CAOS VENEZUELA/ Guaidó-Maduro, qualcosa non ha funzionato nel giorno della rivolta

- Arturo Illia

Resta difficile capire se in Venezuela qualcosa sia andato storto martedì nei piani di Guaidò. Maduro per il momento resta in sella

Guaidò
Juan Guaidó (Lapresse)

La situazione venezuelana è, ancora al momento, di dubbia interpretazione, nonostante alcuni segnali siano ormai più che chiari. Una cosa è certa: la popolazione, nella sua grande maggioranza, è arrivata al limite della sopportazione di un regime che, nel corso degli anni, l’ha di fatto inserita in una tragedia umana incalcolabile nei suoi effetti, creando di fatto uno Stato abbondantemente sovvenzionato da poteri sia narco che di paesi interessati, con il solito vestito ideologico, si capisce, a sfruttare le immense risorse di uno dei paesi più ricchi del mondo.

Per questa ragione l’opposizione, che con il passare degli anni si era divisa anche per i giochi diplomatici immessi nel finto dialogo instaurato dal regime, alla fine si è unita dietro la figura di Guaidó, incontrando con lui il leader cercato da tempo. Guaidó=Speranza è stato il termine con cui finalmente il Venezuela si è unito ed è riuscito a portare la sua causa all’attenzione di un mondo che, superato l’interesse iniziale, aveva finito col metterla in secondo piano, visto lo stallo che la stessa aveva assunto.

L’operazione di invio di aiuti umanitari dello scorso febbraio doveva essere la scintilla iniziale di un processo pacifico di cambiamento che invece, alla fine, più per il supporto di Russia, Cina e Iran (non dimentichiamolo) che per capacità propria del regime (che ha reagito con la solita violenza), non è andato a buon fine.

Quello che martedì Guaidó ha definito l’inizio dell'”Operazione libertà” ancora, lo ripetiamo, non ha contorni ben definiti, anche perché, oltre a isolare il Paese staccando le reti internet in possesso del regime, quindi riducendo di molto la comunicazione, si sono susseguiti nell’arco della giornata comunicati che diffondevano notizie spesso contraddittorie.

Quello che è certo è che la liberazione di Leopoldo Lopez da parte di un gruppo di agenti del Sebin, le forze di sicurezza maduriste, che hanno dichiarato fedeltà a Guaidó e la sollevazione della base dell’Aeronautica di La Carlota, dove i due si sono poi incontrati, facevano prevedere un rapido svolgimento del tanto sperato processo di cambiamento. Invece qualcosa non ha funzionato a dovere: la reazione di Padrino Lopez e di Diosdado Cabello, i due uomini forti del regime chavista (ma si può ancora definire tale?) che hanno confermato la fedeltà di gran parte dell’esercito hanno forse rivelato che gran parte degli alti comandi, che avevano promesso a Guaidó di seguirlo in cambio di un’amnistia, hanno probabilmente fatto marcia indietro, mascherando la cosa come un ripudio al tradimento.

Ma allo stesso tempo fonti autorevoli di informazione davano la notizia dell’imminente fuga di Maduro e del suo entourage verso la Turchia, manovra fermata dall’intervento della Russia che, ricordiamolo, ha truppe e armamenti a Caracas. La contemporanea entrata di Leopoldo Lopez nell’Ambasciata cilena ha fatto intuire che si trattava di una mossa per dare inizio a trattative con il regime, tanto che la cosa veniva pure confermata da dispacci della Segreteria di Stato Usa, secondo i quali alti comandi dell’esercito e del Governo madurista stavano trattando la resa. Ma le successive dichiarazioni di Padrino Lopez, citato nei comunicati Usa, hanno rimesso in discussione tutto, anche perché Maduro, in un intervento televisivo, ha sentenziato la fine del colpo di Stato ed il ritorno della pace in Venezuela.

Quello che a questo punto, vista la confusa situazione, appare chiaro è che dei tre requisiti con i quali Guaidò (e Lopez) puntavano al cambiamento radicale, e cioè l’appoggio internazionale quello dell’esercito e quello della popolazione, solo il primo è stato pienamente raggiunto. Al momento, difatti, pare proprio che la forza che milioni di persone possono esercitare per sollevare il regime non sia disponibile, come quella dell’intero apparato militare. Da una parte gioca un ruolo importante la paura, dall’altra i fortissimi interessi economici che i militari ancora dispongono nel loro controllo, narcotraffico incluso.

Intanto nel pomeriggio di ieri Maduro, in un suo ennesimo discorso trasmesso dalla catena televisiva del regime Telesur, ha ulteriormente informato che l’intervento del popolo ha evitato l’ennesimo colpo di stato al suo potere. Particolare importantissimo: ha confermato i contatti di alti comandi del suo governo con gli Usa proponendo la resa, ma li ha fatti passare come una trappola tesa agli americani per poter ingannare Guaidó. Piccolo particolare: l’immensa folla mostrata nella manifestazione indossava indumenti estivi mentre sul palco di Maduro il suo entourage erano copertissimi. Molti hanno capito l’inganno di immagini di due manifestazioni differenti in modo da mostrare una folla che non c’era. Dato importantissimo che rivela una altrettanta debolezza del potere che però, come lo ha dimostrato il 1° maggio, continua a reprimere le manifestazioni di massa con attacchi della polizia (stranamente l’esercito non è presente) che hanno prodotto due morti e molti feriti, tra i quali un gruppo di giornalisti e fotografi internazionali.

Altro dato importante consiste nella chiusura dei canali televisivi stranieri: d’ora in poi in televisione si potranno vedere solo canali statali o vicini al regime. Altro lampante esempio della democrazia (secondo alcuni irriducibili sostenitori della dittatura, tra i quali purtroppo diversi italiani) che domina uno dei paesi più ricchi della Terra condannandolo democraticamente alla fame.

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