PASQUA IN CENTRAFRICA/ Il martirio di Désiré Angbabata, quando il corpo diventa un calice

- Federico Trinchero

A Séko (Centrafrica) l’abbé Désiré Angbabata è stato ucciso insieme a una decina di fedeli da un gruppo islamista. Una morte così non si improvvisa. Da Bangui, FEDERICO TRINCHERO

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Papa Francesco (LaPresse)

BANGUI — In Centrafrica il Venerdì santo è arrivato quest’anno con un po’ d’anticipo. Non siamo infatti ancora entrati nella Settimana santa, che siamo improvvisamente raggiunti dalla notizia dell’uccisione dell’abbé Désiré Angbabata, insieme ad una decina di suoi fedeli — tra i quali dei bambini — che avevano trovato rifugio nella parrocchia. Il giovane sacerdote centrafricano era da poco tempo parroco di Séko, una piccola cittadina a 60 chilometri da Bambari, nel cuore del Centrafrica. Séko era stata attaccata da uno di quegli innumerevoli e incontrollabili gruppi di ribelli e banditi (in maggioranza di confessione musulmana) sorti dopo lo scioglimento della Seleka, la coalizione che nel 2013 cercò invano di prendere il potere a Bangui, la capitale del paese.

Proprio in quegli stessi giorni siamo raggiunti da un’altra notizia. A Trèbes, in Francia, a pochi chilometri da Carcassonne, il tenente colonnello Arnaud Beltrame, all’interno di un supermercato preso d’attacco da un terrorista dell’Isis, dà la sua vita in cambio di quella di una donna.

Che cosa unisce questi due episodi avvenuti negli stessi giorni, ma apparentemente distanti, non solo geograficamente?

Mi pare che ci sia, infatti, qualcosa che unisce la vita — e soprattutto la morte — di questi due uomini che esercitavano mestieri così diversi.

Sono sicuro che nessuno di loro avesse previsto la fine tragica della propria vita sul sagrato di una chiesa o tra gli scaffali di un supermercato. Ma sono altrettanto sicuro che il gesto nobile con il quale l’hanno conclusa era in un qualche modo preparato. Verrebbe quasi da dire che una morte improvvisa di questo tipo… non si può per nulla improvvisare.

L’abbé Désiré, asserragliato nei locali della sua parrocchia con alcuni fedeli, si era semplicemente convinto che bisognava intervenire, parlare con il nemico e cercare di trovare una soluzione per arrestare il vortice della vendetta ed evitare un altro bagno di sangue per il suo paese, ormai stremato da anni di guerra. Una guerra nata per il potere e lo sfruttamento delle risorse minerarie, ma che si è trasformata in uno scontro tra confessioni religiose. Joseph non ha avuto il tempo di negoziare una soluzione con il suo interlocutore. La sua ultima eucaristia è stata celebrata non all’altare, come ogni mattina, ma davanti alla sua chiesa e ai suoi fedeli, versando il suo sangue dal suo corpo diventato improvvisamente un calice.

Il tenente colonello Arnaud, in una mattina qualunque, in un supermercato qualunque, ha rapidamente compreso che il suo lavoro gli chiedeva in quel momento un gesto non qualunque, ma un atto d’inaudito coraggio e responsabilità davanti alla follia di un uomo, al fine di evitare di aggiungere altri morti a quelli già contati dal suo paese in questi ultimi anni. Il suo matrimonio con Marielle, l’amata sposa, previsto per il 9 giugno, è stato paradossalmente anticipato nel dono totale della sua vita per una donna, non sua.

Gesti così non s’improvvisano. E non è questione soltanto di coraggio, ma di fedeltà quotidiana, discreta, intrisa d’amore e di gratuità. Non si è mai eroi per caso o all’improvviso. Nessun luogo, nessuna giornata, nessun mestiere sono mai banali.

Ma, pur nella tristezza e quasi nello scoraggiamento davanti al ripetersi di episodi simili, ai quali siamo tragicamente abituati, c’è in tutto questo qualcosa di assolutamente nobile e incoraggiante. In un mare di violenza, di follia, di vendetta e di stupidità la vita donata di Désiré et Arnaud sembrano volerci dire che non siamo ancora perduti, che c’è ancora spazio per la speranza e il sacrificio. Davvero la follia della Croce e dell’amore è più grande e potente della follia della violenza e dell’odio. Nel corpo malato del nostro mondo, poco importa a quale latitudine ci troviamo, ci sono ancora cellule sane che ci mantengono in vita e che possono generare vita.

Probabilmente i miei pensieri non sono gli stessi di un terrorista dell’Isis nascosto in una periferia di una città francese o di un ribelle della Seleka nascosto nella savana del Centrafrica. Oso però pensare e sperare che coloro che sono stati i testimoni delle ultime parole e dell’ultimo sguardo di Désiré e di Arnaud abbiano incontrato il volto del Dio dei cristiani. Che è soltanto amore e che non ha armi. E che neppure vuole che i suoi seguaci lo difendano con le armi. Ma, a chi vuole ucciderlo, si dona.

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