TRUMP A DAVOS/ L’allarme in codice di Donald sulla Cina

- Giulio Sapelli

Donald Trump ha parlato a Davos, spiegando che gli Stati Uniti non intendono isolarsi. Nelle sue parole c’è un chiaro allarme nei confronti della Cina, spiega GIULIO SAPELLI

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Donald Trump (LaPresse)

Non si parlerà mai abbastanza della riflessione di Graham Allison sulla Thucydides Trap, ossia sul gioco perverso di sfida, risposta alla sfida, mutua diffidenza e aggressione iniziale per impedire di essere aggrediti che conduce ai conflitti, a partire dalle guerre del Peloponneso fino alla sfida tra Russia e Giappone nel Mar della Cina e in Manciuria all’inizio del Novecento e dopo la Prima guerra mondiale con la provocazione che la crescita marittima tedesca gettò in viso al Regno Unito, così da scatenare inutili stragi a ripetizione, per finire con Pearl Harbour. Tutto inizia da quando una potenza dominante, già in declino, vede nell’emergere di un’altra potenza, che cresce economicamente e si arma, una sfida non solo al suo dominio nel mondo, ma alla sua stessa esistenza. 

Ascoltando il discorso di Trump a Davos, mi sono ricordato delle parole che Eric Rowe scrisse a un Edoardo VII, pieno di ammirazione verso la Germania e cugino primo del Kaiser, cercando di convincerlo che, fino a quando la Germania rimaneva una potenza continentale, grazie alla Russia e alla Francia, la si sarebbe potuta contenere, ma se avesse continuato a costruire cannoniere, ebbene allora la stessa esistenza del Regno Unito sarebbe stata in pericolo. Erano gli anni tra Otto e Novecento e Rowe se ne intendeva, con una moglie tedesca, una cultura profondissima e una sprezzatura aristocratica che usava in diplomazia in modo impagabile. Per fortuna trovò ascolto nel 1911, quella voce, allorché in quell’anno Churchill divenne Lord dell’Ammiragliato e armò di nuovi cannoni le fregate inglesi e usò il petrolio al posto del carbone. Il Regno Unito era già salvo. 

Oggi mi è venuto di nuovo in mente Allison e soprattutto che Trump potrebbe essere il nuovo Edoardo VII, che non era un genio diplomatico ma che a differenza di ciò che farà un suo successore, Edoardo VIII, bieco filonazista (che ancora Churchill costrinse a dimettersi), ascoltava i suoi consiglieri. In fondo Trump ha detto cose solo apparentemente contraddittorie e che per certi versi sono già accadute. Vuole il libero commercio? Nessuno lo ha abolito, infatti il commercio mondiale ha ripreso anche se lentissimamente a crescere. Ma lo vuole però equo. Ma tutti lo vogliono equo e tutti hanno punti di vista diversi su cosa sia l’equità, perché tutti, da quando la globalizzazione ha cominciato a non correre più spedita, hanno posto il principio nazionale innanzi a tutto, e infatti di accordi multilaterali non se ne firmano più da ben prima dell’arrivo di Trump, sostituiti da una miriade di accordi bilaterali. 

Del resto, come ci ha insegnato il Premio Nobel Paul Krugman, peraltro accanito democratico, lo scambio mondiale di merci non si fa tra stati e stati, ma soprattutto tra imprese e imprese. Non a caso le vecchie tariffe daziarie vengono sempre più sostituite da una sconfinata serie di standard tecnici. America first è diventato un coro internazionale, ma tutti gli altri hanno perso la voce. L’Unione europea, poi, è una gabbia di mostri ipocriti, senza voce. Pensate all’accordo con il Canada, detto Ceta, che ci si è inventato per sostituirlo all’obamiano accordo transatlantico, cancellato da Trump. Il Consiglio europeo si è affrettato ad approvarlo, l’accordo con il Canada, ma senza conseguenza pratica alcuna, perché le vie dell’applicazione devono essere indicate, udite! udite!, dai Parlamenti nazionali! Quindi la Merkel (Deutschland über alles) , Macron (La France en marche), Gentiloni (L’Italia avanti a tutti), ecc., devono uscire dalle secche di un pensiero unico che nasconde quello che è il vero problema: il grido d’allarme che Trump ha lanciato, senza nominarla, nei confronti della Cina, che ha indicato come la vera minaccia a un commercio equo e solidale. 

Chi può dire che non abbia ragione? Solo gli ipocriti. Pensate alle migliaia di soldati cinesi acquartierati nella base di Gibuti, alle provocazioni dei cinesi nei mari della Cina del sud, contro tutti gli stati confinanti e capirete di che cosa in verità si tratta. I bevitori di champagne a Davos ballano sul Titanic. Il rozzo miliardario sessuomane, dalle rosse cravatte orribili che tutti imitano, parla di una realtà minacciosa che può portare il mondo alla guerra, se nessuno lo ascolta e lo aiuta a non sentirsi solo. 

Quel dire che l’America non vuole essere alone, cioè sola, ha un che di drammatico ed esprime l’angosciosa contraddizione dell’Occidente. Era la stessa contraddizione che opprimeva il raffinatissimo Eric Rowe, che aveva ben previsto la tragedia immane che ci attendeva. Anche se un gentiluomo preferisce Rowe a Trump, non per questo non deve dare un senso, un significato, ai suoi ululati.

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