JIHAD IN EUROPA/ Barcellona un anno dopo, gli estremisti chiedono risposte

È trascorso un anno dall’attentato di Barcellona. La rabbia e l’ideologia che ne sono seguiti non sono il modo migliore per affrontare la minaccia terroristica. FERNANDO DE HARO

27.08.2018 - Fernando De Haro
barcellona_attentato_anniversario_ramblas_lapresse_2018
A Barcellona si ricorda l'attentato del 2017 (Lapresse)

Nonostante i tentativi di politicizzazione, nonostante l’insufficienza delle cerimonie, Barcellona è riuscita a piangere i morti di un anno fa, le 16 vittime dello jihadismo nella città e a Cambrils. Una di queste vittime era Julian Cadman, di 7 anni, con doppia cittadinanza australiana e britannica. Dodici mesi fa stava attraversando le Ramblas di Barcellona. Julian e sua madre erano venuti al matrimonio di un parente. Il piccolo è stato investito dal furgone usato dagli jihadisti. In un primo tempo era stato dato per disperso, mentre sua madre era stata ricoverata con gravi ferite. Poi, dopo alcune ore angosciose, è stata certificata la sua morte. La vita di Julian era iniziata da poco, aveva un viso rotondo, occhi nerissimi, un bel sorriso e quella grande curiosità che si ha a 7 anni. 

La sofferenza, il dolore, la morte sempre incomprensibile degli innocenti, dei giusti. Julian è una delle vittime di questi attentanti che si è voluto dimenticare presto in nome dell’ideologia, di un futuro che doveva essere costruito in fretta. Lo spietato jihadismo che ha colpito Madrid, Nizza, Stoccolma, Berlino e Parigi ha colpito un anno fa a Barcellona. Ma qui è stato diverso.

Lo studio “Attentati di Cambrils e Barcellona: reazioni, spiegazioni e dibattiti in corso” del Cidob (Barcelona Centre for International Affairs) evidenzia che dopo gli attentanti sono stati “silenziati” i dibattiti di fondo che un fatto del genere provoca. C’è stato un rumore intenso per alcuni giorni, con fischi alle manifestazioni. L’onda d’urto del male causato dagli jihadisti si era diffusa incattivendo tutto. Abbiamo visto e sentito quell’oscena polarizzazione che non vuole e non riesce a zittirsi davanti al dolore. Al dolore di 16 ingiuste morti è stato aggiunto il dolore di chi ha voluto cercare un vantaggio dallo scaricare la colpa su altri. 

Quando impareremo che quando il terrorismo colpisce gli unici colpevoli sono i terroristi? Le vittime ci hanno invitato e ci invitano un anno dopo a uscire dalla nostra bolla ideologica. Se non la abbandoniamo, l’onda d’urto si moltiplica e oltre che con il bilancio delle vittime dovremo fare i conti con la morte della nazione, del Paese, della vita sociale.

Le ideologie, i paradisi politici che vogliono portare il cielo sulla terra sono sempre astratte, non sono interessate alle storie dei singoli. Alle storie come quelle di Julian. I progetti astratti che vogliono costruire il paradiso in terra considerano come un semplice aneddoto la solidarietà, la carità, la gratuità con cui un anno fa i traduttori, i proprietari di negozi, i tassisti sono accorsi ad aiutare. Le ideologie astratte disprezzano quella compassione che si è messa in moto un anno fa. Quando forse non c’è niente che sia all’altezza della sofferenza e della morte degli innocenti come la compassione, la solidarietà, la carità. La compassione forse è la categoria politica più definitiva.

Lo jihadismo pone molte sfide, di sicurezza e politiche. Ma c’è una sfida forte, una domanda che non possiamo smettere di farci e di cui parliamo poco. Gli jihadisti amano la morte: noi amiamo la vita più di quanto loro amino la morte? Abbiamo ragioni, motivi, certezze, esperienze che ci permettano di amare la vita più di quanto loro amano la morte? Senza queste ragioni, senza questi motivi, siamo perduti.

Un anno dopo è stato possibile rendere omaggio alle vittime in una cerimonia tenuta in Plaza de Cataluña, presieduta da Felipe VI. Il sapore è stato agrodolce. La divisione, la polarizzazione ha impedito di dire una parola di giudizio su quanto accaduto. Il Comune di Barcellona ci ha solamente offerto alcuni versi di John Donne, un poeta che scriveva nel momento in cui l’Europa era devastata dalle guerre di religione: un errore. La minaccia dello jihadismo non consiste in una guerra di religione: questo è ciò che gli jihadisti vogliono farci credere.

Otto membri della cellula jihadista sono morti prima o dopo gli attentati e tre sono in carcere in regime di massima sicurezza. L’origine della cellula era nell’auto-proclamato imam di Ripoll, Ell Satty, che risponde a un profilo molto frequente nello jihadismo europeo: era stato in carcere per una condanna per traffico di droga. È riuscito a coinvolgere due coppie di fratelli che non erano realmente immigrati, in teoria erano completamente integrati. Perché esiste uno jihadismo europeo? Né l’autoproclamato imam, né i giovani erano, a quanto sembra, persone religiose. Siamo di fronte a un islam radicalizzato o a un radicalismo islamizzato? Nessuno che usi il nome di Dio per colpire è veramente religioso. 

In Catalogna c’è uno dei focolai dello jihadismo spagnolo. Dal 2013 al 2017 sono state effettuate 33 operazioni anti-jihadiste, cha hanno portato a 65 arresti. Perché questo jihadismo cresce? C’è un vuoto di significato nella vita pubblica, abbiamo un modello di convivenza che genera nichilismo, che lascia i ragazzi senza ideali e questo nichilismo genera violenza? Sono domande troppo serie per rispondere in 900 parole. Ma dovremo farcele tutti, con sincerità: è già meglio che discutere di sciocchezze senza preoccuparsi di ciò che conta.

I commenti dei lettori