SCENARI/ Il ritiro di Trump dall’Afghanistan è un bomba in mano a Iran e Russia

Le dichiarazioni di Trump sulla ritirata dall’Afghanistan, come quelle sulla Siria, stanno creando sconcerto nei governi interessati

06.01.2019 - Carl Larky
Il presidente dell'Afghanistan, Ashraf Ghani, a Ginevra il 28 novembre scorso (LaPresse)

La decisione di Donald Trump, anche se solo comunicata e non ancora operativa, di ritirare i militari americani dalla Siria e di dimezzarne il numero in Afghanistan ha suscitato sorpresa e critiche, in patria e all’estero. Le dichiarazioni di Trump dello scorso mercoledì hanno, se possibile, reso ancor più confusa la situazione, a partire dalla sua affermazione che i tempi del ritiro non sono ancora stati decisi. Siria e Afghanistan sono Paesi sconvolti da sanguinose guerre, rispettivamente da 7 e 17 anni, e dichiarazioni così dirompenti e al contempo vaghe sono un giocare con il fuoco e con la vita delle popolazioni coinvolte.

Significative le dichiarazioni del presidente afghano Ashraf Ghani, che ha evidenziato come il peso maggiore della lotta contro i talebani e le altre milizie jihadiste sia ricaduto sugli afghani, militari e popolazione civile. Ghani ha aggiunto che gli afghani non stanno morendo solo per la propria libertà, ma anche per la sicurezza degli americani, sottolineando che il suo Paese non vuole la “carità” dagli Stati Uniti, ma una “seria partnership” e che “gli Usa sono qui per la loro sicurezza, nazionale e globale”.

In precedenza anche l’ex presidente Hamid Karzai aveva segnalato un cambiamento di atteggiamento degli afghani nei confronti degli americani, passato da un cordiale appoggio a una sostanziale disillusione. Per gli afghani è evidente l’insuccesso degli Stati Uniti, con i talebani che hanno ripreso il controllo di consistenti aree e al Qaeda e Isis sempre più attivi.

Nelle sue ultime esternazioni, Trump ha invece affermato che gli Stati Uniti hanno poco interesse ad investire risorse, finanziarie e umane, in Afghanistan, compito che dovrebbero assumersi gli Stati dell’area, citando in particolare Pakistan e Russia. A questo proposito, Trump ha fatto un’affermazione che ha lasciato tutti interdetti: l’Unione Sovietica sarebbe intervenuta nel 1979 in Afghanistan “perché i terroristi stavano entrando in Russia. Avevano ragione ad essere lì”. Trump non è certo noto come un cultore della storia, anche recente, ma nemmeno lui può ignorare che i sovietici si impegnarono in una disastrosa guerra decennale per sostenere il governo filosovietico installato a Kabul. Né può ignorare che gli Usa appoggiarono i talebani in funzione antisovietica. Voce dal sen fuggita o messaggio all’elettorato statunitense?

Quest’ultima non sembra un’ipotesi peregrina, perché buona parte del “Deep Country”, a differenza del “Deep State”, non apprezza le guerre in Paesi lontani a difesa di interessi che non sembrano vicini ai propri. Non è un caso che la senatrice democratica Elisabeth Warren, probabile candidata nella corsa presidenziale del 2020, si sia anche lei dichiarata contraria alla permanenza in Afghanistan, pur non condividendo le modalità della decisione di Trump. E che l’altro futuro candidato democratico di spicco, Bernie Sanders, non si sia ancora unito al coro di critiche a Trump.

Rimane però un problema: con queste decisioni, Trump lascia campo libero a Mosca in Siria, invitandola per di più a intervenire militarmente in Afghanistan, proprio quando si stanno riaccendendo le minacce di impeachment per collusioni con il nemico russo. Dalla Casa Bianca si sottolinea, però, che non si tratta di un “favore” fatto a Putin, che al contrario si troverà impantanato in due pesanti situazioni dalle quali non sarà facile per lui uscire.

Per quanto rischiosa, questa strategia potrebbe aver successo, ma richiederebbe di essere studiata approfonditamente e condivisa con i governi alleati, mentre pare che i tweet trumpiani abbiano preso tutti di sorpresa, a partire dai Paesi Nato coinvolti nelle due aree. Da qui, per la Siria, le critiche di Francia e Regno Unito e le perplessità di Israele, e per l’Afghanistan le forti perplessità del governo indiano, preoccupato del ruolo che qui potrebbe avere il Pakistan, con cui l’India è in conflitto per la questione del Kashmir. Islamabad, che è accusata di sostenere, sia pure sottotraccia, talebani e altri jihadisti, ha subito iniziato una serie di incontri con i governi afghano, cinese, russo e iraniano per concordare una gestione comune della nuova situazione.

Anche l’Iran si sta muovendo in Afghanistan, dove vive una consistente minoranza sciita, gli Hazara, e ha iniziato trattative ufficiali con i talebani con l’obiettivo di un accordo pacifico tra le varie componenti del mosaico afghano. Queste trattative si aggiungono a quelle degli Stati Uniti con i talebani attraverso il Pakistan, ma indicano come Teheran sia molto attiva non solo in Siria, ma anche in Afghanistan. Secondo Trump, però, le gravi tensioni interne che scuotono il Paese indeboliranno notevolmente la presenza dell’Iran in queste aree.

L’Afghanistan è stato spesso al centro di scontri tra grandi potenze, parte di quel “Great Game” che ha contrapposto Russia zarista e Regno britannico per decenni nel diciannovesimo secolo. Quello che sta conducendo Trump sembra ancora un “gioco”, ma con forti dubbi sulla sua “grandezza”.

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