CASO KHASHOGGI/ La spy story che avvantaggia Turchia e Iran

La tragica vicenda di Jamal Khashoggi sta assumendo sempre più gli aspetti di una romanzata spy story, che nella realtà sta complicando i rapporti tra Riad e Teheran

11.12.2018 - Caleb J. Wulff
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Recep Tayyip Erdogan (LaPresse)

La sparizione di Jamal Khashoggi all’interno del consolato saudita di Istanbul si sta sempre più trasformando in una sorta di spy story, continuamente arricchita di colpi di scena.

La mancanza dell’arma del delitto e del corpo della vittima ha permesso inizialmente ai sauditi di dichiarare che il giornalista si fosse allontanato dal consolato usando un’altra uscita e si è persino insinuato che volesse sfuggire alla fidanzata turca che lo aspettava fuori dal consolato. Pur essendone stato in passato un sostenitore, il giornalista era diventato noto per la sua opposizione al regime saudita e si era trasferito negli Stati Uniti, dove collaborava con il Washington Post. Sembrava quindi strano che si fosse azzardato ad entrare nel consolato, da dove avrebbe potuto abbastanza facilmente essere riportato in patria. Ora risulta che Khashoggi era già stato in quegli uffici il 28 settembre e gli era stato chiesto di tornare il 2 ottobre, giorno della sua sparizione, per ritirare i documenti per il matrimonio. Secondo il quotidiano turco Hürriyet, proprio in questo lasso di tempo è stato pianificato il suo assassinio, con la collaborazione del responsabile intelligence del consolato.

La tesi dell’assassinio è stata, invece, subito sostenuta dalle autorità turche, che hanno comunicato l’esistenza di prove in tal senso, cioè registrazioni effettuate all’interno del consolato. Registrazioni attribuite ai servizi turchi, cosa che ha creato qualche imbarazzo, anche se nessuno si illude che sia prassi inusuale lo spionaggio all’interno di sedi diplomatiche. L’attenzione si è subito concentrata sui particolari dell’omicidio, via via diversi ma sempre efferati. Si è parlato di uno smembramento del corpo e di una sua dissoluzione in acido.

L’Arabia Saudita ha poi cambiato versione, accettando la tesi dell’assassinio, ma escludendo ogni responsabilità del governo, a partire dal principe ereditario Mohammed bin Salman (MbS). Tuttavia, sono state arrestate ventuno persone con l’accusa di aver partecipato all’assassinio, che sarebbe stato effettuato da quindici cittadini sauditi arrivati appositamente a Istanbul. Secondo un’altra versione, lo scopo era interrogare Khashoggi, ma le cose sarebbero degenerate portando alla sua uccisione. Quindi, l’assassinio è stato compiuto da cittadini sauditi, almeno in parte funzionari dello Stato, nei locali di un importante consolato saudita, ma l’Arabia Saudita e il suo governo non c’entrerebbero.

I media continuano ad essere tempestati da continue revisioni della storia, da ulteriori dettagli, intercettazioni, denunce di personaggi, ovviamente coperti da incognito, e via dicendo. Non poteva mancare Israele, divenuto negli ultimi tempi buon amico dei sauditi e del loro uomo forte, MbS. Un dissidente saudita in esilio in Canada, Omar Abdulaziz, ha intentato causa a una società israeliana con l’accusa di aver intercettato le sue conversazioni telefoniche, comprese quelle con Khashoggi, suo amico. Le aspre critiche del giornalista sarebbero state trasmesse a MbS, provocando la condanna a morte del giornalista.

La regia di questa intricata situazione è in mano alla Turchia, con in prima fila lo stesso Erdogan. Le ultime iniziative di Ankara sono state la richiesta di arresto di due alti funzionari sauditi, parte dell’entourage di MbS: Ahmed al-Asiri, vicedirettore dell’intelligence saudita e Saud al-Qahtani, consulente del principe per la comunicazione. Il fatto che entrambi, dopo l’assassinio di Khashoggi, siano stati rimossi dai loro incarichi farebbe pensare che gli stessi sauditi credano in un loro coinvolgimento nella vicenda. L’estradizione è però stata negata da Riad. Da qui la domanda fondamentale: MbS è coinvolto e in che modo nell’omicidio di Khashoggi? E sono da escludere più ampie responsabilità all’interno del sistema di potere saudita?

Il ventaglio dei pareri è ampio e va da chi considera responsabile l’intero governo saudita a chi addebita l’intera operazione al solo MbS e a chi la ritiene una trappola tesa al principe dai suoi oppositori interni. In effetti, qualunque cosa si possa pensare di MbS, è difficile attribuirgli un’operazione così mal condotta, rimanendo in piedi la possibilità che si sia trattato di un eccesso di zelo da parte di suoi sostenitori. Comunque, secondo alcune voci riportate da Reuters, nella vasta famiglia reale saudita si starebbe già discutendo di una possibile esclusione di MbS dalla successione al padre. Re Salman, che si è tenuto finora in disparte, sembra però continuare a sostenere Mohammed bin Salman.

Sullo sfondo, rimane il fatto che questi avvenimenti avvantaggiano gli altri protagonisti della lotta per il predominio nella regione, in primo luogo la Turchia, ma anche l’Iran sta traendo profitto dalla crisi del suo peggiore nemico e dalle difficoltà in cui si sta dibattendo l’America di Trump. Una crisi in Arabia Saudita avrebbe tuttavia ripercussioni non indifferenti in tutto il Medio Oriente.

Come si vede, c’è materia sufficiente per un film e, guarda caso, è ciò che sta avvenendo: secondo l’agenzia di Stato turca Anadolu, Sean Penn è in questi giorni a Istanbul per girare un documentario sulla vicenda. Forse un modo per ridare spazio alla persona di Jamal Khashoggi, vera vittima di tutta questa storia.

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