DALLA FRANCIA/ Gilet gialli + M5s, è solo Di Maio ad aver bisogno di loro

- int. Francesco De Remigis

Di Maio bussa alla porta dei gilets jaunes offrendo un patto M5s, ma l’invito cade nel vuoto. Ecco perché in Francia la protesta non si ferma

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Gilet gialli in protesta a Lille (LaPresse)

Di Maio bussa alla porta dei gilets jaunes, offrendo un patto M5s, ma da Parigi il governo lo invita a occuparsi delle cose di casa nostra. “La maggior parte di quelli che ho sentito, gilet gialli compresi, non sanno neppure chi è Di Maio” dice da Parigi Francesco De Remigis, collaboratore del Giornale. “Quel che è chiaro però è che i gilet gialli sono pronti a tornare in piazza a oltranza e il governo sembra determinato a criminalizzarli e a non considerarli una realtà. Frastagliata, contraddittoria, discutibile, infiltrata da violenti ma pur sempre una realtà”.

Di Maio ha offerto il sostegno di M5s ai gilet gialli. Come è stato accolta l’iniziativa?

La maggior parte di quelli che ho sentito, gilet gialli compresi, non sapevano neppure chi fosse Di Maio fino a poche settimane fa. Ma la cosa più interessante è la risposta della ministra per gli affari europei Nathalie Loiseau: “Non penso che occuparsi dei gilet gialli abbia a che fare col benessere degli italiani. Ho sentito più volte il governo italiano chiedere rispetto: penso che questo rispetto sia dovuto a loro e a tutti i Paesi, soprattutto quando sono vicini e amici”. Volutamente l’ho citata per intero.

Che cosa ti colpisce?

Vi vedo una certa paura. Una dichiarazione del genere è contraddittoria rispetto a tutto quello che il governo francese ha detto negli ultimi mesi dell’Italia e di chi la governa, e si salda perfettamente alla strategia di delegittimazione di qualunque forma di critica e di protesta che è propria del macronismo.

Spiega quest’ultimo punto, per favore.

Macron e En Marche!, invece di comprendere le anomalie, le riconducono o a macchinazioni di sovranisti e populisti alla Salvini-Di Maio, o addirittura a ingerenze straniere, perfino alle rivoluzioni colorate.

E invece?

Tutto si spiega con la volontà di Macron di non ascoltare. Si può anche andare in tv e dire alla Francia che si è pronti a ricevere i gilet, ma se poi a ore alterne li si fa passare per hooligans non c’è un confronto reale. E infatti di riunioni con i rappresentanti del movimento non ce ne sono più state. Si è preferito delegittimare.

Di Maio si è rivolto ai gilet gialli per evidenti ragioni elettorali europee. Che cosa c’è nei gilet di riconducibile a una situazione come la nostra?

In questo caso le affinità elettive tra Francia e Italia sono davvero poche. La provincia italiana è fatta di tanti centri ad alta coesione sociale, di lunga tradizione storica e produttiva, invece la Francia rurale ha visto un recente ripopolamento indotto dall’impossibilità economica di vivere nei grandi centri. Questa gente è stata lasciata sola. Lo Stato centrale non vuole aiutarci? Almeno non ci penalizzi: sta qui il Dna della protesta. Houellebecq, nel suo ultimo romanzo, Serotonina, ha capito la Francia in anticipo sui gilet e meglio di chi è stato eletto per fare il “presidente di tutti”. 

Che cosa ne è della protesta a distanza di quasi due mesi?

Oggi i gilet gialli sono davanti a un’alternativa secca, “o la borsa o la vita”. O trovano una soluzione politica, o rischiano di soccombere di fronte alla criminalizzazione da parte del governo.

Parli di criminalizzazione, ma come si dovrebbe rispondere ai violenti?

Le infiltrazioni violente sono una realtà e offrono al premier Philippe l’opportunità di annunciare una legge anti-casseur, di sventolare i numeri dei fermi – 5.532 dall’inizio della protesta – e di minacciare perfino la schedatura dei manifestanti. Ma l’assoluta maggioranza è pacifica.

Però sembra che dimostranti e governo giochino a rimpiattino.

Non è così. Il governo è stato sicuramente preso alla sprovvista da una protesta che anziché scemare, come qualcuno sperava, a inizio anno è cresciuta anche grazie a centinaia di donne. Non è un segreto che sabato le forze dell’ordine siano state colte di sorpresa, a Parigi come in altre città dove ci sono stati scontri. L’ultima manifestazione di dicembre ha visto circa 30mila presenze, mentre nella prima manifestazione dell’anno superavano le 50mila, con le frange violente evidentemente sotto i riflettori dei media.

Le pesanti contromisure annunciate dal governo?

Che Philippe annunci misure anti-hooligans per fronteggiare i gilet gialli è un’evidente strategia che consente di contenere i casseurs, ma anche di dissuadere i gilet pacifici. Invece il governo si trova di fronte una protesta che non cede, nonostante le promesse.

Perché i gilet continuano a scendere in piazza nonostante le misure annunciate il 10 dicembre scorso?

Di programmi dei gilet ne sono circolati a decine, ma tra tutte le differenze possibili il nuovo punto su cui si basa la rivendicazione odierna è l’introduzione del Ric, référendum d’initiative citoyenne.

Un referendum per chiedere che cosa?

Le dimissioni di un politico, la facoltà di proporre una legge o di abolirla, di modificare la costituzione. Lo spirito civico che si esprime nella richiesta del Ric è l’unico elemento di concretezza reperibile nel programma frastagliato e contraddittorio dei gilets.

E questa richiesta preoccupa il governo.

Sì, perché nonostante la grande maggioranza parlamentare che sostiene Macron, oggi il suo consenso sul territorio rischia di essere nettamente inferiore all’equilibrio di forze che si rispecchia nell’Assemblea nazionale e nell’organigramma istituzionale.

Cosa dicono i sondaggi?

Sia il presidente sia il premier beneficiano di un leggero recupero: 5 punti per Macron e 7 per Philippe. Solo il 28% dei francesi gradisce comunque l’azione di Macron. Il presidente cresce significativamente tra coloro che hanno 65 anni e più (34%, +8) e tra i lavoratori (20%, +8).

Le misure sociali gli hanno regalato qualcosa.

Sì, ma l’aumento di 100 euro del salario minimo, la defiscalizzazione degli straordinari e il blocco del prelievo forzoso per le pensioni inferiori ai 2mila euro non hanno intaccato la perseveranza dei gilet. Inoltre il piano politico resta irrisolto. Si attende il “grand débat” nazionale promesso da Macron e non è affatto chiaro come si svolgerà e quali temi toccherà.

Di che cosa si tratta?

Tra metà gennaio e marzo dovrebbe riunire sindaci, cittadini, associazioni e imprenditori per discutere di transizione ecologica, servizi pubblici, cittadinanza e soprattutto di fiscalità. L’abolizione della tassa sulla casa per il 20% dei contribuenti più ricchi, per esempio, sarà all’ordine del giorno, ha fatto sapere l’Eliseo. “Ascolteremo, non siamo chiusi al dialogo, non è tutto già deciso”. Ma i gilet gialli non gli credono.

Prima hai parlato di “soluzione politica”, pare ci stia provando Jacline Mouraud, ex portavoce dei gilet gialli. Farà un partito?

Non è chiaro. Un ipotetico cartello dei gilet in vista delle europee è stimato intorno all’8%, vuol dire che la sfida rimarrebbe tra Macron e Le Pen, che attualmente si attestano entrambi tra il 19 e il 21%. Gli stessi gilet hanno ribadito il carattere apolitico della loro iniziativa, però avendo ripreso vigore è inevitabile che i partiti di opposizione, da Mélenchon alla Le Pen e agli stessi socialisti, facciano di tutto per avere casacche gialle nelle proprie liste, nonostante il loro arrivo crei problemi agli equilibri interni dei partiti.

Ammesso che i gilet riescano a costituire un partito, ritieni possibile un collegamento in chiave europea con M5s o con la Lega?

“Non siamo lo stesso popolo”, è stata la risposta della Mouraud a Di Maio. Credo che quella del vicepremier sia stata vissuta più che altro come un’ingerenza. Perché semmai sono i 5 Stelle ad avere un problema di collocazione in Europa e sono loro ad aver bisogno di alleati, non i gilet gialli, che riguardo al voto europeo non si sono ancora espressi. E sorridono di fronte all’idea di usare Rousseau come piattaforma.

In ogni caso poter usare il brand “gilet gialli” alle europee farà gola a molti.

In chiave europea in Francia c’è già chi punta a usarlo per emergere dal mucchio dei sovranisti o degli identitari. Penso all’ex lepenista Florian Philippot, politico professionista che si è lanciato in un’avventura solista a oggi poco riuscita fondando “I Patrioti” circa un anno fa. Lui ha proposto una lista ibrida inglobando il nome gilet gialli. Il problema è però percentuale. La sua ambizione di candidare uomini e donne del movimento, stando ai sondaggi, viaggia attorno all’1,5%.

E Salvini?

Salvini vuole avviare la fusione del gruppo parlamentare di cui la Lega fa parte, l’Europa delle nazioni e delle libertà (Enl), con quello dei conservatori e riformisti. Un’idea realizzabile anche senza i gilet gialli, più utili in Francia.

Quale sarebbe l’obiettivo di questa operazione?

Credo che sia quello di indebolire ulteriormente i socialisti a Parigi, oltre che Macron e il suo partito. Così da poter costruire un fronte più ampio con Le Pen che metta d’accordo anche gli ultraconservatori polacchi.

Ne vedremo delle belle. Non dimentichiamo che Di Maio, già capo politico 5 Stelle, a fine 2017 sosteneva Macron e il suo partito En Marche per una rifondazione dell’Europa.

E oggi corteggia i suoi avversari. L’operazione è paradossale, se pensiamo che i gilet gialli sono divisi su molti punti tranne uno: l’opposizione a Macron. Cercare un apparentamento con un partito dei gilet gialli francesi, che ancora non esiste formalmente ma solo nei sondaggi, è un tentativo disperato.

(Federico Ferraù)

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