CAOS SIRIA/ Usa e Turchia mettono nuovi jihadisti nelle zone “liberate” dall’Isis

- Patrizio Ricci

In Siria la situazione nelle zone di “de-conflict” è critica: la Nato si serve di milizie mercenarie e islamiste per operazioni di polizia. E in quelle dichiarate off-limits? PATRIZIO RICCI

siria_guerra_12_lapresse_2018
In Siria (LaPresse)

Contrordine, l’amministrazione Usa ha di nuovo cambiato idea: l’esercito siriano non deve riconquistare Daraa, Kuneitra e le zone limitrofe occupate dai radicali salfiti, tra cui al Qaeda. A riguardo, la posizione statunitense è stata chiara, il portavoce del Dipartimento di Stato Heather Nauert giovedì ha avvertito che l’esercito siriano non potrà riprendere il sud-ovest della Siria all’interno della zona de-escalation” altrimenti “gli Stati Uniti prenderanno misure ferme e appropriate in risposta alle violazioni del governo siriano in questo settore”. 

In sostanza, gli Stati Uniti e la Ue considerano le enclavi dei ribelli siriani alla stregua di “isole felici” da preservare (ad esse infatti non sono applicate le sanzioni) anche se sono detenute da gruppi jihadisti non proprio “moderati” ed in continuo conflitto tra loro. 

Naturalmente il richiamo al rispetto dell’area di de-conflict è falsa: l’esercito siriano non ha l’obbligo di rispettare la tregua quando essa è continuamente violata dalle milizie antigovernative. Inoltre è rilevante che nell’enclave sia presente anche lo stato islamico ed il gruppo terroristico Hay’at Tahrir al-Sham. Peraltro — anche se costantemente sottaciuta dai grandi media — la realtà “vera” delle vessazioni esercitate dagli milizie salafite sulla popolazione civile all’interno delle enclavi è stata evidenziata ad ogni liberazione. Aleppo, Homs e poi Ghouta dovrebbero costituire esempi più che eloquenti. Le numerose interviste effettuate ai cittadini nelle città appena liberate, non sono fraintendibili e forniscono un utile corollario. Le scene di giubilo della popolazione aleppina l’indomani della liberazione, dicono chiaramente che la versione della realtà che rappresenta le “isole felici” è del tutto distorta. Se ciò non bastasse, è noto che anche i ribelli stessi, già dai primissimi tempi dell’occupazione di Aleppo, riconoscevano che la popolazione non li sosteneva e metteva in atto continue delazioni per eliminarli (Time novembre 2012 e World Tribune).  

Ma se l’enclave ribelle di Daraa non è nient’altro che il tentativo di fondare un piccolo emirato, la situazione non è migliore nelle aree di de-conflict gestite direttamente dalla Nato (ovvero dagli Stati Uniti al di sopra dell’Eufrate e dalla Turchia nel sud-ovest della Siria) perché le forze di occupazione hanno rotto i delicati equilibri che permettevano alle diverse etnie di coesistere. In particolare, nella zona occupata dalle forze statunitensi al nord dell’Eufrate, sussistono ancora gli esiti dei mezzi brutali usati per cacciare Isis dalla città di Raqqa (denunciati recentemente da Amnesty International). La mancata ricostruzione, i morti tra le macerie mai sepolti, la sottrazione forzosa delle risorse, le vessazioni delle forze Syrian Democratic Force (Sdf) sui residenti, hanno portato al crescente malcontento delle popolazioni locali verso Sdf e le forze statunitensi.

In questo senso, un esempio molto eloquente della frustrazione della popolazione civile verso gli occupanti è l’incontro dei leader di 70 tribù siriane avvenuto circa due settimane fa a Deyr Hafir (governatorato di Aleppo) che ha avuto come esisto la costituzione di una forza combinata “che combatterà le forze sostenute dagli Stati Uniti e le truppe straniere nel nord della Siria”. 

Non è migliore la situazione nelle restanti aree sottratte al governo siriano. In particolare, è degno di nota la pessima situazione che si è venuta a creare nell’area di Afrin detenuta dall’esercito turco (nella parte sud-occidentale del paese), dopo la conquista con l’operazione “Ramo d’ulivo” (20 gennaio/24 marzo 2008).

In proposito, la Ong Human Rights Watch ha denunciato che in occasione della conquista di Afrin detenuta dalle forze curde, l’esercito turco ha lasciato la città in balìa delle milizie jihadiste “embedded” che hanno saccheggiato e si sono appropriate con la forza di abitazioni e proprietà private per uso personale.
Le  bande estremiste filo-turche hanno replicato le vessazioni e gli abusi sperimentate dalla popolazione durante l’occupazione di Aleppo Est senza che l’esercito turco esercitasse nessun tipo di contenimento in difesa della popolazione civile.

L’agenzia di stampa curda Firat News Agency riporta continuamente ed in modo particolareggiato circa il trattamento brutale, i saccheggi, le estorsioni, i rapimenti, gli stupri, le torture e gli abusi di ogni tipo che le milizie jihadiste infliggono alla popolazione civile (vedi qui e qui) e come i militari turchi ed i mercenari rapiscano persone note per essere simpatizzanti delle Unità di protezione popolari curde (Ypg, la più importante milizia curda che ha combattuto l’Isis in Siria). 

L’Osservatorio siriano per i diritti umani (Sohr) conferma tali circostanze con un’aggiunta: l’esercito turco — sin dalla conquista della città di Afrin — ha delegato la funzione di polizia alla milizia islamista “Rahman Corps” (che operava nel quartiere Jobar a Ghouta Est),  tra l’altro autorizzandola ad imporre sui residenti la legge della Sharia ed il velo islamico alle donne curde (che mai lo hanno usato prima). E’ da sottolineare che il gruppo Rahman Corps rappresenta solo una delle milizie filo-turche, forse una delle più gestibili. 

Pertanto, la domanda che si impone è la seguente: se questa è la situazione nelle aree di de-conflict direttamente detenute da paesi della Nato, come credete che sia la condizione di vita della popolazione civile nel sud della Siria, ovvero nelle aree decretate dagli Usa “off-limits”?

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori