SCENARIO/ Il risiko mondiale che rende “inutile” il voto in Italia

In Italia si sta dando tanta attenzione al voto di domani, dimenticando quel che avviene nel resto del mondo, che è decisamente più importante. GIULIO SAPELLI

03.03.2018 - Giulio Sapelli
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LaPresse

La cosa che colpisce di più della campagna elettorale, ormai conclusasi, è la totale assenza, nel dibattito politico, dei temi delle relazioni internazionali. Eppure mai come in questo momento il mondo è davanti a una crisi profondissima dell’equilibrio del sistema di potenza mondiale. Diciamo di più. Dopo il mancato Congresso di Vienna, che occorreva fare e non si è fatto in seguito alla caduta dell’Urss, il sistema internazionale ha cominciato lentamente a disgregarsi, inesorabilmente. La ragione? La ragione risiede nel fatto che gli Stati Uniti hanno creduto di poter dominare il mondo da soli, con un unipolarismo destinato sin dall’inizio alla sconfitta. La sconfitta era certa sotto diversi profili, e provo a elencarli sinteticamente.

La sregolazione finanziaria, provocata dalla cattura ideologica e pratica dell’internazionale socialista europea e nordamericana (le famiglie Blair e Clinton), da parte dell’oligopolio finanziario, aveva posto le basi per un’instabilità crescente dei mercati e delle grandi corporation, minacciando il potere compulsivo degli stati nazionali. A ciò si aggiunse, ecco la seconda variabile, la rottura di fatto del patto sessantennale tra Usa e Arabia Saudita, determinata dalla debolezza di quell’unipolarismo e quindi dalla caduta di egemonia nel plesso della potenza energetica mondiale. A questa caduta il sistema saudita non resse e sprigionò le varianti salafite del wahabismo, sino al Bin Laden dell’11 settembre del 2001. Un nuovo protagonista del sistema internazionale si stagliava all’orizzonte e, non a caso, aveva fatto le sue prove generali nel seno stesso degli Usa, impegnati nelle battaglie contro l’Armata Rossa in Afghanistan, armando i talebani di quelle micidiali armi che si sarebbero poi rivolte contro i nordamericani. Questi ultimi avrebbero risposto con un ulteriore fattore disgregante, dichiarando guerra, una guerra combattuta sul terreno, a codesto terrorismo, culturalmente favoriti dall’aggressione al Kuwait da parte di Saddam Hussein, che provocò non solo la caduta di quest’ultimo, ma anche la distruzione fisica e istituzionale delle sue forze armate e delle sue polizie, che quando Obama in seguito scatenerà le primavere arabe nel suo neo willsonismo democraticista, saranno pronte a fornire l’esercito armato internazionale allo jihadismo.

L’altro fattore di disgregazione, che ha occupato con imprevista velocità l’arena mondiale, è stata la crescita di un nuovo e rinnovato maoismo in Cina, con l’inaudito protagonismo aggressivo della Cina su scala mondiale, ben oltre il suo Mar Meridionale. L’illusione unipolarista si accompagnava a quella mondialista di una nuova Germania. Essa si era unificata per la fine della guerra civile europea e aveva capovolto il disegno di Adenauer di unificare prima l’Europa, sconfiggere il comunismo europeo e, solo dopo, unificare la Germania. La Germania si unificava, invece, nel sistema degli stati europei indeboliti dalla sottrazione di sovranità realizzata dall’Unione europea, sottrazione di sovranità che si moltiplicò esponenzialmente con un euro e una Bce che di fatto erano e sono un marco e una Bundesbank travestiti. Ma la potenza tedesca e l’aggressività cinese, uniti alla grande deflazione e alla bassa crescita, che è seguita alla recessione del 2007-2017, hanno rotto l’incanto dell’unipolarismo. La vittoria di Trump negli Usa è , di fatto, il rifiuto che il popolo americano, non il suo establishment, hanno reso manifesto nei confronti del liberismo globalizzato dilagante, dell’unipolarismo anti-russo esasperato, dell’inerzia nei confronti della minaccia cinese.

C’era già stato un barlume di ciò, quando gli Usa avevano insistito nel proporre e imporre un intellettuale italiano cosmopolita alla testa della Bce, così da poter contrastare, almeno sul piano monetario, l’ordoliberismus: la Germania disgrega e divora lentamente ma inesorabilmente tutta l’Europa e questo gli Usa non possono permetterlo. Ciò che un tempo faceva l’Inghilterra nei confronti dell’equilibrio di potenza europeo, ora fanno gli Usa. I francesi fanno le stesse cose da Sedan a Versailles, da De Gaulle a Macron, l’Italia e gli italiani continuano a essere ciò che son sempre stati: una terra di dominio franco-tedesco-spagnolo, con l’epopea cavouriana, ora possiamo dirlo, che è solo stata una parentesi nella secolare storia d’Italia. Basta rileggersi Rosario Romeo e l’appena scomparso grande Giuseppe Galasso.

Ben si vede, dunque, che in questo contesto ciò che capiterà il 5 marzo può infiammare solo i deboli spiriti che si informano e si formano sui social network. Se a tutto ciò aggiungiamo che da questa disgregazione dell’ordine internazionale non ha potuto non emergere l’unica potenza euroasiatica esistente nel mondo, ossia la Russia, comprendiamo che le tendenze disgregatrici continuano mentre, grazie a questa resurrezione, potrebbero trovare un argine.

Perché? Perché la Russia è costretta a occuparsi dell’Heartland, ossia di quelle terre che sboccano sui mari del Pacifico e del Mediterraneo-lago atlantico, da cui si domina il mondo, se a questo si aggiunge il dominio del Congo, il cuore di tenebra di Conrad, e il prossimo palcoscenico dello scontro di potenza mondiale. Ben si comprende allora come l’unico modo di opporsi alla disgregazione internazionale è un nuovo patto di potenza mondiale tra gli Usa e la Russia.

Questo non avviene soprattutto per due importanti motivi. Il primo è la lotta che l’establishment finanziario e intellettual-democratico ha scatenato contro Trump e il suo provvidenziale neoprotezionismo selettivo anti-cinese, scegliendo come campo di battaglia la continuità della lotta contro la Russia, inaugurata dai Clinton, in funzione sia naturalmente anti-russa, sia anti-tedesca. Il secondo motivo è la disgregazione che la Germania sta provocando in Europa, distruggendone la coesione, aiutata in ciò dalla Francia che continua a essere il peggior nemico di un rafforzamento della Nato in Europa.

Di ciò si è ben accorta la Turchia di Erdogan e non a caso i primi due stati europei a subirne le conseguenze sono stati la Grecia e l’Italia, con la pre-invasione turca dell’Egeo e la lotta all’Eni nelle acque cipriote, contese e mai pacificate. I russi, dal canto loro, imitano la Corea del Nord, ma in una guisa tale che la farsa coreana può diventare tragedia, con l’esibizione putiniana dei muscoli nucleari. Ben si comprende allora come per il sistema internazionale, e quindi per i prossimi destini del mondo, fa molto più paura la eventualità che l’Spd tedesca voti contro la Grosse Koalition della signora Merkel che non quale sarà l’esito delle prossime elezioni politiche italiane.

Tutte le forze politiche, salvo le estreme, della macchina dei partiti si stanno via via allineando all’egemonia ordoliberista europea, gli strepiti a cui si son dati i nomi più fantasiosi, populista in primis, si son calmati. Resta forte la minaccia neonazista e neofascista, ma essa non è certo in grado di destabilizzare l’Italia. Le prossime elezioni altro non saranno che un ritorno all’ordine. Tutti si allineeranno alla disciplina del mangiar di magro tedesco e il vero vincitore sarà l’ex capo di gabinetto di Jean-Claude Juncker che, in questo contesto di crisi della politica europea, in questo vuoto politico parlamentare europeo, è stato nominato segretario generale della Commissione europea, pensionando, con effetto immediato, l’olandese Alexander Italianer (pensate un po’!), il tedesco Martin Selmayr, che acquista un potere enorme, a capo dei più di ventimila funzionari europei, diretti da direttori generali in larghissima misura tedeschi. Ma di questo nessuno parla o discute, perché si deve votare, ma votare sul nulla.

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