BREXIT/ Il salvataggio della May in una battaglia tra perdenti

Theresa May ha ottenuto la fiducia in Parlamento. Ora si riapre la trattativa sulla Brexit, tra due soggetti di fatto perdenti sullo scacchiere globale

17.01.2019 - Gianluigi Da Rold
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Theresa May (Lapresse)

Theresa May si salva sul filo del rasoio con una maggioranza di 19 voti ai Comuni. La cruciale partita sulla fiducia al governo conservatore passa per 325 a 306. Westminister è praticamente spaccata in due. I tories si sono ricompattati, per quanto fosse possibile, almeno sulla fiducia al governo e quindi danno una manciata di giorni alla premier per cercare di ottenere una nuova trattativa e un’uscita senza avventure e “senza rete” dall’Unione europea. In definitiva, un nuovo accordo con l’Unione europea. Ma è evidente che l’avventura politica di Theresa May è ormai al tramonto. Ridimensionata brutalmente dalla votazione avvenuta martedì ai Comuni, con una maggioranza schiacciante contro la sua proposta, la figura del premier delinea tutto il malessere che vive la Gran Bretagna in questo momento.

C’è chi parla di una “follia” britannica, di una votazione dove il governo ha perso in modo così schiacciante solamente circa 100 anni fa. Qualcuno scomoda un umorismo macabro, ricordando la tragica vicenda della “Brigata leggera” a Balaklawa, durante la guerra di Crimea di metà Ottocento, quando Lord Raglan e Lord Cardigan condussero al massacro i 600 cavalleggeri inglesi e passarono alla storia soprattutto per un tipo di “maglione” e di particolare taglio di “spalle di giacca”. Un disastro. Nel macabro umorismo britannico ci si interroga su chi sia Raglan o Cardigan, tra May e Johnson. In definitiva una pagina amara e piena di contraddizioni che forse non riguarda solo la vecchia democrazia britannica.

È ormai noto che non si è discusso tanto sulla Brexit, sul merito della Brexit, quanto sul modo di uscita, sulle vicende del confine irlandese, sulle contraddizioni interne al partito conservatore dove Boris Johnson è il leader più spregiudicato e più deciso a tagliare i rapporti con l’Unione europea, anche a rischio di quella che è stata chiamata hard-Brexit e magari senza neppure una trattativa, un no-deal, che avrebbe portato a conseguenze imprevedibili i rapporti tra Gran Bretagna e Unione europea.

E l’opposizione dura dei laburisti di Jeremy Corbin è apparsa più una recita scontata, interna a Westminster, diciamo di ufficio, rispetto al merito stesso della Brexit, della separazione cioè tra isole britanniche ed Europa. In effetti lo stesso Corbin si è ben guardato dal riparlare di un referendum sulla separazione e le ipotesi di una possibile rivotazione referendaria sono molto vaghe, quasi impalpabili e, sicuramente, la votazione non sarebbe sicura anche nel risultato, dopo questo tortuoso itinerario politico che potrebbe portare a sviluppi imprevedibili anche nello stesso Regno Unito.

Forse il problema di questa contorsione britannica va ricercata altrove. Nel tramonto definitivo di un ruolo geostrategico importante ricercato dalla Gran Bretagna, dello stesso ridimensionato ruolo del Commonwealth, di un legame sempre saldo con gli Stati Uniti che, con Donald Trump, non solo hanno rilanciato un’alleanza, ma hanno dimostrato apertamente la loro avversione verso l’Unione europea e la loro simpatia per la Brexit.

La vecchia Inghilterra sembra quasi destinata a legarsi al vecchio asse preferenziale con gli Stati Uniti, paradossalmente con le ex colonie, dopo aver cercato in giro per il mondo alleanze commerciali e intese di vario ordine che non sono andate in porto. Alla ricerca di una collocazione, rischia indubbiamente, sotto diversi punti di vista, con questa Brexit ribadita e adesso ricercata come uscita concordata, sul filo del rasoio e ai tempi supplementari.

Ma se la Gran Bretagna esce male da questa vicenda, non esce bene neppure l’Unione europea, che non ha avuto alcuna forza di convinzione nei confronti dei britannici, e che mostra continue crepe e contraddizioni al suo interno. Il paradosso è che, dati i tempi stretti di questa trattativa, non si sa neppure se i britannici saranno chiamati a votare alle europee del 21 maggio prossimo.

In un bilancio generale, guardando questa infinita diatriba, si può dire, che sia l’Inghilterra, con le sue contorsioni, sia l’Unione europea con le sue contraddizioni sempre più evidenti hanno dato vita a una battaglia tra perdenti, destinati, anche con la separazione, a contare sempre di meno nel grande gioco geostrategico mondiale. Sembra uno scontro tra sconfitti dalla storia.

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