VISTO DAGLI USA/ Se la lotta al razzismo scade nel…razzismo

- Riro Maniscalco

RIRO MANISCALCO dice la sua sulle quote universitarie obbligate per le minoranze etniche: “Tutti uguali, con qualcuno più uguale degli altri per rimediare agli errori del passato”

statiuniti_giustizia_washingtonR439-2
Immagini di repertorio (Infophoto)

L’altro giorno la Corte Suprema ci ha detto che quando si tratta di iscriversi all’Università la razza non c’entra. Appartenere a una “minority” non è motivo adeguato per ricevere facilitazioni.  Questo significa – per voi che magari non lo sapevate – che fino a ieri queste facilitazioni esistevano. Ad esempio, appartenendo a una minoranza sarei riuscito ad entrare in una certa scuola anche con un esame d’ammissione meno brillante di quello di un “uomo bianco”. Giusto?

Libertà, uguaglianza e fratellanza – cosi dicono i Francesi dal tempo della loro rivoluzione. Cosi, certe più certe meno, dicono tutte le Costituzioni di tutti i cosiddetti paesi civili. In questi anni recenti di “immigrazione indesiderata” i paesi europei si trovano costretti a riconsiderare una serie di principi civili ritenuti ovvi, scontati. Siamo davvero tutti liberi, uguali e fratelli? Anche quelli che s’infilano nel nostro paese contro la nostra volontù? E cosa vuol dire trattare tutti allo stesso modo? Come sanno bene madri e padri che amano i loro figli, non c’è più grande ingiustizia che trattare le proprie creature tutte allo stesso modo, perchè sono diverse. Pensate semplicemente a chi vuole essere coccolato e chi no. Funzionano cosi anche le società civili? E come si fa’ ad applicare il ragionevolissimo principio secondo cui “Eguaglianza” è il trattamento uguale degli uguali e diverso dei diversi?

L’America vive un problema analogo a quello dell’Europa, e come l’Europa fatica a trovare una risposta adeguata. Nonostante tanto parlarne l’attesissima riforma sull’immigrazione sembra ancora di là da venire. Sistematicamente appaiono sulla stampa storie di deportazione, storie di bravi cittadini che vivono un’onesta vita da bravi cittadini, solo che cittadini non sono. Essendo “bravi”, ma non essendo “cittadini”, se scoperti vengono rispediti al mittente.

Ma oltre alle preoccupazioni della “immigrazione indesiderata” (quasi 20 milioni dal 2000 ad oggi, comprendendo anche coloro che sono arrivati legalmente), l’America si porta addosso anche i frutti di una impressionante “immigrazione forzata” (quella dei neri d’Africa – qualcosa tra gli 8 ed i 10 milioni di esseri umani!), nonché di una colossale “immigrazione benvenuta” (oltre 35 milioni tra il 1820 ed il 1920).

Costoro, volenti (“immigrazione benvenuta”) o nolenti (“immigrazione forzata”), sono quelli che hanno fatto l’America. Tutti uguali? La risposta breve è senz’altro “No”. Ma sinceramente non credo sia anzitutto una questione di “razza”. Come ho già cercato di spiegare in altre occasioni, c’è una dinamica dell’immigrazione che si ripete da sempre. Chi e’ arrivato da poco comincia dai lavori più umili per poi via via guadagnare posizioni nella piramide sociale. Che piaccia o no, è lo stile Americano: procurati una bicicletta (nessuno te la regala) e pedala (nessuno lo farà per te).

Ma i torti commessi e le ingiustizie perpetrate pesano sulla coscienza civile del paese. Passati i tempi in cui i Pastori protestanti si arrampicavano sugli specchi dei loro sermoni per giustificare la schiavitù, passati gli ultimi, terribili, fuochi razzisti degli anni ’60, è subentrato il bisogno di imporre a tappeto un’overdose di uguaglianza: niente più distinzioni tra bianchi e neri, uomini e donne, omo ed eterosessuali, qualsiasi tipo di “diverso”… tutti uguali, con qualcuno più uguale degli altri per rimediare agli errori del passato. Le “quote universitarie obbligate” per le minoranze etniche appartengono a questo filone. Esattamente come “12 Years a Slave”. “Miglior film dell’anno”, perche’, come aveva detto Ellen Generes, “sennò siamo tutti razzisti”. Sarà anche un bel film, realistico e storicamente fondato, ma certamente è una vendetta, una punizione dell’uomo bianco, che l’uomo bianco accetta e porta in trionfo per vergogna, perché altrimenti saremmo ancora tutti razzisti.

La razza? Ma conta qualcosa? Questo tempo di Pasqua è  illuminato da un sacrificio che porta il trionfo della vita a bussare alla porta del cuore di ogni uomo. Di “ogni uomo”, per quanto “diverso” possa essere. Perché “Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù.” È l’unica possibile vittoria contro il razzismo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA