Birmania, 7 anni a due giornalisti Reuters: condanna confermata/ Facevano reportage sul massacro dei Rohingya

Birmania, confermata condannata di 7 anni ai due giornalisti della Reuters: compivano un reportage sul massacro della minoranza musulmana dei Rohingya

11.01.2019 - Niccolò Magnani
Campi Rohingya
Birmania, la repressione dei Rohingya (LaPresse, 2019)

Un massacro, continuo, troppe volte nascosto dal regime, che prosegue anche dopo i fari puntati di Onu e addirittura di Papa Francesco nelle ormai storiche invettive contro il genocidio alla minoranza musulmana dei Rohingya: avviene tutto in Birmania e anche quando qualcuno – come i due giornalisti della Reuters – vuole provare a far luce su quanto ancora sta avvenendo all’interno dei confini asiatici, i giudici li fermano e li arrestano. È stata confermata quest’oggi la condanna a sette anni per “violazione di segreto di Stato” proprio mentre i due giornalisti Wa Lone, 32 anni, e Kyaw Soe Oo, 28 anni, stavano compiendo un reportage sul massacro dei Rohingya da parte del regime: furono arrestati nel dicembre 2017 a Yangon con l’accusa pretestuosa di aver violato presunti segreti di stato, con i pubblici ministeri (riporta la Stampa) che continuano a sostenere come i due reporter avessero «informazioni riservate sulle operazioni di sicurezza nello Stato di Rakhine, da dove centinaia di migliaia di musulmani Rohingya sono fuggiti durante una repressione condotta dall’esercito».

BIRMANIA, È ANCORA CAOS DEMOCRAZIA

L’Onu ha già definito quelle operazioni anti-Rohingya come mera pulizia etnica genocidiaria, ma la Birmania ancora non riesce a risolvere il suo “piccolo” problema di democrazia: la condanna confermata dei due giornalisti Reuters è una banale e semplice conseguenza, che pesa però sulla vita di due persone innocenti, anzi “colpevoli” di aver svolto il loro lavoro di inchiesta. «Il verdetto di primo grado non era sbagliato ed era conforme alle leggi in vigore. I legali dei giornalisti non hanno fornito sufficienti prove per dimostrare la loro innocenza», hanno detto i giudici birmani, mentre Reuters ha commentato con «è un’ennesima accusa pretestuosa». A questo punto l’ultimo possibile atto è fare appello alla Corte Suprema birmana, con tempistiche che non arriverebbero prima di 6 mesi a questa parte. La lotta per la verità – e la giustizia – continua..



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