SCENARI/ La “fine del secolo americano” e la cura sbagliata del Pentagono

- Carl Larky

Il “Secolo Americano” sta finendo molto prima della sua scadenza naturale e, per il Pentagono, lo stop al declino Usa può venire solo dal rafforzamento dell’apparato militare. CARL LARKY

donald_trump_6_bandiera_lapresse_2017
Donald Trump (Lapresse)

Il Secolo Americano, “The American Century”, sta terminando molto prima della sua scadenza naturale, almeno secondo diversi commentatori. Per l’inglese The Guardian la fine del suddetto “secolo” inizia con il ritiro dall’Accordo di Parigi sul clima voluto da Donald Trump. Giudizio condiviso su Die Welt da Hans Joachim Schellnhuber, fisico del Potsdam-Institut für Klimafolgenforschung e consulente del governo federale tedesco, secondo il quale quella decisione ha posto fine al Secolo Americano e potrebbe dare inizio al Secolo Cinese.

“The American Century” è il titolo di un articolo dell’editore Henry Luce pubblicato su Life nel febbraio del 1941, in cui perorava l’entrata in guerra degli Stati Uniti contro la barbarie nazista. Luce indicava anche la “missione” degli Stati Uniti: espandere e difendere in tutto il mondo i valori della libertà e della democrazia. Con il disfacimento dell’Unione Sovietica, la cosiddetta Pax Americana sembrava aver raggiunto il suo apice e gli Stati Uniti, rimasti unica superpotenza, potevano portare a compimento il Secolo Americano. La storia si sta evolvendo in altro modo e non certo a causa dei pochi mesi di governo di Trump.

Una ricerca del 2008 a cura dell’Università della Georgia faceva iniziare la crisi dalla politica estera neocon sotto la presidenza di George W. Bush, con le guerre in Afghanistan e Iraq. Una tesi simile è sostenuta da Alfred McCoy, professore di storia all’Università di Wisconsin-Madison, in un suo libro di prossima uscita. McCoy vede nell’invasione dell’Iraq del 2003 l’inizio della fine del Secolo Americano, considerando Trump solo una conseguenza, per quanto rilevante, della decadenza americana, di cui fissa il culmine attorno al 2030. Un declino dal quale sta traendo e sempre più trarrà vantaggio la Cina, insieme a Russia, India e, perfino, Iran.

In un’intervista a The Intercept, McCoy descrive la corrosione dei pilastri alla base del potere globale americano. E cita la Nato in crisi, anche per la posizione critica assunta da Trump, il continuo affievolirsi delle alleanze nell’area del Pacifico, il probabile declino del dollaro come moneta base dell’economia mondiale. Sul piano interno, denuncia l’insufficiente sviluppo delle infrastrutture e il progressivo decadimento del livello dell’istruzione dei giovani americani. Un grave problema questo, foriero di una diminuzione delle capacità di creazione e innovazione, negativa per l’economia in generale e, soprattutto, per quella tecnologia militare essenziale a un Paese che vuole guidare il mondo. Il punto decisamente critico, secondo McCoy, è che in tutte queste aree la Cina sta progredendo notevolmente ed è destinata a mettere in secondo piano gli Stati Uniti.

A conclusioni simili perviene anche un rapporto del Pentagono uscito lo scorso giugno e intitolato “At Our Own Peril: DoD Risk Assessment in a Post-Primacy World” (A nostro proprio rischio: Valutazione del Dipartimento della Difesa dei rischi in un mondo post supremazia). Post-Primacy World definisce un mondo in cui gli Stati Uniti non sono più la sola superpotenza e senza interventi urgenti e di fondo la stessa attuale superiorità militare americana verrà messa in discussione. Il rapporto riconosce esplicitamente che l’ordine mondiale imposto dagli Stati Uniti nei vent’anni dopo il dissolvimento dell’Urss sta collassando. I fattori principali sono la sempre maggiore forza di Stati come la Cina e la Russia, l’estendersi degli effetti delle cosiddette Primavere arabe e una generale “resistenza all’autorità” che sta minacciando un numero sempre più grande di Stati.

Il principale rimedio alla decadenza degli Stati Uniti viene individuato, abbastanza ovviamente, in un rafforzamento del loro apparato militare. Esso dovrà però essere più ampio e flessibile e pare di capire che questa flessibilità dovrebbe comportare anche una certa autonomia decisionale del Pentagono. Il potere politico americano avrebbe così l’opportunità di dettare le proprie condizioni nelle dispute internazionali o quantomeno di influenzarle in modo significativo. Utilizzando, ove necessario, la esplicita minaccia di scatenare il proprio potenziale bellico.

In questa luce è molto interessante come il documento affronta la questione dei rapporti con Russia e Cina, definite “forze revisioniste”, si intende dell’ordine mondiale guidato dagli Usa. I loro tentativi di affermarsi mettendo in discussione questo “ordine” li porta ad ottenere vantaggi a spese degli Stati Uniti e dei loro alleati. Russia e Cina sono perciò una minaccia comunque, in quanto concorrenti, anche indipendentemente dalla possibilità di una loro aggressione militare.

Si può quindi condividere la conclusione del giornalista inglese Nafeez Ahmed alla fine di una lunga analisi del rapporto: la difficoltà ad ammettere le responsabilità che la politica americana e le sue esplicitazioni militari hanno nella creazione della situazione che ora lo stesso Pentagono denuncia. Non solo: quell’imperialismo americano un tempo denunciato da comunisti e terzomondisti, ma negato con sdegno da Washington, ora viene proclamato e auspicato esplicitamente dallo stesso Pentagono.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori