CAOS VENEZUELA/ E’ la Russia (non la Cina) che può evitare un nuovo Afghanistan

- Carl Larky

Desta preoccupazione l’apparente disposizione di Washington a una nuova, disastrosa, operazione di “regime change” in Venezuela

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Venezuelani raccolgono l'acqua (LaPresse)

Le ultime prese di posizione di Donald Trump su Siria e Afghanistan facevano pensare a un possibile abbandono della politica di regime change perseguita dai suoi predecessori. La vicenda venezuelana sembra invece indicare che questa strategia, qualora attuata, si limiterebbe a un progressivo ritiro da aree ritenute non più essenziali e che, comunque, possono essere “appaltate” ad altri. Così, con il supporto nelle retrovie degli Usa, in Medio Oriente potrebbero operare gli alleati sauditi e israeliani e, verso la Russia, gli alleati europei. Gli Stati Uniti potrebbero di conseguenza concentrarsi nel confronto con la Cina, questo sì essenziale, e nel riportare all’ordine l’America Latina, il cosiddetto “cortile di casa” degli Usa. Non a caso, la questione venezuelana torna drammaticamente alla ribalta in un periodo in cui i regimi di sinistra, una volta dominanti in Sudamerica, sono ora ridotti a pochi Stati, come Cuba, Bolivia, Nicaragua. Il Venezuela è il più importante degli Stati ancora a regime socialista, se non altro per le sue ingenti riserve di petrolio.

Vi sono pochi dubbi sulla natura dittatoriale del regime di Nicolás Maduro, ma è anche vero che il chavismo ha aiutato una parte dei venezuelani a migliorare le proprie miserevoli condizioni. I costi sono stati alti per il Paese, ma ciò giustifica il seguito che il sistema ancora riscuote presso le fasce meno protette della popolazione. A queste si uniscono tutti quelli che dal sistema hanno tratto profitto, come la casta militare, il narcotraffico e chi ha approfittato della diffusa corruzione. Il consenso per il sistema sembra essere attorno al 30%, ma non è un sostegno diretto a Maduro, accusato di mala conduzione e di aver rovinato quanto di buono fatto da Chávez. Molti di costoro sarebbero contenti se Maduro se ne andasse, ma si chiedono chi ne prenderebbe il posto.

Come noto, il presidente dell’Assemblea nazionale, Juan Guaidó, si è proclamato presidente della Repubblica ad interim in attesa di nuove elezioni presidenziali, che prevedono però la preventiva rinuncia di Maduro. La presidenza dell’Assemblea è a rotazione e Guaidó, eletto il 3 di gennaio, rimarrà in carica solo un anno; inoltre non è un politico particolarmente conosciuto e il suo partito non è il maggiore della coalizione di opposizione, la Mesa de la Unidad Democrática (Tavolo di Unità Democratica). In più, l’opposizione è formata da una serie piuttosto eterogenea di partiti, spesso tra loro in contrasto, che possono avere una funzione determinante nella rimozione di Maduro, ma che non danno molte indicazioni su come possa essere il futuro assetto politico del Paese.

Washington sta appoggiando in modo molto netto, qualcuno potrebbe dire “invasivo”, Guaidó e questo potrebbe essere controproducente: in Venezuela, come in buona parte dell’America Latina, anche chi non è avversario degli Stati Uniti teme le interferenze americane nella gestione dei propri affari interni. I ripetuti avvertimenti di Trump e dei suoi collaboratori su un possibile intervento militare aumentano notevolmente queste preoccupazioni. Peraltro, come risulta da un’ampia analisi apparsa su Foreign Affairs, un intervento militare sarebbe estremamente pericoloso, non tanto per le capacità di resistenza dell’esercito venezuelano, stimato in circa 160mila effettivi, compresi i cosiddetti collectivos, i paramilitari di sinistra sostenitori di Maduro, ma per il “dopo vittoria”. Si prospetta, cioè, una situazione simile a quelle dell’Afghanistan o dell’Iraq, che hanno costretto Washington a mantenere una presenza militare che dura da quasi vent’anni. Come si nota nell’analisi, il Venezuela non presenta le divisioni etniche e religiose dei due Paesi citati, ma è probabile che militari e paramilitari fedeli a Maduro, o alla rivoluzione chavista, possano continuare una logorante guerriglia. Una situazione certamente non nuova in America Latina, cui si aggiungerebbe anche il pericolo rappresentato dalle organizzazioni criminali, il cui potenziale operativo è stimato in 100mila uomini.

A complicare la situazione, occorre tener in conto la presenza nel Paese di russi e cinesi, motivata da ragioni geopolitiche ed economiche. Il Venezuela è in profonda crisi economica ormai da anni, in conseguenza della cattiva e ideologica gestione del regime, delle pesanti sanzioni comminate da Obama nel 2015 e aggravate da Trump, e infine per il crollo dei prezzi del petrolio, praticamente l’unica fonte di ricavi per lo Stato. Russia e Cina hanno permesso al regime di fronteggiare sanzioni e embargo statunitensi importando petrolio e concedendo crediti. La situazione economica e sociale è ora diventata catastrofica e il Venezuela è sotto l’incubo di una guerra civile – uno Stato non può reggere a lungo con due presidenti contrapposti – e di un intervento militare esterno. Pechino, in questa fase di aspra contrapposizione con Washington, potrebbe forse trarre vantaggio dal precipitare della situazione, ma non sembra che ciò valga per Mosca. La Russia è molto esposta finanziariamente con Caracas ed è già impegnata in un confronto con gli Stati Uniti in diverse altre aree, dalla Siria all’Ucraina, e non ha interesse ad aprire un ulteriore focolaio di scontro. Inoltre, per quanto autoritario, il governo russo rimane ancora distante da quello comunista cinese.

Sembrerebbe quindi possibile utilizzare l’influenza russa su Maduro per trovare una soluzione pacifica per il Venezuela, che preveda una fine indolore del regime e una gestione non caotica del susseguente periodo di transizione. Questa cogestione, se ben concordata, risulterebbe utile anche agli Stati Uniti, comunque molto più dei roboanti proclami di Trump. In questo processo potrebbe anche essere riconsiderata la partecipazione, già ventilata, della Santa Sede.

Una nota finale che riguarda il petrolio: le raffinerie statunitensi stanno soffrendo per la mancanza di petrolio venezuelano. Malgrado le sanzioni, fino a un anno fa gli Usa importavano dal Venezuela più di 500mila barili di petrolio al giorno, ma ora le importazioni sono ridotte a zero. Il tutto sembra un paradosso, tenendo conto che gli Stati Uniti sono diventati grandi produttori di petrolio grazie al petrolio di scisto, un tipo di petrolio leggero, però, mentre le raffinerie necessitano anche del tipo pesante importato dal Venezuela. Riuscirà il petrolio, una volta tanto, a contribuire alla pace invece che alla guerra?

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