DALLA FRANCIA/ “Il mio giorno in piazza a Parigi, tra gilet gialli e voglia di contare”

“Ieri la città aveva un non so che di surreale. C’era un clima di vera e propria insurrezione, contro Macron che ha tolto il potere al popolo”

09.12.2018 - Sara Morante
Gilet gialli a Parigi (LaPresse)

PARIGI — Ieri la città aveva un non so che di surreale. La quarta giornata di protesta ha unito ormai tantissime lotte diverse: infermieri, sindacati di diverso genere, liceali, universitari, anti-fascisti, ecologisti… tutti uniti ai gilets jaunes, diventati il simbolo di ogni lotta sociale.

La maggior parte dei negozi e dei bar, anche in zone “distanti” dai luoghi segnalati come sensibili, erano chiusi, o avevano eliminato tavoli e sedie nelle terrazze esterne; Mac Donald’s, banche, assicurazioni, palestre hanno messo tavole di prefabbricato per coprire le vetrine. Il mio quartiere, che si estende nell’asse tra Bastille e Nation, luogo “caldo” per tutte le manifestazioni passate, nonostante non sia al centro degli ultimi scontri, si era preparato al peggio.

Anche perché questa strana attesa e sospensione che si vive deriva proprio dal non sapere: non si sapeva dove potevano esplodere gli scontri, se sarebbero stati confinati negli Champs Élysées o altrove. Troppe chiamate a scendere in strada in punti diversi della capitale, troppa confusione delle diverse lotte unificate in una sola giornata di protesta. La Prefettura della Polizia di Parigi lo sapeva bene, tanto che ha bloccato intere parti di linee di metro, chiudendo l’accesso ai luoghi considerati più simbolici, senza sapere bene dove concentrare davvero le proprie forze, perché ieri la chiamata era ad entrare nell’Eliseo, a stanare Macron, ma non era la sola.

La moltiplicazione delle lotte crea una confusione generale e anche un certo grado di psicosi collettiva: non si sa se è esagerata o no, ma nel dubbio la gente preferisce proteggersi che rischiare. Ieri ero in metro sulla sola linea che taglia tutta la rive gauche di Parigi, senza mai passare sulla rive droite, unica metro che non ha risentito molto dei blocchi, ma più il treno avanzava e più tutte le corrispondenze con altre linee erano chiuse.

La gente che passeggiava per la strada o che si muoveva in metro non sembrava molto preoccupata, ma l’aria era pesante, non allo stesso modo che dopo gli attentati ma con uno stesso tipo di sentimento: un’attesa ansiosa, e una tensione palpabile. Lo si leggeva negli sguardi di tanti. Si era divisi tra il sapere che chi scende in strada lo fa per tutti, che sono persone normali, come il tuo vicino di casa o il tuo collega, e che sono arrabbiati e non senza motivo. E la paura della violenza che può esplodere ovunque, senza una ragione precisa.

Uscita dal metro ho attraversato un gruppo di persone che, caschi alla mano, si preparavano a raggiungere la manifestazione, pronti alle violenze; in modo gentile ed educato facevano spazio ai passanti, salutando allegramente. Persone comuni quindi, ma che la collera e le provocazioni di diverso tipo possono sfigurare in un secondo e portarli a usare ciecamente la forza.

Questo è l’aspetto più strano e assurdo di queste manifestazioni: nessuno si dissocia ufficialmente dalle violenze, anche senza condividerle. C’è l’idea che la collera non è ascoltata e quindi non può che prendere delle forme violente. 

C’è una cosa che secondo me non riusciamo a capire, non essendo francesi. Il popolo francese ha fatto cadere la monarchia prendendo d’assalto la Bastille e da poco abbiamo celebrato i cinquant’anni del 68. Nell’animo francese c’è, molto di più che nel nostro, l’idea che è il popolo a decidere, a dare e a riprendere il potere se serve.

Se pensiamo alla nostra storia italiana, c’è qualcosa di inedito in questo atteggiamento, qualcosa che non abbiamo mai vissuto nello stesso modo. A casa nostra si esprime normalmente come scontro tra ideologie; qui, oggi, è al di là di ogni ideologia.

Il clima che si respira in questi giorni è di vera e propria insurrezione, contro il potere, contro Macron, contro un senso di democrazia che sembra essere stato calpestato. E il silenzio di Macron non fa che incrementare la rabbia. Lui, che si era proposto fuori da ogni partito, contro ogni partito, come rappresentante del popolo, della gente comune, votato come male minore rispetto all’estrema destra, ora si è rintanato in uno strano silenzio, di cui nessuno capisce la ragione è da cui sarà difficile riprendersi. Avendo tolto il potere ai corpi democratici intermedi, come i sindacati, ora Macron si trova da solo allo scontro diretto con la gente scesa in strada, che chiede la sua testa, perché si sente tradita da lui, non dal suo partito ma da lui in persona.

Non c’è più nessuna mediazione possibile, nessuno può prendere il suo posto per rispondere alle rivendicazioni di chi manifesta. E nessuno sa nemmeno cosa potrebbe accadere stasera, o domani. I gilet jaunes invocano le sue dimissioni, ma dopo? Quale progetto, quale idea, quale ipotesi? Sembra per ora non importare a molti. L’importante per il popolo è farsi sentire, in ogni modo possibile, e magari questa volta sarà ascoltato e riprenderà il potere di cui si sente privato. Tutto il resto verrà dopo.



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