronti degli stranieri, forse utile al regime ma non certo al Paese.

Un altro aspetto della vicenda riguarda le possibili responsabilità dell’Università di Cambridge, per conto della quale Regeni era al Cairo. In un altro esteso articolo a firma Alexander Stille apparso lo scorso ottobre sul britannico The Guardian, si evidenziano le difficoltà dei magistrati italiani ad ottenere la collaborazione all’inchiesta delle autorità universitarie. La referente di Regeni a Cambridge era Maha Abdelrahman, professoressa egiziana già docente nell’Università Americana del Cairo, netta oppositrice del regime militare e ritenuta vicina alla Fratellanza musulmana. Sua pare essere stata l’idea di proporre a Regeni una ricerca sul sindacato dei venditori ambulanti, noto per essere “infestato” da informatori dei servizi di sicurezza. Uno dei responsabili del sindacato, con cui Regeni aveva stretti contatti, finì infatti per denunciarlo alle autorità, poche settimane prima della sua scomparsa.

Sembra impossibile che la professoressa Abdelrahman non si sia resa conto del pericolo che stava correndo il ricercatore italiano e non abbia preso qualche contromisura, come un temporaneo rientro o, almeno, una temporanea sospensione delle interviste, o quanto meno una segnalazione al nostro consolato. Lo stesso Regeni non si sentiva più sicuro e aveva chiesto al Manifesto di pubblicare sotto pseudonimo l’articolo che aveva inviato. Lecito quindi pensare a una responsabilità morale dell’università, che spiegherebbe la sua reticenza a collaborare con gli inquirenti italiani.

L’assassinio di Giulio Regeni non è quindi imputabile solo ai feroci esecutori: Regeni è rimasto vittima inconsapevole di un gioco ben più ampio di lui, che coinvolge governo e opposizione egiziani e tutte le potenze esterne che mirano a condizionare la politica e l’economia dell’Egitto.

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