Brexit, scissione nel Labour: 7 deputati lasciano Corbyn/ Divisioni su referendum bis

- Niccolò Magnani

Brexit, caos May con i Tory e scissione Labour anti-Corbyn: 7 deputati lasciano il Partito laburista, “disgustosamente antisemita”

Jeremy Corbyn, Labour
Labour, il leader Jeremy Corbyn (LaPresse, 2019)

La scissione interna al Labour avvenuta nelle ultime ore in Gran Bretagna, con sette deputati che hanno deciso di mollare il partito di Jeremy Corbyn in aperta polemica col loro leader, fa ancora più rumore se si pensa che per trovare un altro “trauma” simile bisogna risalire addirittura ai primi anni Ottanta e precisamente al 1981. In quell’occasione non erano state le fibrillazioni relative allo spostamento a sinistra del partito o l’ipotesi di un referendum bis sulla Brexit (su cui Corbyn si è sempre mostrato freddo, preferendo sposare la linea di una uscita soft in contrasto anche con la premier Theresa May) a creare la frattura ma l’idea di quattro parlamentari di creare un nuovo soggetto, il Partito Social Democratico e che portò in seguito all’addio di altri 24 deputati per uno degli eventi più drammatici nella dialettica interna dello stesso Partito Laburista britannico. (agg. di R. G. Flore)

I MOTIVI DEL DISSENSO INTERNO

Non bastassero i malumori interni al partito in merito a quel Piano B annunciato dal loro leader sulla Brexit, in merito alla quale non c’è nemmeno ancora un accordo con la premier Theresa May, adesso la fronda interna al Labour si fa concreta e i sette deputati pro-referendum che hanno annunciato oggi di tirarsi fuori segnano una sconfitta per Jeremy Corbyn. Come detto, sul leader non pesano soltanto le posizioni oltranziste in merito al suo scetticismo in merito alla possibilità di un secondo referendum sul tema ma anche il fatto che non avrebbe saputo contrastare il crescente antisemitismo, definito “istituzionalizzato” dai dissidenti, all’interno dello stesso Labour. Non solo dato che Corbyn è finito nel mirino di alcuni compagni di partito anche per l’ambiguità delle posizioni mostrate dal partito sulla politica estera mentre, sul fronte interno, si rinfaccia al leader di aver spostato il Labour troppo a sinistra in materia di economia e di welfare. (agg. di R. G. Flore)

SPACCATURA NEL LABOUR

Se c’era ancora qualcuno in Gran Bretagna che riteneva possibile un cambio di Governo per evitare lo spettro clamoroso del no-deal sul tema Brexit – con le ultime difficoltà della Premier May che non riesce a trovare una maggioranza solida per ridiscutere il negoziato con l’Ue – dopo quanto avvenuto nel Labour nelle ultime ore, dovrà ricredersi. È in corso una mini scissione che rischia di travolgere il segretario Jeremy Corbyn – già attaccato per non essere riuscito in questi mesi ad opporre allo sfascio dei Tory una seria alternativa di Governo – specie per i motivi additati dai 7 deputati che hanno deciso di uscire dal Partito laburista: «Non ci sentiamo più parte di questo progetto politico: il partito si è spostato troppo sull’estrema sinistra e ha disgustose posizioni antisemite, oltre a idee molto pericolose in politica estera, vedi Russia, Siria e Venezuela. Ci vuole qualcosa di nuovo». La linea radicale di Corbyn – in netta alternativa al recente passato di Blair, Brown e Miliband – l’appoggio ambiguo sulla Brexit e per l’appunto l’antisemitismo strisciante e mai negato con forza dallo stesso segretario laburista: questi i motivi principali, spiegano dal Regno Unito, della fuga nel gruppo misto di Luciana Berger (deputata ebrea che all’ultimo congresso del Labour è stata scortata per timore di attacchi antisemiti), Chuka Umunna, Chris Leslie, Mike Gapes, Angela Smith e Ann Coffey e Gavin Shuker.

NUOVO APPELLO (DISPERATO) DELLA MAY

Una piccola grande falla nel partito d’opposizione nei giorni in cui i Tory si dimostrano ancora più sfasciati di gennaio e che rischiano di portare la Casa dei Comuni ad un mancato accordo sul divorzio dall’Ue: Corbyn si è detto deluso dalla decisione degli ex laburisti, soprattutto «in un momento simile, decisivo per la Brexit e per il nostro partito ai massimi livelli di consenso, in cui la cosa più importante è restare uniti». Consenso perduto che però non viene, per ora, trasformato in voti positivi per la rivale Theresa May impegnata a trovare in extremis un accordo valido per evitare il no-deal nella Brexit: «Non intendo disconoscere la sincerità e la profondità dei punti di vista dei colleghi su questo importante problema, né il fatto che siamo tutti motivati da un comune desiderio di fare ciò che è meglio per il nostro Paese, anche se siamo in disaccordo sui mezzi. Ma credo che non riuscire a trovare un compromesso, necessario per raggiungere e far passare in Parlamento un accordo di fuoriuscita dall’Unione europea che dia attuazione a quanto chiesto nel referendum, deluderebbe il popolo, che ci ha delegato di rappresentarlo, mettendo a rischio il futuro luminoso che merita», si legge nella lettera inviata a tutti membri dei Tory in vista dei prossimi, ultimi, colloqui con Juncker e i leader di tutti i Paesi Ue nella prossima settimana. Insomma, se Atene-Labour piange, anche Sparta-Tory non ride..

© RIPRODUZIONE RISERVATA