INCONTRO TRUMP-KIM JONG-UN/ Il grande assente è il trattato di pace tra Nord e Sud Corea

Finalmente Donald Trump e Kim Jong-un si sono incontrati di persona: è l’inizio di una nuova era? Per FRANCESCO SISCI è ancora troppo presto, la strada è molto lunga

13.06.2018 - int. Francesco Sisci
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Kim Jong Un e Donald Trump (LaPresse)

Si “sono annusati”, hanno preso le rispettive misure: si può dire che quello che è stato definito “l’evento più importante del Terzo Millennio” in realtà è stato solo l’inizio di una lunga strada che non sarà per niente facile, spiega a ilsussidiario.net Francesco Sisci. Non è fantascienza, ha detto Kim Jong-un a proposito del vertice, ma non è neanche storia, a cominciare da quella che Sisci definisce “una trumpata”, una sparata che non si concretizzerà mai, il ritiro dei 35mila soldati americani presenti in Corea del Sud. Questo ci dà la misura della poca concretezza di quanto accaduto: lo stesso Trump ha detto che è stato abbozzato “un documento sulla denuclearizzazione alquanto completo”. Chi comunque ha guadagnato da questo summit è il dittatore nordcoreano.

Che cosa realmente è avvenuto a Singapore? Quale il risultato che ne è scaturito?

E’ stato il primo atteso passo, in cui i due leader si sono tesi la mano, ma non hanno fatto molto di più.

Trump a sorpresa ha messo sul tavolo il ritiro dei soldati americani dalla Corea del Sud e la fine delle manovre congiunte tra Seul e Washington, se lo aspettava?

Onestamente questa è una cosa che non sta né in cielo né in terra, è qualcosa che è destinato a rientrare nei prossimi giorni. Dove li mette 35mila soldati? Neanche in America c’è il posto. E poi gli Stati Uniti non potrebbero abbandonare così Seul, senza neanche averli avvertiti. Secondo me è stato addirittura un errore, uno svarione da parte di Trump senza capo né coda.

Kim Jong-un invece ha garantito la denuclearizzazione del suo paese. Questo è più concreto?

Intanto non è una garanzia perché è solo una dichiarazione di intenti, ma sicuramente è molto più concreto di quanto proposto dal presidente americano, per un motivo semplice. Il nucleare è un surplus nella difesa nordcoreana, perché diversamente dagli iracheni o dai libici Pyongyang ha 30mila cannoni puntati su Seul. L’ipotesi di un attacco di sorpresa contro il Nord rimane tecnicamente impossibile, bastano queste armi.

Che altro non è uscito fuori da questo vertice?

Qualcosa che è ancora da affrontare, cioè il trattato di pace fra Nord e Sud come ci fu tra le due Germanie. Questo aprirebbe lo scenario di una penisola con punti di ingresso, ad esempio una ferrovia intercoreana che arrivi in Cina o in Russia. Cambierebbe la geopolitica del continente.

I toni enfatici che si sono letti su questo summit secondo lei sono giustificati?

E’ stato sicuramente un avvenimento importante, ma di concreto non abbiamo ancora niente. Bisogna vedere cosa farà Kim Jong-un, a che livello si aprirà, quali garanzie avrà per la sua permanenza al potere visto che la sua è una dittatura vera.

Che valore aggiunto porta a Trump questo vertice, anche alla luce del disastroso G7?

Per Trump certamente è un successo, ma se è un successo per lui, lo è molto di più per Kim, che ha guadagnato molto in termini di popolarità. Di fatto è stato sdoganato. Questo sdoganamento è molto più importante di qualunque altra cosa. Adesso bisogna capire cosa significherà questo sdoganamento, cosa pagherà in cambio. Se Kim cercherà di pagare poco o non pagare, allora possono nascere nuovi guai. 

In conclusione?

E’ iniziato un processo, e per fortuna: si allontanano orizzonti apocalittici, però la strada è lunga. Intanto la Cina resta marginalizzata da questo scenario, nessuno dei due l’ha mai nominata. Il grande successo nordcoreano è stato proprio questo: aver saltato la Cina e parlato direttamente con l’America.

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