I DAZI DI TRUMP/ La scommessa sul lavoro dietro la narrazione del populismo

- Paolo Annoni

La decisione di Trump di introdurre dazi all’importazione di lavatrici e pannelli solari da Cina e altri Paesi asiatici fa molto discutere. Il commento di PAOLO ANNONI

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Donald Trump (Lapresse)

La decisione di Trump di introdurre dazi all’importazione di lavatrici e pannelli solari da Cina e altri Paesi asiatici ha bucato la cerchia ristretta degli addetti ai lavori. Sarebbe una decisione populista che mina il libero commercio e potenzialmente anche le esportazioni italiane ed europee. Sotto la presidenza di Obama, in realtà, si è assistito a provvedimenti del tutto simili, per esempio sull’importazione di acciaio, e come minimo, si può dire che la preoccupazione di tutelare alcuni segmenti produttivi non sia una prerogativa di Trump. Francia e Germania spingono in queste settimane per impedire che aziende cinesi mettano le mani su alcune imprese tecnologiche “europee”; non è molto diverso perché il timore è che le esportazioni, dall’Europa, poi finiscano sostituite da produttori, cinesi, che hanno vantaggi di costo irreplicabili. Il cuore del problema è difendere i posti di lavoro presenti e futuri.

L’America ha un deficit commerciale pauroso; importa non solo lavatrici e pannelli solari, ma anche telefoni, computer, ecc. Questo modello dura da decenni, ma mostra la corda. La questione è più semplice di quello che può sembrare. Il modello economico in cui negli Stati Uniti, e nei Paesi avanzati, rimangono le figure di alto livello, ma la produzione fisica è delocalizzata nei Paesi in via di sviluppo, comincia a mostrare la corda. Non ci sono abbastanza posti da ingegnere nella Silicon Valley o a Wall Street per impiegare dignitosamente cento milioni e passa di americani e infatti la differenza tra il primo 1% della popolazione americana e il resto sale ininterrottamente dagli anni ‘80 senza ritracciamenti né sotto le presidenze repubblicane, né sotto quelle democratiche. Alla fine del 2014, al termine del sesto anno della presidenza Obama, il presidente della Fed Yellen sosteneva che la disuguaglianza negli Stati Uniti fosse ai massimi degli ultimi 100 anni. Il problema, in sostanza, è relativo alla struttura profonda dell’evoluzione del sistema economico americano.

La globalizzazione e il libero scambio “funzionano” migliorando le condizioni dei lavoratori dei Paesi poveri se le regole sono uguali per tutti. Se in un Paese in via di sviluppo i diritti dei lavoratori non esistono, lo Stato interviene a piè di lista per ripagare le perdite e le regole anti-inquinamento sono una leggenda l’unico risultato è quello di mettere fuori mercato la grande maggioranza di lavoratori americani che si ritrovano a vendere panini o a stirare le camicie agli ingegneri californiani o ai finanzieri di New York. Questi ultimi saranno sempre favorevoli a una globalizzazione fatta in questo modo perché i margini sui beni prodotti in Cina e venduti in America sono colossali.

Torniamo un secondo all’Europa. Le imprese europee fanno i bilanci con le esportazioni in America grazie a un cambio artificialmente svalutato e grazie a salari tenuti bassi dalle politiche di austerity. Il contraltare di queste politiche sono intere aree europee con la disoccupazione ben oltre le due cifre; in America queste politiche si traducono in perdita di posti di lavoro. Difendere l’austerity e i limiti all’indebitamento, in Europa, beneficiando del mercato americano dove il debito pubblico su Pil è aumentato di quasi il 70% in dieci anni e dove l’austerity è solo una parola esotica, è solo ipocrisia.

L’introduzione di dazi su certe produzioni conduce sicuramente a una rottura dello status quo, ma allo stesso tempo a una normalizzazione dei rapporti commerciali e alla riduzione di squilibri ormai insostenibili. Trump stesso è, in un certo senso, il prodotto ultimo di un sistema che ha messo ai margini e che non riesce a includere la classe media americana; perché in quel sistema si sono persi tantissimi posti di lavoro medi, mediamente pagati con sicurezze sociali decenti. Quei posti di lavoro si sono trasformati in occupazione sottopagate e senza diritti dall’altro capo del pianeta.

Possiamo anche chiudere la pagina sul problema aggiungendolo all’ampia casistica dei populismi, ma la questione della disuguaglianza finita nei discorsi di Janet Yellen, una figura molto lontana dal populismo, rimane. E con essa tutti i suoi effetti economici e politici. Proporre come soluzione esclusiva i lavori altamente qualificati è un’ottima soluzione solo per una piccola percentuale della popolazione.

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