INDONESIA TERREMOTO E TSUNAMI/ Fiammetta: repressione, fame e ingiustizia, è solo l’inizio

Continua a crescere il numero delle vittime del terremoto e dello tsunami in Indonesia. Da Haiti FIAMMETTA CAPPELLINI ci spiega cosa significa una tragedia del genere

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Terremoto in Indonesia

Oltre mille morti, al momento, nella zona dell’Indonesia colpita da un violento terremoto e da uno tsunami, a ripetere la tragedia di quasi dieci anni fa con uguale potenza e devastazione. Morti che aumenteranno nei prossimi giorni, come ci ha detto Fiammetta Cappellini, responsabile Avsi ad Haiti che visse il devastante terremoto del 2010 che causò oltre 250mila morti, un numero ancora oggi non definitivo: “La quasi totale mancanza di infrastrutture, di costruzioni antisismiche, la povertà della gente, l’incapacità dei governi locali di dare aiuto adeguato, fanno sì che questi fenomeni naturali, che accadono anche in altre zone del mondo senza lo stesso numero di morti, siano tragedie destinate a moltiplicare con il passare dei giorni e delle settimane il numero delle vittime”. Davanti a tanto dolore, “la cosa che ci consola è vedere come emerga il senso di umanità e di solidarietà della popolazione colpita, gente di diverse culture, di diversa estrazione sociale, diverse religioni aiutarsi a vicenda per quanto possibile”.

Paesi poveri significa tragedie maggiori di quanto sarebbe altrove?

Sicuramente. Questi fenomeni naturali colpiscono in maniera più dura per via di una debolezza preesistente nel paese, i danni si moltiplicano. Il terremoto di Haiti ha avuto l’epicentro vicinissimo alla capitale, una città molto popolosa, quindi ci sono state tante vittime, ma terremoti altrettanto potenti in altre zone del mondo non hanno causato altrettante vittime.

E questo quadro sociale significa spesso anche l’incapacità di portare aiuti adeguati a chi è colpito?

Ci troviamo davanti edifici costruiti in maniera inadeguata, l’incapacità dello Stato di proteggere la propria popolazione e far rispettare gli strumenti di sicurezza. Mi viene da pensare che il numero delle vittime nelle prossime settimane in Indonesia continuerà a salire, come successo qui. Oltre alle vittime del momento ce ne saranno altre, ad esempio i bambini abbandonati che non si riesce subito a individuare. Tutto viene amplificato. I paesi poveri pagano l’inadeguatezza della capacità di gestione della nazione e dell’incapacità di risposta alle devastazioni naturali.

Si è avuto notizia di un episodio terribile, soldati dell’esercito indonesiano che hanno sparato per disperdere la folla che cercava di saccheggiare le scorte alimentari. Anche ad Haiti si sono verificati episodi così estremi?

Sono episodi che dimostrano l’incapacità di gestire gli aiuti e di conseguenza la popolazione sviluppa comportamenti inaccettabili repressi dalle forze dell’ordine. Purtroppo la disperazione della gente scatena questo. E’ successo anche ad Haiti, episodi di saccheggi da parte della folla che aggredisce chi distribuisce gli aiuti. Ma dobbiamo capire: questa era povera gente che non mangiava da giorni, uomoni e donne che si chiedevano cosa sarebbe stato dei loro figli, quando vedono un tozzo di pane si scatenano.

L’Indonesia è il paese al mondo con il maggior numero di musulmani, ma esistono anche piccole minoranze cristiane. Le squadre di soccorso hanno recuperato 34 corpi di studenti di teologia che partecipavano a un seminario di studi biblici nel distretto di Siri Biromaru, in una chiesa distrutta da una frana. Viene da pensare che gente di diverse fedi viene colpita allo stesso modo, una sorta di comunanza nella morte.

Sono episodi che lasciano ancora più attoniti, un grande senso di ingiustizia. Ad Haiti molti giovani seminaristi non hanno fatto in tempo a fuggire dal seminario e sono morti sotto le rovine dell’edificio. 

Che pensare davanti a questi episodi?

Eravamo rimasti sconvolti, ma quello che ne è seguito è stata una grandissima solidarietà di tutte le comunità religiose, al di là dell’enormità della tragedia incomprensibile. Quello che emerge è il grande senso di umanità che nasce tra poveri e ricchi, tra credenti e no, l’unica consolazione è pensare che possa succedere anche in Indonesia qualcosa di simile.

Com’è oggi Haiti, otto anni dopo?

Si è fato tanto, si è ricostruito, chi viene oggi non vede i segni del terremoto. Ma è ancora una paese poverissimo, stiamo attraversando un periodo di proteste sociali per la corruzione politica e la gente povera ne soffre come sempre più di tutti. Ci sono paesi la cui storia è così, misteriosamente difficile e segnata.

(Paolo Vites)

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