CRISTIANI PERSEGUITATI/ “42 morti ad Alindao, dietro la rappresaglia islamica solo avidità e potere”

- int. Pierpaolo Grisetti

Ad Alindao (Centrafrica) i ribelli islamisti hanno colpito un gruppo di rifugiati cattolici, come rappresaglia per la morte di un musulmano

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Manifestazione di protesta a Bangui, in Centrafrica (LaPresse)

Violento attacco, ieri, in Centrafrica contro un gruppo di rifugiati, quasi tutti cristiani, accolti nel compound della cattedrale della diocesi di Alindao, nel sud del Paese, a 100 chilometri dal confine con la Repubblica democratica del Congo. Il primo bilancio – secondo la fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre – parla di 42 vittime, ma stime ufficiose ipotizzano che possano essere anche più di cento. Nell’attacco, condotto dai ribelli filoislamici ex Seleka, agli ordini del generale Ali Darassa, sarebbero stati uccisi anche due sacerdoti, tra i quali il vicario generale della diocesi.

Il raid dei miliziani, messo in atto per “replicare all’uccisione di un musulmano” da parte dei rivali anti-balaka, ha colpito un centro di rifugiati che può ospitare oltre 25mila sfollati, non solo cristiani, ma anche musulmani, perché la Chiesa centrafricana – sollecitata dalla visita nel 2015 di Papa Francesco, che aveva inaugurato il Giubileo della Misericordia proprio nella Cattedrale della capitale Bangui – non ha masi smesso di promuovere con tenacia la via della concordia. Ma il Paese, che su una popolazione di 4,5 milioni di persone conta 690mila sfollati interni e altri 570mila rifugiati nei Paesi vicini, continua a conoscere lutti, saccheggi e sofferenze. Quali sviluppi potrebbero esserci, dopo l’attacco di Alindao? Lo abbiamo chiesto a Pierpaolo Grisetti, presidente di Amici per il Centrafrica Onlus, associazione non profit attiva nel Paese da ben 17 anni. In questi giorni – oggi a Cernobbio, sul lago di Como, con una cena di beneficienza presso Villa d’Este, e giovedì 22 novembre a Milano, con un charity cocktail presso Superstudio 13, in un connubio tra arte, fotografia e beneficienza – Amici per il Centrafrica sta raccogliendo fondi per sostenere la sua azione a favore della formazione dei giovani, pur in un contesto così difficile e pericoloso.

Com’è oggi la situazione in Centrafrica?

Non è del tutto stabile, perché ci sono ancora fazioni estremiste che si affrontano e questi scontri sfociano in episodi cruenti, come quello nella diocesi di Alindao. Il fatto che fa comunque ben sperare è che dalla visita di Papa Francesco questi episodi violenti sono diventati più isolati: dal 2012 al 2015 c’è stata la guerra civile ed era molto facile che spesso gli episodi deflagrassero anche in veri e propri conflitti. Da tre anni, invece, dopo la visita del Papa, la ricerca di una conciliazione tra anti-balaka ed ex Seleka è comunque andata avanti. Grazie soprattutto all’opera instancabile del cardinale Dieudonné Nzapalainga, arcivescovo di Bangui, che continua a lavorare a stretto contatto con l’imam locale, più volte ospitato nella sua diocesi. Non è un caso che fatti come quello di Alindao succedano quando il cardinale, attualmente impegnato a Roma, non è presente nel Paese.

Come procede il processo di disarmo per la sicurezza del Centrafrica?

Purtroppo va a rilento. Se la capitale Bangui è più tranquilla, grazie anche alla presenza dei Caschi blu dell’Onu, i problemi maggiori si registrano nelle periferie del Paese, anche perché la situazione disastrosa delle strade in Centrafrica impedisce spesso ai militari della missione Minusca di poter intervenire tempestivamente. Sia al nord che al sud della Repubblica Centrafricana i fermenti di guerra non si sono mai sopiti del tutto.

In Centrafrica sono presenti francesi, russi e più di recente anche cinesi, tanto che c’è chi dice che il Paese sia una sorta di piccola Siria nel cuore dell’Africa. Perché?

Innanzitutto, perché non si è ancora trovata la pacificazione fra le diverse fazioni, cattoliche e musulmane. Ma la religione, come sempre in questi casi, non c’entra; i conflitti nascono da questioni politiche, perché il Centrafrica è un Paese che fa gola per le sue immense ricchezze, dai diamanti all’uranio. Infine, a causa di un livello culturale molto basso, i giovani vengono facilmente mandati allo sbaraglio. Gli stregoni li convincono con degli amuleti, chiamati cri-cri, facendo loro credere che le pallottole si trasformeranno in acqua. Così i ragazzi pensano di essere invincibili e non esitano a gettarsi nella battaglia.

E le potenze straniere presenti?

Dovrebbero, soprattutto i Paesi europei, impegnarsi a trovare soluzioni condivise, che anziché sottoporre il Centrafrica allo sfruttamento possano garantire alla popolazione maggiore sviluppo e sicurezza.

In questa situazione difficile e pericolosa Amici per il Centrafrica continuerà a garantire la sua presenza e la sua azione. Quali sono i progetti attualmente in corso?

I nostri progetti mirano alla formazione culturale e sociale dei giovani e alla tutela della salute. A Bangui abbiamo il centro La Joie de Vivre, dove ospitiamo scuole dalla materna al college per bambini e ragazzi dai 4 ai 17 anni. In più abbiamo una scuola psicopedagogica, con un corso biennale per la formazione degli insegnanti: nel 2017 sono arrivate richieste dall’intero Paese per avere 80 docenti e noi abbiamo potuto soddisfarne trenta, ma contiamo ben presto di raddoppiare il numero.

E sul fronte della tutela della salute?

Il Centro Mama Carla si occupa di curare i bambini per evitare che si diffondano epidemie di tifo, colera e malaria. Abbiamo anche un centro dentistico, perché in Centrafrica si muore ancora per un ascesso, un centro ottico per la cura di cataratta e glaucoma e un centro di aiuto alle mamme affette da Hiv. L’ultimo progetto, al quale dedicheremo le donazioni che stiamo raccogliendo, è una Scuola dei mestieri: un corso di moda, uno per ciabattini e un altro per il diploma di dentista, spendibile poi su tutto il territorio centrafricano.

Tutto questo nella capitale Bangui. Ma voi siete presenti anche a Ngouma, nella foresta dei pigmei.

Qui abbiamo una scuola e un dispensario, che dovremo dotare di due pozzi, così da garantire l’accesso all’acqua potabile, evitando che la popolazione sia costretta ad andare a prendere l’acqua fino al fiume, con il rischio di contrarre malattie.

(Marco Biscella)

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