DIARIO VENEZUELA/ Ledezma (dissidente): l’ombra di Cuba dietro il tiranno Maduro

- int. Antonio Ledezma

ANTONIO LEDEZMA è stato sindaco di Caracas. Arrestato dal regime, è riuscito a scappare e ora combatte per la democrazia nel suo Venezuela dall’estero

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Antonio Ledezma (LaPresse)

Antonio Ledezma è stato sindaco di Caracas, amato dalla gente, fino al fatidico 19 febbraio 2015, giorno in cui, con un’operazione gigantesca e scenografica attuata dalla polizia venezuelana di regime Sebin, è stato arrestato senza nessuna accusa. Solo successivamente il presidente Maduro lo ha incolpato di una fantomatica operazione denominata Jericò, un colpo di Stato che sarebbe stato finanziato da Ledezma stesso. Ovviamente si trattava di una scusa fantasticamente inventata per reprimere chi si oppone al regime venezuelano. Trasferito ai domiciliari per ragioni di salute, Ledezma nel mese di novembre scorso è stato protagonista di una “evasione” che lo ha condotto, dopo mille peripezie, a Madrid. Lo abbiamo intervistato a Buenos Aires, nel corso di una visita in Argentina, dov’è stato ricevuto dal Presidente Macri, per perorare la causa del ritorno del Venezuela alla democrazia.

Com’è stata possibile la sua rocambolesca fuga?

Il desiderio della libertà ti fa correre dei rischi pur di ottenerla: questi ultimi generano paure che però alla fine si trasformano in una miscela di vitalità e audacia che il 17 di novembre dello scorso anno hanno dato luogo a quella che definisco un’autoliberazione, perché ero sotto sequestro del regime madurista. Ho percorso più di mille chilometri attraversando circa 29 controlli tra militari e polizia fino ad attraversare il ponte che divide Aureña, una città venezuelana, da quella colombiana di Cucuta per sentirmi nuovamente libero, ma anche cosciente che non possiamo definirci completamente liberi fino a quando non raggiungeremo il ritorno della democrazia.

Del Venezuela si parla moltissimo, ma ci può dire a suo parere cosa fa veramente il mondo per cambiare la situazione di crisi del Paese?

Quello che stanno facendo nell’UE è applicare sanzioni personalizzate contro i violatori dei diritti umani, contro dirigenti del regime chavista-madurista che sono responsabili del narcotraffico. Ed è anche quello che hanno fatto gli Stati Uniti e il Canada, che hanno prodotto ripetuti appelli al mondo a non rimanere indifferenti sui delitti compiuti dalla dittatura venezuelana, come ad esempio quello che si è consumato il 15 gennaio scorso con 7 persone uccise in un’operazione diretta dallo stesso Maduro, uno dei tanti crimini di lesa umanità. Stiamo invitando anche altre nazioni del Sudamerica a unirsi a queste misure: allo stesso tempo facciamo si che la comunità mondiale esorti la Corte dell’Aja per accelerare i tempi dei processi in appoggio alla lotta che il Venezuela affronta per il raggiungimento della libertà e della democrazia. Non sono semplici lamentele di un’opposizione, bensì l’angustia di un popolo che soffre la mancanza di alimenti e medicinali, un’emergenza umanitaria che ha provocato l’esodo di quasi 4 milioni di cittadini venezuelani all’estero, scappando dalla fame e dalla morte. 

Come giudica l’operato della Chiesa?

La Chiesa si è mostrata profondamente contraria alla Costituente promossa da Maduro: sia l’Arcivescovado che la Conferenza episcopale si sono coerentemente allineati a questa posizione con un documento lapidario sulla questione, che in poche frasi ha riassunto la natura del regime che soffriamo nel Paese. Ricordiamo anche che il Vaticano nel 2016 promosse un tavolo di dialogo nel quale il regime madurista si era impegnato a rispettare 4 punti di un accordo che poi alla fine non fece. Proprio l’emissario di Stato Vaticano, il Cardinale Parolin, emise un documento molto incisivo, accusando il regime di essersi burlato non solo del Vaticano, ma anche delle autorità che avevano preso parte, in funzione mediatrice, a quel tavolo di falso dialogo che si era sviluppato nella Repubblica Domenicana.

Cos’è accaduto a un’opposizione che sembrava granitica?

Il regime ha attaccato con ogni mezzo quell’unità che aveva reso possibile la vittoria nelle elezioni parlamentari del dicembre del 2015 e che, appoggiata dalla comunità internazionale come un modello da seguire, aveva eletto un candidato e sviluppato un modello di gestione del Paese con un piano coerente per uscire dall’emergenza, fornendo un orizzonte fino a quel momento mai affrontato. Per queste ragioni il regime, in accordo con Cuba, ha elaborato un piano per dividere l’opposizione. Siamo consapevoli di questo rischio ed è per questo che ora è in corso una profonda riflessione per ritornare a un’unità indispensabile e che risulti coerente, con strategia e tattica, che riprenda il progetto per il Paese con l’obiettivo superiore di liberare il Venezuela dalla dittatura per poi dare via libera alle ambizioni e le idee come è giusto che sia in una democrazia.

Molti sostengono che il Venezuela sia attualmente una provincia di Cuba…

L’intenzione di Fidel Castro è sempre stata quella di appropriarsi del petrolio venezuelano: ricordiamo che tentò sviluppare una guerra, e promuovendo un’invasione del Venezuela denominata di Machurucuto nel 1967 finanziando movimenti guerriglieri, tentativo soppresso dalle forze armate venezuelane. Una volta giunto il chavismo al potere, Fidel Castro con il suo olfatto politico avvertì la situazione, addomesticando Hugo Chavez, tentando di raggiungere in questo secolo quello che aveva mancato nel precedente. Per questo diciamo che il Venezuela è vittima di un’invasione in cui 30.000 effettivi cubani occupano posizioni chiave sia nell’amministrazione che nell’esercito e ha nelle sue mani un burattino (Maduro, ndr) formato dai fratelli Castro a Cuba al punto che possiamo dire che l’indipendenza conquistata da Simon Bolivar si è perduta all’Avana.

Come pensa di operare dalla Spagna per aiutare il suo Paese?

Con quello che sto facendo: viaggiando per sostenere la liberazione del Paese, dicendo che sono una delle tante vittime della diaspora e spingendo i venezuelani sparsi nel mondo a farsi protagonisti del cambiamento formando gruppi con lo scopo di produrre idee e progetti che possano sviluppare un futuro, considerando l’esilio come una lezione della vita, scambiando le differenti esperienze con gli altri venezuelani per un arricchimento che possa poi essere utile, una volta passato il temporale e rientrati in Patria, a costruire un nuovo Paese. 

Quale?

Una nazione scevra da autoritarismi, con uno Stato arbitro di un’economia con libertà di impresa, ma che deve garantire pilastri fondamentali quali l’istruzione, la salute. Dobbiamo fornire i mezzi al talento umano perché possa svilupparsi e possa farlo contando su istituzioni forti, ma, lo ripeto, non autoritarie. Che servano il cittadino attraverso il principio della separazione dei poteri, che garantisce governabilità la quale porta la fiducia, che attirino gli investimenti, portino crescita e benessere generale. Dobbiamo creare un’economia nuova che liberi il Venezuela dalla dipendenza dal petrolio e che sappia sfruttare le proprie risorse nel rispetto dell’ambiente: in definitiva fuori dal Venezuela ci sono diversi connazionali che pensano non solo a come uscire dal baratro della dittatura, ma anche come recuperare il Paese una volta liberato dalla tirannia.

(Arturo Illia)

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