JUNCKER & MACRON/ Il mea culpa fasullo e lo schiaffo ai gilet: il doppio volto della tecnocrazia

Ieri Juncker ha fatto mea culpa sulla Grecia: troppa austerity. La finta genuflessione di chi sa di avere vinto nel deserto. Intanto in Francia Macron dà il meglio delle élites

16.01.2019 - Raffaele Iannuzzi
Alexis Tsipras, primo ministro ellenico, con Jean Claude Juncker, presidente della Commissione europea (LaPresse)

Quando la politica cede le armi, i funzionari diventano dialettici. Jean-Claude Juncker può, dunque, anche stavolta, approfittare della minorità, ormai cronica, della politica, per ripassare il manuale hegeliano della dialettica. La dialettica impugnata contro se stessi non può che essere vincente. Anche perché i critici di turno, comparse scontate in un gioco a somma zero, alimentano, con il loro moralismo, da copione, la posizione del “commissario” dialettico. “Lacrime di coccodrillo”, “parla lui, con il suo stipendio da nababbo”, etc. la solita nenia, effetto diretto e imbarazzante della spoliticizzazione giunta al compimento. L’unico habitat storico è il deserto postmoderno.

Juncker ha scelto la Grecia, facile bersaglio, per testare la sua dialettica contro se stesso. La logica del gran capo dell’eurocrazja è volutamente aperta al teatro del grottesco. Difficile pensare che l’avvocato belga, in sella al cavallo che arriva sempre primo, da quando era ragazzo, abbia prestato molta attenzione alle reazioni scontate degli oppositori. Juncker afferma che, con la Grecia, non è stata usata “solidarietà”, che brutta bestia l’ “austerità avventata”, con il cappello in mano davanti agli sportelli del Fondo Monetario Internazionale. Però, signori e signore, l’euro ha avuto successo, al di là della convergenza economica intraeuropea, che mai si realizzerà. Quindi, la Grecia, alla fine della fiera, è stata trattata come “carne da cannone”, con perfetto metodo stalinista, e con l’uso adeguato della dialettica degli opposti che produce, automaticamente, la sintesi. E la sintesi può anche apparire genuflessa, come quella junckeriana. Ma è la genuflessione di chi sa di aver vinto nel deserto.

E naturalmente gli oppositori, solidi produttori di retorica plebea, destinata inevitabilmente al fallimento, non colgono questo aspetto. Costoro possono anche raccattare una manciata di voti in più, alle prossime europee, ma non vinceranno mai, con questo approccio, la guerra contro l’Ue dei dialettici, allievi di Stalin e cugini di Hegel e della Prussia “über Alles”. Questa versione postmoderna del Re di Prussia troverà sempre realisti più realisti del Re. Juncker non è interessato affatto alla consultazione elettorale europea, perché il combinato disposto creato sotto la sua reggenza è fatto per prescindere da tutto ciò.

Accanto a questo scenario, c’è Macron e la consultazione aperta ai francesi. I gilet gialli hanno devastato interi quartieri parigini, alla scuola delle moltitudini di cui Toni Negri & C. sono stati i teorici, applauditi anche alla Sorbona, e invaso la dimensione pubblica di un paese semidevastato e in balia del nulla come la Francia. A questo punto, con il cerino in mano e l’Eliseo in fiamme, Macron corre ai ripari, fuori tempo massimo, come afferma, fra le righe, anche Le Monde.

La République contractuelle, basata sulla paura di morire politicamente, da un lato, e dall’altro, sulla chiacchiera postmoderna da piattaforma web fa morir dal ridere per vacuità e disperata tensione. Tuttavia, anche questo deserto in salsa democraticista è il segno della spoliticizzazione giunta alla fase epocale più compiuta: chi guida la Francia non riuscirà a fare come il Barone di Münchausen e, colpito dalla palla di cannone, tradotto gilet gialli, nella palude ci rimarrà, senza potersi cavar fuori affidandosi al proprio codino.

Quindi, anche la Francia rispecchia l’Ue di Juncker: Macron tenta disperatamente di esercitare il ruolo del Re di Prussia di hegeliana memoria. Ma la sua dialettica contro se stesso, nel bavardage salottiero dei suoi amici e nel clangore esasperato dei suoi nemici, farà la fine della montagna che partorisce il topolino.

Juncker, Macron e i gilet gialli, intorno gli urlatori plebei, ecco lo scenario europeo e la messa tra parentesi della politica, che, in questo contesto, non ha più ragione di esistere.

La tecnocrazia è stata la deriva estrema della spoliticizzazione, oggi abbiamo davanti a noi un’altra fenomenologia, tutta da indagare, che oscilla tra vecchie reggenze commissariali e nuove disperazioni istituzionali, con le moltitudini postmoderne a caccia dell’untore. Benvenuti in Eurolandia, e l’ultimo, naturalmente chiuda la porta, s’il vous plait.

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