SPARATORIA A TORONTO/ Farsi compagnia è più importante del controllo delle armi

- John Zucchi

Due morti e 13 feriti è il bilancio di una sparatoria avvenuta ieri sul Danforth, la strada principale di Greektown, Toronto. Ignote le ragioni dell’attacco. JOHN ZUCCHI

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Polizia canadese (LaPresse)

MONTREAL — Greektown, un pittoresco quartiere di Toronto, è un posto ben frequentato d’estate e in una calda sera d’estate si può vedere molta gente passeggiare per le strade o seduta ai tavoli sui marciapiedi di qualcuno dei numerosi ristoranti. Chi è di Toronto, infatti, approfitta di queste calde sere d’estate prima che il freddo riprenda il sopravvento. La sera di lunedì scorso, dopo una giornata piovosa, mentre molti si avventuravano di nuovo nelle strade, un uomo armato vestito di nero e con una borsa nera ha cominciato a sparare all’impazzata sulle persone che passeggiavano sul Danforth, la strada principale di Greektown. Per il momento, sappiamo solo che lo sparatore aveva 29 anni e che dopo aver colpito tredici persone è scappato e poi si è ucciso. Una donna, già a terra, è stata colpita più volte, vi è stata un’altra vittima e una bambina di nove anni versa in condizioni critiche. Non vi ancora nessuna ipotesi sui motivi della sparatoria, né si conosce l’identità dell’autore, ed è quindi difficile commentare questo tragico evento.

Di certo, questa terribile vicenda pone molte domande. Come è possibile che ciò accada in un Paese pacifico come il Canada? Qui c’è un controllo molto stretto sulle armi e non vi è nessuna battaglia politica sul diritto di portarle. I canadesi considerano sconvolgente la facilità di accesso alle armi negli Stati Uniti. Le città canadesi sono molto più sicure delle città statunitensi e non si ha paura a camminare per le strade di Toronto anche a notte fonda. In Canada, su una popolazione di 37 milioni di persone, nel 2016 si sono verificati 611 omicidi: nello stesso anno, la sola città di Chicago ne ha registrati 762.  

Ciononostante, anche noi abbiamo avuto i nostri momenti di terrore. Nel 1989, quattordici ragazze vennero uccise nella École Polytechnique di Montréal; qualche anno dopo, ancora a Montréal, ci fu una sparatoria in un college. Quest’anno, un giovane ha investito con un furgone numerose persone su una delle strade più trafficate di Toronto, causando dieci morti e tredici feriti. A Toronto, una delle gravi questioni in discussione è come affrontare la disponibilità di armi illegali che ha portato a un incremento degli omicidi con armi da fuoco, 26 finora quest’anno, omicidi collegati soprattutto all’operato di bande.

Sarebbe un peccato se i sostenitori americani del libero accesso alle armi trovassero in tutto ciò un argomento per sostenere che il controllo delle armi in Canada non è servito a prevenire attacchi terroristici. Il controllo delle armi è senza dubbio necessario, ma non può essere l’unica risposta. Come dimostrano i casi canadesi, per quanto si cerchi di lasciare fuori del Paese o sotto chiave le armi, vi sarà sempre un modo per procurarsi armi illegalmente o per aggirare la legge. Ciò che colpisce è l’isolamento di chi ha effettuato questi attacchi negli ultimi trent’anni, almeno in Canada. Tutti i casi citati — ma potrei aggiungerne altri — hanno coinvolto giovani soli e delusi, senza nessun rapporto. I compagni di scuola li ricordano come tipi solitari: persone che potevano frequentare una scuola, fare un lavoro o altre cose normali, ma in qualche modo senza alcun coinvolgimento.

La città di Montréal ha avuto recentemente una delle più lunghe ondate di caldo mai registrate, che ha provocato 55 morti. Molte delle vittime erano anziani che vivevano ai piani alti di palazzi senza aria condizionata, molti avevano problemi fisici e mentali e tutti erano soli, senza amici, senza nessuno che li assistesse. Ogni anno padre Claude Paradis, un ex senzatetto che è diventato prete e che segue ora i senzatetto di Montréal, celebra una messa funebre per tutti i morti nella città i cui corpi non sono stati richiesti da parenti o amici: quest’anno sono stati 400.

Questi fatti non suggeriscono forse che vi è uno strappo nel nostro tessuto sociale? Mentre da un lato abbiamo ogni tipo di buone associazioni di volontari, mentre i giovani vengono incoraggiati a svolgere volontariato, anche come modo per aumentare le loro probabilità di entrare nell’università che hanno scelto, non è triste che si permetta a così tante persone di passare inosservate? Facciamo veramente attenzione ai nostri vicini, ai loro bisogni? Naturalmente non possiamo predire la libertà umana e nessun meccanismo renderà buone le persone. Uno può comunque scegliere il male, ma se in qualche modo noi siamo capaci di aprire un dialogo con chi sembra aver superato il limite, con chi sta morendo da solo, o con coloro la cui solitudine è diventata così insopportabile da spingerli alla violenza, non vivremmo forse in una società più umana?

Come primo passo, potremmo conservare le vittime di questa tragedia, incluso lo stesso assassino, nei nostri pensieri e nelle nostre preghiere, e questa non è una pia espressione perché implica una presa di coscienza. Possiamo iniziare, in questo semplice modo, a fargli sapere che non sono stati dimenticati. Non dimenticare il nostro prossimo è già il segno di una nuova consapevolezza.

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