CAOS PALESTINA/ Da Oslo ’93 alla caduta di Ramallah, la soluzione passa per Gaza e la Giordania

Più di 25 anni fa venivano firmati gli Accordi di Oslo. La stessa soluzione della questione palestinese ha cambiato forma e richiede oggi un nuovo approccio

06.02.2019 - Caleb J. Wulff
Accordi di Oslo
Yitzhak Rabin, Bill Clinton e Yasser Arafat durante gli Accordi di Oslo del 13 settembre 1993

Più di 25 anni fa, il 13 settembre 1993, venivano firmati i cosiddetti Accordi di Oslo tra il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin e il presidente dell’Olp (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) Yasser Arafat, con il patrocinio di Bill Clinton. Questi accordi avrebbero dovuto, e potuto, mettere fine alla questione palestinese e all’opposta questione israeliana, sorte nel 1948 con la costituzione dello Stato di Israele. Due anni dopo, però, Rabin venne ucciso da un estremista religioso ebreo, così come nel 1981, due anni dopo aver firmato il trattato di pace con Israele, era stato ucciso da un estremista arabo il presidente egiziano Sadat. Nonostante i successivi ripetuti incontri, il fallimento nel 2000 delle trattative a Camp David tra Arafat e il premier israeliano Ehud Barak, patrocinate ancora da Clinton, pose fine alle speranze di una soluzione definitiva della questione palestinese.

L’accordo si era dimostrato irraggiungibile per il rifiuto di Israele di riconoscere Gerusalemme Est come capitale del futuro Stato palestinese e di accettare il rientro dei profughi palestinesi a seguito delle guerre arabo-israeliane. Questi punti sono tuttora aperti, ma allora almeno era chiara la scelta della soluzione dei due Stati, contrapposta a quella sostenuta fino allora dagli arabi – e fino a tempi recenti da Hamas – di un unico Stato arabo con l’eliminazione di Israele. Tesi che si opponeva a quella degli estremisti ebrei che volevano un solo Stato, quello israeliano, meglio ebraico.

Attualmente si continua a parlare di due Stati, ma le quasi insuperabili divisioni tra Fatah, che governa la Cisgiordania, e Hamas, che governa la Striscia di Gaza, rendono la soluzione difficilmente attuabile. D’altro canto, la frammentazione dei partiti sionisti, il progresso dei partiti confessionali e l’espansione della destra rendono instabile la situazione politica in Israele, contribuendo a un irrigidimento delle posizioni.

Anche il campo palestinese è soggetto a molte tensioni interne, come illustrato da Filippo Landi nella sua intervista al Sussidiario. Le ultime elezioni si sono tenute tredici anni fa, nel 2006, e l’anno dopo Fatah fu cacciata con la forza dalla Striscia di Gaza, dove Hamas aveva vinto le elezioni. Nel 2014, a Ramallah, sede dell’Autorità Palestinese, fu costituito un governo con la partecipazione di Hamas, nel tentativo di riconciliare le varie fazioni palestinesi. Le recenti dimissioni del governo indicano la non riuscita di questo tentativo e in Cisgiordania si sta delineando la costituzione di un governo da cui Hamas sarà esclusa, sancendo così la definitiva separazione tra le due fazioni palestinesi. Lo stesso presidente Abu Mazen è messo in discussione, da alcuni considerato rappresentante di un passato ormai incapace di affrontare la situazione e da altri come troppo “disponibile” verso il governo israeliano.

A Gaza Hamas sta perdendo l’indubbio sostegno popolare ottenuto nel 2006, soprattutto a causa della disastrosa situazione economica, che sta mettendo a dura prova gran parte della popolazione nella Striscia. La responsabilità della crisi viene addebitata non solo al blocco da parte di Israele, ma anche alle sanzioni, soprattutto finanziarie, imposte a Gaza dall’Autorità Palestinese di Abu Mazen, elemento di ulteriore divisione tra i palestinesi.

Landi ha ragione nell’affermare che la “questione palestinese” non è più sulla ribalta mediatica come in passato, ma rimane una questione rilevante sulla scena geopolitica, inserita non più nel confronto tra i due blocchi della Guerra fredda, ma teatro operativo per gli attori della regione. Se l’AP di Abu Mazen sembra più diretta a buoni rapporti con l’Arabia Saudita, come è anche Israele, pur “sottotraccia”, Hamas appare guardare più al Qatar e alla Turchia, entrambi amici della Fratellanza musulmana cui Hamas si riferisce.

Ne è dimostrazione l’offerta di Doha di un prestito ad Hamas per pagare i dipendenti pubblici, senza stipendio per il blocco dei finanziamenti da parte dell’Autorità Palestinese. Il prestito, della durata di sei mesi, è stato autorizzato da Netanyahu, provocando molte critiche tra i politici israeliani. Tuttavia, il denaro passa per Israele che, in questo modo, può bloccare i pagamenti nel caso di aumento delle tensioni con Hamas, come avvenuto di recente.

I palestinesi si ritrovano quindi al centro dei complicati rapporti tra le varie potenze regionali, ma anche sotto questo profilo si evidenziano le differenze tra la Cisgiordania e Gaza. Gli israeliani hanno abbandonato unilateralmente la Striscia nel 2005 e, da allora, Gaza è di fatto uno Stato autonomo, sia pure sotto assedio. Hamas ha praticamente rinunciato all’obiettivo di cancellare Israele e deve fare i conti con una popolazione sempre più stremata. I buoni rapporti di Gaza con il Qatar e con l’Iran non possono piacere al governo israeliano, ma la ragion pratica lo spinge a non far precipitare la situazione, come visto per il prestito qatariano. In una situazione già esplosiva come quella mediorientale, per i vari attori coinvolti, potrebbe essere vantaggioso raggiungere una soluzione di compromesso sulla Striscia, togliendo di mezzo una bomba sempre pronta ad esplodere.

La Cisgiordania, pur con un governo autonomo, rimane sotto il controllo israeliano, anche militare, e sottoposta a una progressiva erosione territoriale per la politica degli insediamenti di coloni ebrei. Almeno alcuni dei partiti della destra israeliana sostengono l’annessione dei Territori, magari con un’emigrazione dei palestinesi in Giordania, ma è un’ipotesi che verrebbe rigettata da tutti gli Stati arabi e non solo. Anche l’ipotesi di una federazione tra Cisgiordania e Israele appare un’ipotesi azzardata, mentre maggiori possibilità avrebbe una federazione con la Giordania. Anche in questo caso, tuttavia, le resistenze sono forti, a partire dalla Giordania, e sarebbe necessario un concreto e allargato intervento delle grandi potenze per una soluzione della questione in sede Onu. L’ipotesi che appare, peraltro, sempre più distante è la trasformazione della Cisgiordania in uno Stato completamente indipendente.

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