DALLA SIRIA/ Viaggio in tre ospedali tra carità, macerie e zucchero filato

- Alberto Reggiori

Cronaca di un recente viaggio in Siria, da Beirut (Libano) a Damasco e Aleppo, in visita al progetto “Ospedali aperti” di Avsi

siria aleppo ospedale lapresse1280
Ospedale siriano ad Aleppo (LaPresse)

A Damasco atterrano solo aerolinee siriane o russe, noi invece scendiamo a Beirut dove il traffico gelatinoso della sera ci intrappola per almeno due ore, nonostante il tassista ripeta continuamente che mancano solo 10 minuti all’hotel. Qui ci aspettano Marco Perini ed Edoardo Tagliani, i due responsabili Avsi della regione che ci offrono una calda cena libanese. All’indomani ci si alza presto: alle 6 siamo già sul pulmino. Oltre a loro due ci sono Maria di Avsi Milano ed una sostenitrice di progetti in Libano. Fuori città si aggrega George, direttore locale del progetto Ospedali Aperti in Siria che stiamo per andare a visitare.

Siamo attesi alla nunziatura di Damasco alle 9 e dobbiamo percorrere i 120 km che separano Beirut da Damasco, oltre che passare la frontiera tra i due paesi dove l’attesa è sempre imprevedibile. Al culmine del passo, dove si scollina verso la Siria, si intravede il biblico monte Ermon e le alture del Golan, verso Israele. E’ appena nevicato e l’aria è pungente.

A Damasco invece fa quasi caldo; ci accoglie con un sorriso ed un caffè il nunzio, cardinal Zenari, qui da anni, uno dei pochi leader religiosi mai allontanatosi durante la guerra. Sotto i bombardamenti scendeva in cantina con il rosario. Ci racconta subito della situazione. Ora va meglio, la guerra si allontana, non arrivano più bombe o missili, ci dice, ma la grande bomba della povertà continua a deflagrare appena fuori città, colpendo quasi tutto il paese; molti non hanno più casa né lavoro, gli uomini sino ai 40 sono sotto le armi per almeno 4 anni, le sanzioni europee fanno mancare beni essenziali, la maggior parte delle famiglie è divisa per la partenza di padri o figli, molti dei quali vivono da anni nei campi profughi nei vicini Libano o Giordania o in cerca di fortuna chissà dove.

Per strada vediamo lunghe file in attesa di comprare le bombole del gas da cucina o altri beni essenziali. Altrimenti la vita sembra quasi normale, a parte qualche casa bombardata. Traffico e persone indaffarate, soprattutto giovani. Il progetto che siamo venuti ad incontrare si chiama Ospedali Aperti, è nato da un’intuizione del cardinale, anzi dal suo amore per il popolo siriano; durante la guerra, era l’anno della Misericordia, si è accorto che, data la precaria situazione di ospedali pubblici e privati, “morivano più persone per la mancanza di cure che per le bombe”. Allora l’idea di mobilitare Avsi e la Fondazione Gemelli per finanziare le cure dei più poveri in tre ospedali storici cattolici, due a Damasco ed uno ad Aleppo, è divenuta realtà nel 2017. Ad Avsi si sono aggiunti la Cei ed altre cooperazioni europee.

Da allora sono stati curati, ricoverati o operati oltre 18mila pazienti, fornite attrezzature mediche, farmaci, bonus per aiutare il personale a rimanere qui e non scappare. L’obiettivo dei prossimi due anni è curare 50mila pazienti. Visitiamo il primo ospedale, l’Ospedale Italiano di Damasco fondato oltre cento anni fa e gestito dalle Suore Salesiane. L’ambiente è accogliente, pulito, pieno di laboriosità e soprattutto di pazienti. Il personale ci ringrazia, ci mostra il livello di cure che è assolutamente simile a quello italiano. Molte le specialità mediche, mi invitano nella sala angiografica dove si eseguono 5 o 6 coronarografie al giorno. Lavorano bene. Fotografo una famiglia islamica che siede di fianco alla statua di Maria Vergine e penso che potrebbe essere il simbolo del dialogo tra religioni. Al pomeriggio andiamo all’Ospedale St Louis, fondato e gestito dalla congregazione delle Figlie di San Vincenzo de’ Paoli. L’edificio è di fine 800, curato, all’interno una hall da centro commerciale. Infermiere cristiane ed islamiche girano nei reparti. Anche qui lo stesso clima tranquillo, stanze con 4 letti, aria condizionata, terapia intensiva, sale operatorie, farmacia. Ci conducono in visita medici che si alternano, ci fanno vedere l’ufficio delle assistenti sociali che valutano chi può ricevere cure e ricovero gratuiti. Tutte giovanissime siriane, sfoggiano un inglese oxfordiano, sono orgogliose del lavoro che fanno, mi colpisce la loro dedizione.

Suor Mawi, indiana, ci dice che i pazienti sono grati per questo progetto. All’inizio molti islamici non credevano possibile essere curati gratuitamente nell’ospedale cattolico, avevano un po’ di timore di uscire dal loro territorio ed entrare in casa d’altri. Alla fine non cessavano di ringraziare, stupiti e felici. “Madre, noi islamici abbiamo tanta fede, ma voi cristiani avete l’amore che noi non abbiamo”. E’ contenta la suora quando ci dice questo. In fondo è quello per cui ha vissuto e lavorato qui. In ospedale incontriamo Abuna Fadi, 38 anni, poderoso francescano giordano alto e grosso come un giocatore di basket, ha un sorriso buono e parla sempre della sua gente, di tutti i casi che incontra nella sua lunga giornata. Mi raccomanda alcuni pazienti per i quali vuole un parere. Lo salutano tutti per strada, non solo i cristiani. Non so perché ma la felicità ha qualcosa a che fare con la scintilla dei suoi occhi. Invidiabile.

Il giorno dopo ci aspettano 6 ore d’auto sino ad Aleppo, siamo in 5 con Flavia, spagnola che lavora per Avsi a Damasco. La strada si allunga perché nei pressi della città di Homs si deve deviare per evitare i territori ancora in mano all’opposizione. Attraversando oltre dieci checkpoint militari dove si percepisce ancora tensione, arriviamo ad Aleppo Est, la zona mediaticamente famosa per il terribile bombardamento. Qui i quartieri sono lugubri e sventrati da quello che dev’essere stato un accanimento diabolico. Penso a quanti morti tra quelle macerie… un minareto è pericolosamente inclinato, solo scheletri di case e macerie. Anche il centro storico con il bellissimo castello è devastato, la gente però va a spasso. Vendono rose e zucchero filato e le famiglie sembrano respirare. Ragazzi affittano i narghilè.

Arriviamo all’ ospedale francese della congregazione di St Josep, ci guida il direttore, dr George. Ha lavorato negli Usa ed ha visitato l’Europa. Ci mostra dove sono arrivati gli 8 missili nel periodo critico, ora è tutto ricostruito a tempo record. La suora capo sala è un’egiziana, una forza della natura. Sarebbe da noi un ottimo direttore generale ospedaliero, le dico scherzando. Ci mostrano tutto quello che il progetto Avsi ha permesso loro di costruire: nuovi reparti con Tac, ecografi, la rianimazione neonatale con i piccoli prematuri in incubatrice. Un paziente è stato operato due giorni fa di by-pass coronarici e ci ringrazia. La suora ha raccolto i bossoli dei proiettili che coprivano il cortile ed ha costruito croci e portacandele disseminati nei reparti. “Sono segno di pace” ci dice. Poi aggiunge, reagendo ai nostri complimenti: “noi non facciamo nulla di speciale, io sono qui da 41 anni ed ho sempre fatto la stessa cosa. Ho preso sul serio la parola evangelica: Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date! Questo è quello che ci ha sempre sostenuto e ci ha reso amici di tutti. E felici!”

Scendendo i gradini dell’uscita penso che questo è il paradosso cristiano: vivere in una città siriana bombardata, chiusi in un ospedale facendo da 41 anni le stesse cose ed essere profondamente lieti.

© RIPRODUZIONE RISERVATA