(aggiornato) VISTI DA LIMA 4/ Ciò che unisce (veramente) i popoli

È diverso il mondo, visto da Lima. Anzitutto Lima stessa. Noi ne abbiamo solo un’idea molto vaga, perché del Perú in Europa quasi non si parla. Reportage di PAOLO MUSSO

28.10.2018 - Paolo Musso
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Immagine presa dal web

Una delle più grandi soddisfazioni – o, più esattamente, una vera e propria liberazione – che mi dà venire in Perù è potermi di nuovo godere il calcio. Qui infatti l’impresentabile tribù di pseudoesperti saccenti, guitti senza nessun senso dell’humor, oche isteriche incompetenti, provocatori prezzolati e sedicenti geni incompresi e rancorosi, che ormai da anni ha reso inguardabili le nostre trasmissioni pallonare, è del tutto assente – o, per meglio dire, è semplicemente inconcepibile. E non perché la passione sia minore che da noi, anzi, tutto al contrario: basti dire che ci sono intere reti che trasmettono calcio tutto il giorno, tutto in chiaro e tutto assolutamente gratis. Ma il fatto è che qui la passione prevalente è ancora l’amore disinteressato per la bellezza del gesto atletico in se stesso anziché lo spirito di fazione che domina da noi: e il fatto che il tifo per la propria squadra del cuore sia accesissimo testimonia soltanto vieppiù la grandezza smisurata di tale amore disinteressato, che nonostante tutto riesce a prevalere su ogni considerazione di parte.
Il primo aspetto fa sì che il calcio locale sia seguitissimo anche qui in Perù, paese di gloriose tradizioni che però da molti anni sta attraversando una crisi apparentemente senza fine (anche se la Coppa America appena conclusa con un ottimo terzo posto e soprattutto un netto salto di qualità nel gioco ha riacceso un po’ di speranza). Il secondo invece fa sì che si guardino con altrettanta passione anche i campionati stranieri, soprattutto quelli europei, semplicemente per il gusto di veder giocare bene al calcio. E per la stessa ragione il gioco viene considerato con grande rispetto: in particolare, ESPN Deportes, un’emittente argentina che trasmette in tutto il continente, ha giornalisti specializzati per ciascuno dei principali campionati europei (che non vuol dire solo Italia, Spagna e Germania, ma anche, per esempio, Grecia, Russia e Turchia). Ed è un vero piacere vederli discutere pacatamente le rispettive tesi, senza urlare, senza interrompersi, ascoltandosi l’un l’altro, argomentando con precisione e soprattutto dimostrando di conoscere a fondo regolamento, tecnica e tattica di gioco, con una competenza che i nostri ormai da tempo hanno dimenticato. Per la cronaca, l’esperto della nostra Serie A è il mitico Vito De Palma, un italiano trasferitosi giovanissimo in Argentina che potrebbe tranquillamente insegnare a Coverciano, altro che le lavagnette elettroniche zeppe di ridicoli effetti speciali delle nostre Domeniche Sportive: ho capito di più del modo di giocare della Juventus ascoltando lui che tutti i giornalisti italiani messi insieme. Né mancano le conduttrici donne, spesso anche molto belle (soprattutto le argentine: da questo punto di vista il Perù lascia un po’ a desiderare, purtroppo): ma anche loro dimostrano sempre di essere lì innanzitutto per la loro professionalità e competenza.

E ormai il risultato di questa diversa cultura sportiva si comincia a vedere anche nel gioco: da tempo, infatti, i campioni nascono quasi tutti in Sudamerica, dove gli si permette ancora di dare libero sfogo alla fantasia e al gusto per la bella giocata fine a se stessa, anziché asfissiarli di tattica fin da bambini. La perdurante superiorità del calcio europeo non deve trarre in inganno: essa dipende ormai unicamente dal fattore economico e organizzativo e infatti vale soltanto più a livello di club, dove peraltro quelli che dominano sono quasi tutti guidati da giocatori sudamericani. Ma non è per caso che agli ultimi due Mondiali nei quarti di finale, dopo diverse edizioni in cui ci arrivavano solo Brasile e Argentina, ci sono state ben quattro sudamericane. E se nel 2014 non si è avuto un loro dominio schiacciante è stato soltanto per tre fattori imponderabili che i pseudo-esperti di casa nostra, persi nella loro acritica esaltazione germanofila, nemmeno hanno notato: primo, perché il caso le ha ammucchiate quasi tutte dalla stessa parte del tabellone a scannarsi tra di loro; secondo, perché il Brasile è uscito dal campo sotto choc insieme a Neymar per non farvi più ritorno, almeno con la testa; e terzo, perché l’Argentina ha sbagliato quattro-volte-quattro con l’uomo solo davanti al portiere nella finale contro la “grande” Germania, che ha tirato solo due volte in porta e della quale solo uno o due giocatori al massimo sarebbero stati titolari ai tempi di Rummenigge, come ha detto anche uno dei pochi veri geni della panchina, Bora Milutinovic. Perciò non illudiamoci: a meno di una profonda inversione di tendenza, di cui per ora non si vede traccia, il massacro è solo rimandato.
Ma dalle vicende del calcio in Sudamerica si può trarre anche un insegnamento più profondo (ammesso e non concesso che l’importanza della fantasia e della creatività per il successo, anche economico, di un’impresa non sia già di per sé una lezione preziosa).
È evidente infatti che i paesi dell’America Latina sono attualmente più lontani di quelli europei da una possibile integrazione. Solo per fare un esempio, pochi anni fa sul Comercio, il principale quotidiano di Lima, solitamente molto equilibrato e pacato (a proposito: avercene, in Italia, di giornali così!), uscì una serie di articoli che invitavano il governo a fare ingenti investimenti militari per tenere a bada “la potenza del Sud”, descritta con accenti che facevano pensare più a Mordor che al Cile, il “nemico storico” con cui in quel periodo si era riaccesa una plurisecolare controversia circa il confine tra le rispettive zone di pesca (che detto così fa ridere, ma in passato aveva già causato una guerra estremamente sanguinosa). Più in generale, il patriottismo, che spesso tende a degenerare in nazionalismo, è ancora molto forte un po’ ovunque. Delle interferenze del regime chavista negli affari interni degli altri paesi e del diffondersi in diversi di essi delle “democrazie autoritarie” bolivariane abbiamo già detto NELLO SCORSO ARTICOLO. E della pluridecennale dittatura castrista (che tale è ancora, nonostante le recenti aperture) non c’è molto da dire perché si è già detto tutto. Ciononostante, è verosimile che quando questi residui di un passato che non vuol passare verranno finalmente superati l’integrazione del continente avverrà molto più rapidamente, profondamente e facilmente che da noi: e questo si vede proprio dal calcio e, più in generale, dallo sport.

Infatti, se è vero quello che ho detto prima sulla tendenza “ecumenica” ad apprezzare il gesto sportivo in sé, da chiunque venga compiuto, è altrettanto vero che nelle competizioni internazionali quando i campioni del proprio paese vengono eliminati c’è una tendenza istintiva dei sudamericani a tifare per gli altri sudamericani rimasti in gara, come invece non succede da noi con gli altri europei. Anzi, per essere più precisi (e più onesti), bisogna riconoscere che, nonostante i tanti bei discorsi edificanti che vengono fatti al proposito, da noi nessuno pensa realmente ai cittadini degli altri paesi come ad “altri europei”, ma come a francesi, inglesi, tedeschi, spagnoli, italiani, polacchi, ungheresi, ecc. E la ragione si capisce immediatamente guardando una trasmissione sportiva come quelle della ESPN.
Al di là del miglior livello qualitativo, cos’è infatti che ne permette la diffusione in tutto il continente, a differenza delle nostre? La risposta è semplice: la lingua. Questo è però solo un aspetto di un fatto ben più generale: che in tutta l’America Latina si parli spagnolo fa sì che un suo abitante, dovunque vada e indipendentemente da qualunque altro fattore, si senta sempre “a casa”, cosa che invece da noi non succede, né mai succederà, perché una lingua comune non si inventa a tavolino, ma è il frutto della storia.
Si badi che non si tratta innanzitutto di una questione di cultura, ma proprio di comunicazione. Per quanto bene si possa imparare una lingua, infatti, ben difficilmente si arriverà ad esprimersi in essa esattamente come nella propria: ci si potrà forse riuscire nelle discussioni tecniche e professionali, ma quasi mai per quanto riguarda gli aspetti più personali, come i sentimenti, le battute di spirito, le imprecazioni, le riflessioni esistenziali, insomma tutto ciò che ci permette di comunicare noi stessi e quindi di sentirci davvero “a casa nostra”. Figuriamoci poi cosa può succedere quando le lingue da imparare sarebbero più di venti, come nella attuale UE. Questo è un aspetto che fin qui è stato quasi completamente trascurato, mentre a me pare assolutamente decisivo. E forse, approfittando della attuale crisi, ormai evidente a tutti, sarebbe opportuno cominciare a chiedersi se per il nostro continente non sarebbe migliore un modello di integrazione un po’ meno stringente (ovviamente ancora tutto da inventare), che permettesse a tutti di sentirsi sì cittadini dell’Europa, ma non in quanto “europei”, bensì in quanto francesi, inglesi, tedeschi, spagnoli, italiani, polacchi, ungheresi, ecc. Forse questo consentirebbe anche di dare una risposta migliore ai rinascenti nazionalismi, che sono certo gretti e ottusi, ma non sono del tutto privi di ragioni.
Così, almeno, appare oggi l’Europa vista da Lima.

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