ELEZIONI DI MIDTERM USA/ Trump perderà la camera ma il suo consenso è intatto, ecco perché

Elezioni di midterm negli Stati Uniti: Donald Trump cerca la conferma in un voto che equivale a un referendum su di lui, ma potrebbe perdere la camera

06.11.2018, agg. alle 15:39 - int. Andrew Spannaus
Donald Trump durante un comizio nel Tennessee (LaPresse)

E’ il giorno-verità per Donald Trump. Stanotte in Italia si saprà il risultato di queste elezioni di metà mandato (midterm), nelle quali si rinnovano i 435 seggi della camera, 35 seggi (su cento) del senato e si eleggono i governatori di 36 Stati. Il voto si annuncia come un vero e proprio referendum sull’outsider che due anni fa esatti ribaltò ogni pronostico battendo Hillary Clinton e intestandosi una svolta radicale contro l’establishment democratico e le sue politiche globaliste. Secondo Andrew Spannaus, giornalista americano, fondatore di transatlantico.info, Trump ha consenso “perché la gente ha compreso che la struttura dell’economia è ancora governata dalla globalizzazione e che lui vuole cambiarla”. Nondimeno il programma economico di Trump è largamente incompiuto, il potere d’acquisto dei salari è fermo da decenni e i democratici otterranno prevedibilmente quello che di solito accade nelle elezioni di metà mandato presidenziale, togliere all’inquilino della Casa Bianca la maggioranza in una delle due camere. Un risultato che potrebbe paradossalmente aiutare le riforme economiche dello stesso Trump, dice Spannaus.

Assisteremo a un referendum su Trump?

Sì, e non soltanto sulla sua figura e la sua personalità problematica, che non gli ha impedito di essere eletto, ma anche su ciò che rappresenta come figura anti-establishment. C’è un sentimento conservatore anti-élite molto forte e Trump ha cercato fino all’ultimo di mobilitarlo.

Lei vede una frattura tra America reale e America mediatica?

Non solo è presente ma sta tornando più forte di prima. In un primo tempo si è vista una discussione anche seria sulle reali motivazioni che hanno portato alla vittoria di Trump come incarnazione del populismo. Ma adesso c’è una radicalizzazione del tentativo dei mainstream media di delimitare nettamente che cosa è accettabile e che cosa non lo è.

Ad esempio?

Per il New York Times la parola globalismo indica in chi la usa una visione complottistica, razzista e antisemita. Idem per l’associazione del nazionalismo al razzismo, un po’ come viene fatto in Italia per il termine “sovranismo”. Un tentativo di bollare e di escludere dalle opinioni accettabili i temi che sono alla base della rivolta populista.

E questa “post-verità” è riuscita ad influenzare gli elettori?

Non molto, a mio avviso, perché è un preaching to the choir, un parlare a chi è già convinto di una certa posizione, in questo caso anti-Trump. Potrebbe però approfondire la frattura con quelli che hanno delle simpatie per i temi outsider ma sentono la mancanza di un punto di dialogo.

Cosa faranno gli indipendenti moderati?

Molti voteranno sulla base della loro reale percezione di Trump, non su quella suggerita dai media. Ciò non significa che il loro voto andrà in maggioranza ai repubblicani. Valuteranno se c’è stato un cambiamento che ritengono positivo oppure se, come si usa dire, la scorsa volta “ci siamo sbagliati”.

La carovana di migranti provenienti dall’Honduras sposta voti?

In parte sì, ma non sarà decisiva. Potrebbe dare ai repubblicani qualche voto in più.

Fino a qualche tempo fa il gap era accreditato come consistente, 12-13 punti a favore dei democratici, ma nel rush finale si è assottigliato a circa 7 punti, come mai?

Molto ha influito la battaglia su Kavanaugh alla Corte suprema: il caso è stato politicizzato al punto da farlo risultare un attacco strumentale ai repubblicani, che per questo hanno recuperato consenso. Trump ha usato la carovana per imprimere un’ultima spinta alla rincorsa. Francamente non saprei dire se i suoi toni negli ultimi giorni lo aiuteranno. Forse sì, ma in modo marginale.

Obama ha detto che il boom dell’economia è merito della sua amministrazione. E’ vero?

C’è da dire che la differenza in economia fra Trump e Obama per ora purtroppo non è così rilevante. La direzione attuale era già in corso, questo è vero, ma Trump ha dato uno stimolo in più con la riforma fiscale, peraltro solo abbozzata, e con la riforma sul rimpatrio dei capitali. A conti fatti, non è vero ciò che dice Obama.

Lei è molto cauto sul boom economico americano.

Con Obama la disoccupazione era sotto il 5%, oggi è un punto in meno, si tratta di un livello molto basso. Il punto è che la struttura del lavoro è cambiata, c’è più precarietà, gli stipendi sono più bassi. Fino al mese scorso i salari reali, depurati dell’inflazione, erano quelli di prima della presidenza Trump. Ed è una situazione che si protrae da 35 anni. Oggi qualche posto di lavoro in più c’è, nella manifattura qualcosa si muove, ma la strada è ancora lunga.

Perché Trump riscuote consenso?

Perché la gente ha compreso che la struttura dell’economia è ancora governata dalla globalizzazione e che Trump vuole cambiarla.

Però l’attuale presidente in questa campagna non ha messo l’economia in primo piano.

E’ interessante notare come Obama da ex presidente faccia lo stesso errore che faceva da presidente, quello di dire che l’economia va benissimo e che questo accade per merito suo. In questo modo ha fatto perdere la Clinton. Trump invece, che potrebbe vantare una discontinuità, ha deciso di concentrarsi di più su questioni di maggiore impatto emotivo. Sa bene che gli manca una grande fetta del programma economico annunciato, vale a dire investimenti pubblici e infrastrutture. Aveva promesso un trilione di dollari, poi ridimensionato a 200 miliardi e infine sparito del tutto.

Se la sente di azzardare un pronostico?

E’ difficile, perché si tratta di centinaia di seggi, non di interpretare un mood dominante nel paese. Però è probabile che i democratici prendano il controllo della camera, con un margine non particolarmente grande.

Se la camera andasse ai democratici?

Potrebbe essere un vantaggio per il paese, perché Trump sarebbe indotto a cercare un compromesso e a stemperare la politica conservatrice classica, contenente degli aspetti di deregulation che sono dannosi. Inoltre i repubblicani sono ostili alla spesa pubblica, mentre i democratici sono favorevoli. Anche questo potrebbe aiutare Trump.

Questo sotto il profilo economico. E sul resto?

Trump sarà messo sotto pressione sulle questioni etiche e su quelle giudiziarie, ma se i repubblicani manterranno il senato, come pare probabile, allora sarà più un problema mediatico che di sostanza. Per capirci: niente impeachment.

Come dovremo leggere i dati dell’affluenza?

Oggi anche la classe media vota Trump. Però resta vero che l’affluenza alta indica di solito un aumento degli elettori di classe medio-bassa, e quindi favorisce di fatto il voto democratico.

(Federico Ferraù)