TERZA GUERRA MONDIALE/ Perché Trump soffia sul rischio di uno scontro nucleare tra Israele e Iran?

- Carl Larky

Parlando di rischio di conflitto nucleare si pensa subito alla Nord Corea, ma un incidente catastrofico è possibile anche in altre aree di tensione tra potenze nucleari. CARL LARKY

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Trump e l'attesa in Siria (LaPresse)

Nell’intervista sull’aereo che lo portava in Cile, il Papa ha richiamato il rischio di una guerra nucleare e ha esortato a eliminare gli armamenti nucleari. Un’esortazione tuttora necessaria nonostante il Trattato di non proliferazione nucleare, promosso da Stati Uniti, Urss e Regno Unito ed entrato in vigore nel 1970. Le altre due potenze nucleari, Francia e Cina, si aggiunsero nel 1992 e ora i firmatari ammontano a 190.

Scopo principale del Trattato è di evitare l’aumento del numero degli Stati con armamento nucleare, così da ridurre le probabilità di incidenti e conflitti. L’altro obiettivo enunciato, il totale disarmo come chiesto dal Papa, ha portato a una considerevole riduzione delle testate nucleari, la cui consistenza è peraltro ancora valutata in circa 15mila unità, inclusi ordigni disattivati o in via di dismissione. Secondo queste stime, la Russia avrebbe 7mila testate, seguita dagli Usa con 6.800 e, a distanza, da Francia (300), Cina (270) e Regno Unito (215). Le testate attive sono stimate in alcune migliaia, concentrate tra Russia e Stati Uniti. A questi si aggiungono quattro Stati “nucleari” che non hanno aderito al Trattato: Pakistan e India (con più di 100 testate ciascuno), Israele (con un’ottantina) e Corea del Nord, cui vengono attribuite alcune decine di ordigni.

Al di là delle azioni intenzionali, resta quindi ampia la possibilità di incidenti causati da errori tecnici o umani, soprattutto tenendo conto della multipolarità che caratterizza il mondo attuale. Durante la Guerra fredda, la deterrenza derivante dal possesso di armi atomiche evitò lo scontro nucleare tra i due blocchi. L’attuale pluralità di attori porta con sé il rischio che la deterrenza divenga giustificazione per l’opzione nucleare, come difesa di fronte a minacce, reali o presunte, di avversari già dotati di queste armi.

Un esempio, non tranquillizzante per le continue tensioni tra i due Paesi, è dato da India e Pakistan. Il programma nucleare del Pakistan è iniziato nel 1972, dopo la sconfitta nella guerra contro l’India, e rappresenta una risposta, in termini di deterrenza, ai programmi nucleari indiani. Questi erano iniziati una decina di anni prima, in conseguenza, a loro volta, di una guerra di frontiera con la Cina.

Simile dinamica si può riscontrare nella contrapposizione tra Israele e Iran. I programmi atomici di Israele sono iniziati alla fine degli anni Cinquanta e, malgrado il segreto che li avvolge, è pensabile abbiano dotato il Paese di armamenti nucleari molto aggiornati. Ciò non è bastato a evitare guerre convenzionali con gli Stati arabi, ma hanno costituito una possibile arma esiziale di contrattacco in caso di sconfitta sul campo. Una controffensiva resa inutile dall’esito favorevole a Israele di queste guerre, ma per questo non meno pericolosa. Israele è l’unico nella regione con armi nucleari, avendo distrutto, attraverso attacchi aerei mirati, le centrali nucleari ritenute pericolose, come in Iraq nel 1981 e in Siria nel 2007. Simili operazioni contro siti nucleari iraniani sarebbero più difficili, ma Israele potrebbe ricorrere al lancio contro l’Iran di missili a testata nucleare, con elevatissimi rischi di una guerra totale. In questo quadro, non è del tutto incomprensibile che, a sua volta, l’Iran senta necessario disporre di un deterrente nucleare. L’unica via per depotenziare il conflitto fra Tel Aviv e Teheran è quella diplomatica e risulta inspiegabile l’opposizione di Trump all’accordo sul nucleare raggiunto da Obama, con la fondamentale sponsorizzazione di Putin.

Un altro aspetto della questione è messo in rilievo dal conflitto con la Corea del Nord, i cui programmi nucleari risalgono agli anni Sessanta. Pyongyang è uscita dal Trattato di non proliferazione nel 2003 e da allora ha accelerato la sua marcia verso gli armamenti nucleari. L’aspetto, però, rilevante è l’aumento del raggio d’azione dei missili, cioè dei vettori delle testate nucleari, che mettono ora nel mirino non solo i Paesi vicini, ma gli stessi Stati Uniti. Anche per Pyongyang la deterrenza è data dalla possibilità di contrattaccare sul suo territorio l’eventuale aggressore, in questo caso gli Stati Uniti. Il che non esclude del tutto un atto folle da parte del dittatore nordcoreano.

A tutto questo si aggiunge l’enorme aumento della potenza degli ordigni, soprattutto con il passaggio al termonucleare. Le attuali bombe H hanno un potenziale distruttivo almeno mille volte superiore a quello delle bombe sganciate su Hiroshima e Nagasaki. Questa elevata potenza distruttiva apre a scenari apocalittici e, di fatto, riduce l’uso delle armi termonucleari a una reazione di “secondo tempo”, rappresaglia per un attacco nucleare subìto.

Ed ecco l’ultimo sviluppo: ordigni a “bassa potenzialità” da utilizzare preventivamente, in un “primo tempo”. E’ particolarmente preoccupante che questo uso preventivo di ordigni nucleari sia prospettato in una bozza di rapporto del Pentagono (“2018 Nuclear Posture Review”) attualmente in discussione alla Casa Bianca, secondo l’Huffington Post che ne ha pubblicato una versione. La bozza è probabilmente una risposta alla richiesta di Trump di aumentare il potenziale nucleare degli Stati Uniti.

Il Papa dovrà purtroppo aspettare a lungo prima di veder esaudita la sua esortazione. E noi tutti con lui.

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