SCENARI/ Dalla Libia all’Iran, la sfida di Enrico Mattei che serve al Governo

- Paolo Quercia

Enrico Mattei intuì che l’Italia aveva bisogno di una nuova geopolitica delle materie prime e ne fece una strategia. Una lezione anche per questo governo

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(Pixabay)

“Il mio è un grande sogno di italianità. Ho combattuto contro la schiavitù politica, combatto contro la schiavitù economica. L’Italia non sarà grande, non potrà essere quella che può e deve essere se non avrà liberato dal giogo del dominio straniero il mercato delle materie prime”.

Con queste righe dell’ottobre 1955 Enrico Mattei affidò ad un settimanale che lo intervistava la sua professione di fede nell’Italia. Poche e chiare parole con cui, sette anni prima di morire, il fondatore dell’Eni esprimeva il proprio attaccamento all’Italia, ma sopratutto indicava che la nuova sfida della Repubblica non sarebbe stata di carattere politico ma economico. Che nell’Italia appena liberata la dimensione più sofisticata della libertà politica dovesse essere trasposta nel campo economico, ed energetico in particolare, fu una grande intuizione dell’imprenditore marchigiano. Lavorare per gli interessi dell’Italia voleva dire innanzitutto perseguire una sovranità energetica nazionale ed adattare ad essa e ai nuovi sommovimenti che avrebbero ridisegnato in pochi anni la mappa del Medio oriente e dell’Africa la nostra nuova politica estera.

Mattei lo fece mosso da quello che oggi definiremmo uno spirito di altri tempi, con il piglio di un comandante militare, di chi era figlio della guerra e della lotta partigiana ed era consapevole che uscire dalla povertà e dalla rovina in cui si trovava l’Italia del 1945 era un dovere morale a cui bisognava sacrificare ogni interesse particolare nel nome di quello nazionale.

Mattei ha chiaro che la ricostruzione e lo sviluppo dell’Italia, l’uscita definitiva dalla sua atavica povertà, non è un fatto interno, di semplice politica industriale, ma un fatto di postura internazionale del nostro Paese e che l’energia ne costituisce l’elemento catalizzatore. Egli intuisce che l’Italia ha bisogno di una nuova geopolitica delle materie prime e di recuperare, all’interno delle nuove alleanze europea ed atlantica, una propria profondità strategica nazionale. Ed individua il perimetro di questo primo cerchio dell’estero vicino italiano nel Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, Persia; e poi un secondo, con l’Unione Sovietica, la Cina, ma anche il Sahel, il Sudan, la Somalia ed il Corno d’Africa. Cercando idrocarburi a basso costo con rapporti diretti con i Paesi fornitori, coinvolgendoli nelle attività esplorative, offrendo supporto alla loro indipendenza e una più equa divisione delle royalties Mattei ricostruisce la geopolitica della neonata Repubblica italiana.

La costruisce in rottura sostanziale, anche se non totale, con quella del Regno d’Italia e del fascismo di cui, quando necessario, non esita a recuperare persone e visioni; la costruisce ovviamente nel nuovo contesto internazionale, all’interno dell’ortodossia dell’Alleanza atlantica, di cui l’Italia rappresentava un anello fondamentale. Ma lo fa senza sudditanze verso gli alleati e, dove occorre, in contrapposizione con gli interessi economici di quei Paesi come Francia e Gran Bretagna che ancora mantenevano sotto dominio coloniale Medio oriente ed Africa.

Questa via italiana all’atlantismo porterà il nostro Paese, per fortunate coincidenze storiche, ma anche per coraggio e spirito d’iniziativa di alcuni suoi protagonisti, a recuperare o a costruire posizioni di primo piano nel nuovo sistema internazionale in Africa, Medio oriente ed Asia: risultati impensabili per un Paese sconfitto e distrutto, che contribuiscono anche a bilanciare l’espansionismo sovietico in molti teatri strategici. E, sul piano interno, a gettare le basi per il miracolo economico degli anni sessanta. 

Guardando la modesta, impaurita ed impacciata Italia di oggi – un Italia più ricca di mezzi di quella di Mattei ma più povera di visione e di coraggio – non si può che provare un sentimento di ammirazione per quello che il fondatore dell’Eni seppe fare settant’anni fa in condizioni ben più difficili di quelle attuali.

Mattei era un personaggio difficile anche per i suoi tempi, figuriamoci per i nostri. Un personaggio scomodo, se vogliamo, divisivo per certi versi, perché figlio di tempi confusi ed eccezionali. Ma a cui non si può non riconoscere la forza della visione ed il coraggio delle idee e dell’azione per il bene comune.

Nell’Italia di oggi è impossibile trovare un nuovo Enrico Mattei e, se vi fosse, non sarebbe utile. Ogni uomo è figlio del suo tempo e da esso egli trae le sue capacità ed i suoi limiti. Ma se un Paese vuole ragionare su come e da dove ripartire quando si trova al termine di un ciclo storico e deve trovare l’energia vitale per rialzarsi, l’esperienza umana e professionale di Enrico Mattei offre una grande parabola: quella di un uomo che ha dedicato con coerenza e forza la sua vita alla realizzazione di una grande visione strategica per l’Italia nel Mediterraneo.

Nell’Italia di oggi non manca un Enrico Mattei, manca il coraggio, che egli ha dimostrato di avere, di guardare al futuro e di orientare verso di esso l’interminabile filo rosso dell’interesse della nazione.

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