DALLA CINA/ Libia, debito e Usa, le mosse di Conte mettono l’Italia nei guai

- int. Francesco Sisci

Conte ha partecipato al Forum Belt and Road a Pechino. Le sue dichiarazioni però hanno tradito tutta la sua difficoltà

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Il premier Giuseppe Conte (di spalle) a Pechino tra al Sisi e Putin (LaPresse)

Conte ha partecipato al Forum Belt and Road Initiative di Pechino e oggi ripartirà per l’Italia. In Cina ha commentato le vicende di casa nostra e invitato Putin a “lavorare insieme ad una soluzione” della crisi libica. Il vero problema politico è  “l’essere venuto a Pechino senza avere ricomposto le fratture” dice da Pechino Francesco Sisci, sinologo e giornalista. Il rapporto con gli Usa, la Libia, il 5G e il petrolio iraniano parlano chiaro. “Conte e i suoi non hanno la più pallida idea di cosa sia la politica internazionale e questo è pericolosissimo per il paese, che oggi ha bisogno di tutto l’aiuto possibile dai mercati globali vista la sua precaria situazione debitoria”.

Sisci, lei attualmente si trova in Cina. Conte sta partecipando al Forum Belt and Road Initiative. Qual è lo scopo della visita?

L’Italia ha firmato il memorandum d’intesa con Pechino ed evidentemente non poteva non esserci. Quell’accordo quadro, dipinto come trionfale, in realtà è senza contenuto vero o comunque di portata irrisoria. Conte è venuto a fare atto di presenza e tornerà indietro a mani vuote. Il punto però è un altro.

Sentiamo.

Firmando il memorandum senza dire nulla, l’Italia ha fatto uno sgarbo agli Stati Uniti e ha deteriorato le sue relazioni con i maggiori paesi europei. Questo è noto. Il problema è che Conte è venuto qui a Pechino senza avere ricomposto le fratture. E questo potrebbe peggiorare la posizione dell’Italia sui fronti più delicati.

A cominciare dalla Libia?

Sì. Gli Usa hanno sdoganato Haftar. All’origine Washington era favorevole a che l’Egitto assumesse una sorta di protettorato sulla Libia per motivi ovvi: sostenere al Sisi per aver fermato Morsi e il disastroso governo della Fratellanza musulmana. L’Italia convinse gli Usa a tenere la Libia sotto l’ombrello italiano, per ovvie ragioni riguardanti gli approvvigionamenti e la questione migratoria. Poi è arrivato Trump, la partita è cambiata, ma l’Italia non si è riposizionata. O non lo ha fatto in tempo e in modo opportuno. Decenni di politica italiana in Libia sono ora per aria, per un’alzata d’ingegno sulla Cina.

Quando ieri è arrivato il monito del portavoce di Haftar ad abbandonare Misurata, Conte ha detto: né con Serraj né con Haftar ma con il popolo libico. Come commenta?

È una dichiarazione che tradisce l’impreparazione e il ritardo del capo del governo. Che significa con il popolo libico? Che Conte si sceglie un’altra tribù libica da sostenere? Che forma una sua kabila? È una dichiarazione da Twitter, buona per like o not like, ma che distrugge ogni politica estera.

Pare che l’Italia, sottotraccia, si stia riposizionando.

Sì, ma come? L’operazione risulterà tardiva, doveva essere intrapresa diversi anni fa quando gli attori principali erano tutti schierati sul campo, vale a dire dopo gli accordi di Skhirat del 2015. Oggi invece l’Italia dovrà subire l’evolversi degli eventi. E questo senza assistenza degli attori internazionali che hanno tutti preso nuove misure sulla Libia.

Pare che a Pechino Conte abbia chiesto una sponda a Putin nell’affronto della crisi libica. Cosa si può dire di questa mossa?

Aggiunge sale alla ferita. L’Italia non può essere con l’America nella Nato e con la Russia in Libia. Se cerca un rapporto con Mosca sulla Libia, l’America e gli alleati europei creeranno, giustamente, nuovi problemi. La Russia del resto non si muoverà più di tanto fin quando l’Italia è nella Nato. Conte ha deciso di lasciare la Nato e fare quello che neppure Togliatti volle fare con il suo Pci? In realtà credo che Conte e i suoi non pensino tanto in là. Semplicemente non hanno la più pallida idea di cosa sia la politica internazionale e questo è pericolosissimo per il paese, che oggi ha bisogno di tutto l’aiuto possibile dai mercati globali vista la sua precaria situazione debitoria. I mercati importanti sono a New York e Londra, non a Mosca.

Quali sono gli altri segnali che dovrebbero preoccupare il governo?

Uno su tutti, la fine per l’Italia dell’esenzione decisa da Trump sul petrolio iraniano. Un provvedimento inequivocabile il cui senso è: l’Italia non è più privilegiata, è un paese come gli altri.

“Siamo ben attenti – ha detto Conte a proposti dei nuovi rapporti con la Cina – a che non ci siano iniziative predatorie, soprattutto in un settore così caratterizzato da una sofisticata tecnologia come il 5G”. Come commenta?

La questione del 5G di Huawei è molto delicata, ed è impossibile che l’Italia usi Huawei senza l’approvazione americana. Gli inglesi hanno diviso la rete e potrebbero usare Huawei nel sistema di antenne, ma non nel core del sistema di trasmissione. Questo però comporta un grande coordinamento tra Londra e Washington. Data la serie di errori di Conte è molto più difficile per l’Italia trovare una quadratura su Huawei.

Conte è venuto in Cina mentre la situazione politica in Italia è molto tesa. Lunedì al suo ritorno affronterà personalmente il caso Siri e ci si aspetta che convinca il sottosegretario a dimettersi. Come andrà a finire?

Difficile dirlo. Il punto vero è che Conte appare sempre più appiattito sulle posizioni di Di Maio, e il valore aggiunto che doveva portare nella compagine governativa, fatto di capacità tecniche e di mediazione, risulta quasi inesistente. Conte appare sempre più come l’ombra del vice primo ministro che lo ha voluto a capo del governo… e a sua volta Di Maio, come sappiamo, non è uno statista gigante.

Il caso del sottosegretario leghista indagato per corruzione condizionerà il voto europeo?

Potrebbe. Se Salvini non superasse il 30%, per la Lega sarebbe una sconfitta. Con i sondaggi che fioccano una volta alla settimana, il paese è costantemente al voto, e oggi il voto per la Lega vuol dire 33% circa. Se questa promessa non è mantenuta, non importa che alle elezioni passate la Lega abbia preso il 17%, tutti pensano solo ai sondaggi. Il sondaggismo del resto è aizzato e strumentalizzato da Lega e M5s come una specie di clava che batte come un tamburo la testa degli italiani, facendo perdere loro la dimensione più ampia, quella della politica estera dove si fanno i conti più importanti. La situazione oggi appare così sempre più incartata. Il problema è che Salvini non può più aspettare: più attende e più rischia di perdere voti, per la gioia dei 5 Stelle, che meno si vota e meglio stanno perché hanno solo da perdere.

Quali sviluppi vede dal suo punto di osservazione?

C’è grande confusione sotto il cielo, la situazione è ottima, avrebbe detto Mao. Mao era un rivoluzionario, ora i partiti “rivoluzionari” Lega e M5s sono al potere ma la rivoluzione continua stanca più di ogni cosa, come nella storia hanno imparato i tanti ribelli che non hanno saputo governare. Nel breve periodo l’economia peggiorerà ulteriormente e dopo il voto di maggio ci potrebbe essere una crisi sui Btp tra luglio e agosto. Allora, senza appoggi internazionali nelle piazze che contano, la Lega ed M5s dovranno scegliere se governare una tempesta furibonda oppure andare al voto.

Si va verso un governo tecnico?

Non credo sia tempo di governi tecnici. Il governo di Ciampi ebbe successo perché c’era una maggioranza non parlamentare ma reale nel paese e fuori favorevole a una gestione fredda delle cose. Il governo Monti invece ha fallito perché ha cercato di fare politica. Oggi la situazione potrebbe essere economicamente peggiore che con Ciampi. Nel 1993 non c’era l’euro, non c’erano tensioni internazionali e molte scelte potevano essere relativamente autonome. Oggi c’è l’euro e le sue strettoie e soprattutto c’è una situazione internazionale molto complessa. Tutto richiede scelte politiche.

Di Maio e Salvini cosa sceglieranno?

Impossibile governare una nave in tempesta in due. O l’uno cede all’altro o si va al voto. Certo nell’Italia di oggi ogni tipo di inguacchio è possibile. Ma se ci sarà l’inguacchio il paese potrebbe soffrire come e più che in una guerra.

(Federico Ferraù)

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