DIARIO ARGENTINA/ Da Borges a Esopo la spiegazione dei guai che condannano il Paese

- Arturo Illia

L’Argentina si trova in una situazione difficile. Macri non ha risolto i problemi e Cristina Kirchner potrebbe tornare al potere

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Le proteste contro Macri (Lapresse)
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Il grande letterato argentino Jorge Luis Borges espresse la volontà di essere seppellito in Svizzera perché non si sentiva affatto figlio della sua terra, alla quale, nel corso della sua esistenza, espresse molte critiche. Se avesse potuto continuare a vivere, si sarebbe ricreduto totalmente visto che l’Argentina è un Paese che si inquadra integralmente nella metafisica, pilastro ineguagliabile della sua produzione letteraria.

La situazione del Paese ha difatti raggiunto dei limiti che vanno al di là della logica umana per assumere contorni assolutamente incredibili. Stiamo parlando di una nazione dove, a cadenza quasi fissa, vengono scoperte fonti energetiche e ricchezze che costituirebbero, se ben sfruttate, una risorsa in grado di trasformarlo nello Stato più potente del mondo e a reddito individuale più alto. Insomma, un Emirato arabo e non per nulla per l’ultima scoperta si parla, giustamente, di Patagonia Saudita: l’immensa e bellissima terra che occupa il sud argentino è stato calcolato che è la riserva di vento più grande del mondo, il cui sfruttamento a livello eolico permetterebbe una produzione energetica in grado di soddisfare la richiesta dell’intero continente latinoamericano. A ciò dobbiamo sommare il giacimento petrolifero di Vaca Muerta, scoperto pochi anni fa, uno dei maggiori al mondo, a cui si aggiunge quello di gas (il secondo del continente americano) sempre nello stesso luogo, per non parlare del nord argentino, dove, nella zona di confine con la Bolivia, giace circa il 70% del litio esistente al mondo. Al tutto aggiungiamo la produzione agroalimentare che permette di nutrire 470 milioni di persone e abbiamo il panorama di un Paradiso terrestre a cui manca solo un San Pietro come guardiano, anche se al soglio proprio della Sua Basilica c’è un argentino.

A questo punto entriamo nella metafisica citata all’inizio: l’Argentina è il Paese con la seconda inflazione più alta al mondo (dopo quella venezuelana), un livello di povertà considerevole e dove la popolazione attiva di soli 8 milioni di persone mantiene i restanti 32, creando uno Stato praticamente ingestibile. È ovvio che le ricchezze del sottosuolo bisogna andare a prenderle per sfruttarle creando lavoro e non solo, ma da soli 4 anni, dopo circa 50 passati a dilapidare patrimoni attraverso uno dei sistemi di corruzione più grandi della Terra, si stanno iniziando a costruire infrastrutture in grado di, successivamente, rendere possibile il rilancio dell’economia.

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Quando, nel 2015, l’ingegnere Mauricio Macri è stato eletto Presidente, dopo circa 13 anni di potere populista nelle mani di Nestor e Cristina Kirchner, sembrava essere l’inizio di qualcosa che è quasi sempre mancato nei 40 anni di democrazia argentina: una Repubblica con uno Stato di diritto. Di fatto il peronismo, figlio del fascismo italiano sopravvissuto ai tempi, è quasi sempre coinciso con un regime populista dove alla costruzione di un benessere raggiunto attraverso lo sviluppo economico della nazione si è sempre preferito un sistema mafioso permeato di corruzione che poi, col passare degli anni, lasciava il Paese in condizioni disastrose sia economiche che sociali: basti pensare al fatidico 2001, frutto di 13 anni di conduzione menemista oppure gli altrettanti di stampo kirchnerista già citati. Lo Stato ereditato dapprima dal radicale Fernando de la Rua nel 1999, poi da Macri nel 2015, versava con le casse semivuote e una Nazione da ricostruire.

I grandi errori di Macri sono stati in primo luogo una mancanza di comunicazione della disastrosa situazione ereditata, forse pensando che si potesse risolvere in breve tempo: si ricorda che, tra le promesse fatte nel suo discorso iniziale alle camere, figurava non solo una irraggiungibile “povertà zero”, ma anche la facilità con la quale sarebbe stata sconfitta l’inflazione, che negli anni del kirchnerismo, nonostante i dati falsi che da sempre venivano diffusi dall’Indec (l’Istat argentino), come pure quelli sulla povertà, puntualmente superavano il 45% annuo, con un tasso di povertà arrivato al 34% (dichiarando solo il 5%, a livelli della Germania…).

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Macri non ereditava solamente le casse dello Stato vuote, ma pure una Nazione senza infrastrutture importanti e, soprattutto, senza un’industria manifatturiera di rilievo. Per mettere le basi di uno sviluppo economico e costruire un Paese differente occorrono anni: basti pensare che, per rimanere nell’America Latina, nazioni come il Brasile (vera potenza economica del Continente), e il Cile, l’Ecuador e la Bolivia hanno raggiunto un benessere economico ragguardevole non usando la bacchetta magica, ma elaborando piani economici che, dapprima con sacrifici generali, hanno nel tempo permesso di invertire la rotta e, contemporaneamente, aumentare il tasso di benessere diminuendo la povertà in maniera notevole.

No: Macri e le sue politiche hanno di fatto cambiato tutto per poi alla fine non cambiare nulla. Aumenti delle tariffe energetiche fortissimi e non graduali (sebbene nei 13 anni kirchneristi lo Stato finanziava l’80% delle bollette nel Gran Buenos Aires), un livello di tassazione che non ha eguali al mondo, arricchito anche di un’assurda imposta alle esportazioni, hanno in pratica bloccato l’economia, messo in difficoltà l’industria locale ma anche l’agricoltura, con livelli d’imposta dell’80%. Il tutto per poter far funzionare uno Stato modello Babbo Natale, anche perché le cifre parlano di una Nazione che, nonostante le sue ricchezze, conta su di una forza lavoro (lo ripetiamo) di soli 8 milioni su 40. Il resto unisce un formidabile apparato statale (a livello di impiegati) a un gigantesco sistema di sovvenzioni del quale usufruiscono le classi meno abbienti. Quest’ultimo fatto ha, nel corso del tempo, mantenuto la povertà perché non collegato a un sistema atto a sconfiggerla, trasformandosi in un sistema di scambio sussidi-voto (come d’altronde succede anche nel nord del Brasile) che ha anche distrutto la cultura del lavoro.

Per scardinare tutto ciò Macri doveva ricorrere ad altre politiche, in modo di poter mettere in funzione l’economia ed espanderla: invece, mal consigliato sia dal suo Capo Gabinetto Marcos Peña che dal politologo ecuadoregno Duran Barba, ha in pratica solo accennato cambiamenti per poi alla fine produrre una situazione che ha, inspiegabilmente e per pure ragioni elettorali, mantenuto lo stato delle cose, complice anche un gradualismo che, con fattori economici internazionali, ha di fatto peggiorato la situazione, allontanando gli investimenti stranieri e mettendo lo Stato nella condizione di default anche a causa dei prestiti ingenti concessi all’Argentina dal Fondo monetario internazionale.

Questa situazione accade proprio nell’anno delle elezioni presidenziali, dove, per assurdo e metafisico, la candidata al momento più votata sarebbe l’ex Presidente Cristina Fernandez de Kirchner: sì, proprio colei che, al momento, è implicata in 11 cause processuali e ha 5 mandati di arresto preventivo a suo carico, salvata finora dall’immunità di cui gode come Senatrice. È la principale accusata negli scandali di corruzione che hanno investito i Governi suoi e di suo marito Nestor: ma a quanto pare l’Argentina preferisce un sistema corrotto e che alla fine la porterebbe in una situazione simile a quella del Venezuela attuale, alla possibilità di uscire una volta per tutte da un sistema che da oltre 50 anni provoca benesseri effimeri, per poi precipitarla in crisi profonde.

Macri a questo punto cerca di salvare il salvabile, elettoralmente parlando, e quindi non ha fatto di meglio che produrre una serie di provvedimenti che bloccano gli aumenti delle tariffe e impongono alle catene dei supermercati prezzi controllati per 40 generi di prima necessità. Inoltre, per frenare le proteste di un sindacalismo, anche lui implicato nel sistema di corruzione dei Governi precedenti, ha elargito alle casse mutualistiche (in Argentina sono gestite dai sindacati e costituiscono il tesoro delle organizzazioni) 13 miliardi di pesos di finanziamento (325 milioni di dollari).

Insomma, il futuro di questo Paese non potrà cambiare fino a quando non si libererà dalla deriva populista, incarnata dal peronismo, che da molti anni impedisce di poter sfruttare le sue immense ricchezze: il cammino purtroppo è ancora lungo, ma non potrà iniziare fino a quando le riforme non scardineranno il vecchio sistema che ha portato l’Argentina ai margini del mondo. Per capirlo molti dei suoi abitanti dovrebbero leggere la favola greca della cicala e della formica.

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