DIARIO ARGENTINA/ Il fallimento della “Mani pulite” promessa da Macri

- int. German Moldes

Mauricio Macri aveva promesso una forte lotta alla corruzione, ma la giustizia argentina fa fatica, spesso per problemi di lentezza giudiziaria, spiega GERMAN MOLDES

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All’atto della sua elezione, nel dicembre del 2015, a Presidente dell’Argentina, Mauricio Macri aveva fissato, nei 4 punti fermi del suo programma, quello di una lotta alla corruzione e al narcotraffico. Quasi due anni dopo si può ben dire che mentre la seconda, seppur senza molto seguito mediatico, ha registrato dei successo inimmaginabili in un Paese dove 13 anni di populismo kirchnerista avevano lasciato campo libero a uno sviluppo impensabile dei cartelli della droga, la lotta alla corruzione sta registrando il completo naufragio di una replica della “mani pulite” italiana che si era anticipata. L’ondata di arresti e carcerazioni preventive, con prove più che schiaccianti, dei responsabili della corruzione (politici e imprenditori) dei due Governi precedenti (Nestor e Cristina Kirchner) è stata vanificata da una burocrazia e pure da una giustizia nella quale continuano a militare giudici e magistrati profondamente legati al kirchnerismo, fatti che hanno prodotto, e continuano a farlo, scarcerazioni che hanno provocato, da una parte, la rabbia di una società che attende da anni una pulizia istituzionale, dall’altra, la felicità dei seguaci del precedente Governo e di organizzazioni che più che dei diritti umani sono diventate servili agli interessi della manipolazione della verità e della corruzione. Ne abbiamo parlato con German Moldes, un magistrato “di trincea”, esemplare, che da anni combatte per una giustizia indipendente e per la nascita una Repubblica di fatto, che finalmente possa, dopo 70 anni di buio, riportare alla luce un Paese con grandissime potenzialità.

Fin dal giorno della sua elezione a Presidente, Macri aveva promesso una lotta alla corruzione che, anche in funzione dei successivi arresti per la gran quantità di prove accumulate, faceva presagire l’inizio di una “Mani pulite” argentina. È di questi giorni la scarcerazione dell’imprenditore Cristobal Lopez e del suo socio De Souza, accusati di frode ai danni dello Stato, ora potrebbe essere il turno di Lazaro Baez, il più importante gestore della gigantesca corruzione kirchnerista. Stagione già finita?

La verità è che sia i controlli che l’attenzione giudiziaria sono diminuiti: nel caso Lopez-De Souza ci stiamo opponendo con ogni mezzo perché si tratta di una vera e propria truffa che ha raggiunto l’importo di 17 miliardi di pesos, grazie alla complicità del responsabile dell’Afip (l’Agenzia delle Entrate argentina, ndr) Ricardo Etchegaray, vero regista di tutta la manovra che doveva permettere al Gruppo Indalo di evitare di pagare le tasse attraverso un processo che potrei definire demoniaco. Quel che doveva finire nelle casse dello Stato veniva utilizzato per comprare altre società e una volta che la faccenda diventa insostenibile chiedeva all’agenzia piani di proroghe per pagamenti che poi non venivano mai effettuati. Quando anche questo gioco non regge più Etchegaray ha concesso ulteriori piani speciali dedicati per allungare ulteriormente i tempi…

Come mai non è stato mai arrestato?

Stranamente non è mai stato collegato a questa vicenda, cosa che adesso sta per essere attuata dietro mia richiesta. Lo scorso anno c’è stata addirittura una richiesta di cambio di tipologia del reato, passando dalla truffa ai danni dello Stato a semplice evasione: però la Corte di Cassazione, dietro nostro intervento, ha respinto tutto, oltretutto confermando l’indagine alla Giustizia Federale e non la Penale Economica. Ma questa manovra, fallita lo scorso anno, ha avuto successo ora e ci stiamo opponendo con gli stessi argomenti ritenuti validi prima: questa è un’associazione a delinquere programmata sia fuori che dentro lo Stato.

Sì, ma ora Lopes e De Souza sono liberi…

Questo perché la richiesta di appello è stata fatta dai difensori degli imputati e io come rappresentante del pubblico ministero non sono stato chiamato in causa: lo sono ora e per questo sto lavorando affinché si rimedi a questo errore giudiziario. La mia istanza verrà presentata il 4 o 5 aprile. Ribadirò la richiesta del carcere, includendo anche Etchegaray, perché implicato nella stessa manovra.

La giustizia è investita da un grande fuoco mediatico dopo una decisione che ha scandalizzato l’opinione pubblica…

La politicizzazione del potere giuridico lo ha portato poco a poco verso questo estremo di fuoco mediatico nel quale sono cambiati addirittura i parametri: la risoluzione sopra citata l’ho letta sul giornale prima che mi venisse notificata come parte in causa. Sarà molto difficile sradicare questa cultura anche perché, attraverso l’uso dei cellulari dai quali dipendiamo, è cambiata l’informazione che in questo caso non passa più prima per i canali istituzionali e credo che ciò costituisca un problema mondiale, non solo argentino. 

In che senso?

Prima i giudici parlavano con le loro sentenze, non con dichiarazioni: la società ha altre tempistiche e anche i codici devono essere cambiati non per adattarli, cosa impossibile perché la società esige risposte immediate che la giustizia non può dare, ma per attualizzarli e far sì che i procedimenti siano più agili e i tempi della giustizia più veloci e meno complicati. Ogni volta che accadono delitti o manovre che fanno arrabbiare l’opinione pubblica la politica pensa solo all’inasprimento delle pene, senza contare che a chi delinque non importa nulla di quanti anni passerà in carcere, ma solo di non venir scoperto o evitare la pena. Per cui aumentarla non serve: manteniamo le pene così come prescrive la legge, ma agevoliamo i processi velocizzandoli, in modo da evitare un’infinità di trappole e fantasie giudiziarie che allungano i tempi delle sentenze a livelli inimmaginabili. 

Quando l’Argentina potrà dire di essere una vera Repubblica? 

Quando la gente finirà di identificarsi politicamente con una figura per privilegiare il funzionamento delle Istituzioni. Un Governo delle istituzioni può sembrare però estremamente noioso rispetto a quello di un “caudillo”, con il quale la gente si riconosce pensando erroneamente: “Questa è la persona che risolverà tutti i problemi del Paese”.

(Arturo Illia)

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