ETIOPIA vs ERITREA/ Cosa succede se qualcuno fa la pace nel Corno d’Africa?

- Caleb J. Wulff

Il nuovo premier etiopico ha deciso di attuare gli accordi del 2000 che posero fine alla guerra con l’Eritrea. Forse uno spiraglio di pace nel tormentato Corno d’Africa. CALEB J. WULFF

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Immagini di repertorio (Foto da Lapresse)

L’attentato del 23 giugno ad Addis Abeba durante un comizio di Abiy Ahmed, nuovo premier dell’Etiopia, ha riportato l’attenzione sulla ex colonia italiana. Nello scorso aprile, la coalizione che governa il Paese dal 1991, in modo decisamente autoritario, lo ha nominato primo ministro dopo laboriose consultazioni interne. Ahmed è il primo Oromo a ricoprire questa carica, nonostante la sua sia l’etnia più consistente del Paese, e dagli Oromo erano partite manifestazioni contro il regime, che hanno poi coinvolto anche l’altra grande etnia etiopica, gli Amara, portando alle dimissioni del precedente premier. Ahmed si è dimostrato disposto ad avviare riforme nel Paese, come richiesto dai dimostranti, e ha preso subito una decisione del tutto non prevista: l’accettazione degli accordi di Algeri del 2000, in base ai quali l’Etiopia deve restituire alcuni territori all’Eritrea. Proprio questa decisione, contrastata da molti in Etiopia, potrebbe aver causato l’attentato.

I rapporti tra le due ex colonie italiane sono stati sempre molto conflittuali, a partire dall’opposizione dell’Etiopia all’indipendenza dell’Eritrea. Nel 1952 l’Onu definì per l’Eritrea lo status di provincia autonoma, benché federata all’Etiopia, ma nel 1962 l’allora imperatore Hailé Selassié decise unilateralmente di annetterla, provocando una trentennale guerriglia da parte degli indipendentisti eritrei, fino alla dichiarazione di indipendenza dell’Eritrea nel 1993. Nel 1998, tuttavia, tra i due Paesi scoppiò un’altra guerra per questioni territoriali, terminata nel 2000 appunto con i citati accordi di Algeri. Questi accordi però sono rimasti fino ad oggi lettera morta; da qui la sorpresa per la decisione di Ahmed, ma anche la sua importanza per iniziare la stabilizzazione di un’area sconvolta da una serie interminabile di conflitti.

Dopo la dichiarazione di Ahmed, è sorto un certo scetticismo su quale potesse essere la risposta del regime eritreo. Dall’indipendenza, l’Eritrea è guidata da Isaias Afewerki, che ha instaurato un regime dittatoriale da cui chi può fugge, in particolare i giovani, che rischiano perfino un servizio militare obbligatorio senza limiti di tempo. Le tensioni con l’Etiopia hanno finora fornito ad Afewerki una giustificazione per il suo regime di polizia, da qui le perplessità di alcuni commentatori. Invece, nei giorni scorsi il governo eritreo ha dichiarato di accettare la ripresa dei colloqui con Addis Abeba per concordare l’applicazione degli accordi. Forse Afewerki pensa di poter sfruttare per il proprio regime quella che è di fatto una vittoria per l’Eritrea. Oppure, ipotesi negativa, pensa che non se ne farà niente, data la forte opposizione che la proposta di Ahmed trova in diversi ambiti etiopici, che la considerano una cessione di sovranità ad Asmara.

Abiy Ahmed ha anche avviato riforme in campo economico per risolvere quello che è un grave problema in un’economia che pure è in espansione: la mancanza di riserve di valuta estera, che riduce la possibilità di commercio internazionale. Pertanto, sembra avere in programma la privatizzazione parziale di alcune grandi imprese pubbliche e una serie di misure per facilitare gli investimenti dall’estero. L’economia del Paese è ancora in gran parte fondata sull’agricoltura, ma il mercato etiopico è piuttosto interessante: con una popolazione di un po’ più di 100 milioni di abitanti è il Paese più popoloso in Africa dopo la Nigeria. L’Italia è ovviamente già presente, per esempio nel settore delle infrastrutture, ma sarebbe auspicabile una maggiore presenza, non solo economica, in queste sue ex colonie, nei confronti delle quali ha sì diversi crediti, ma anche moltissimi debiti, come tutte le altre potenze coloniali.

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