GUERRA IN LIBIA/ Italia spiazzata da Usa e Russia, ci restano gli Emirati

- int. Mauro Indelicato

Ieri c’è stato un vertice tra Conte e il leader di Tripoli al Serraj, che sembra non aver prodotto risultati. Ma senza parlare con gli Stati del Golfo, in Libia l’Italia è impotente

Libia, Conte e Serraj
Caos Libia, vertice Conte-Serraj (LaPresse, 2019)

Prima tappa ieri a Roma per Fayez al Serraj nell’ambito di una serie di incontri che lo porteranno a Berlino e poi a Parigi. Ovviamente Serraj ha chiesto al nostro presidente del Consiglio maggiori sforzi per sostenere il suo governo e soprattutto maggiori sforzi per convincere quei paesi europei che oggi, anche se non ufficialmente, preferiscono a lui Haftar. Da parte sua Conte ha promesso che incontrerà il generale di Tobruk al più presto. Mauro Indelicato, giornalista e inviato del Giornale, è esperto del dossier libico.

Quali risultati si possono intuire da questo vertice?

In sostanza la conferma dell’attuale strategia italiana, quella che per usare le parole del ministro degli Esteri Moavero viene definita “strategia di inclusione”, volta a dialogare con tutti. Non a caso Conte ha detto che vuol vedere anche Haftar. L’Italia pur continuando a riconoscere il governo di Serraj si colloca in una posizione di dialogo con tutte le parti in causa, sia a livello interno libico che internazionale.

Che cosa intende per livello internazionale?

Parliamo dei principali attori sullo scenario libico, in primo luogo il Qatar, il cui ministro degli Esteri è stato a Roma nei giorni scorsi, ma anche gli Emirati arabi che sostengono anche loro Haftar. In definitiva da questo incontro emerge la nostra volontà di proseguire questo cammino di inclusione con tutte le varie componenti libiche.

La posizione italiana è sicuramente la più corretta al momento, ma abbiamo la forza politica per sostenerla e arrivare a risultati concreti?

È una grande incognita. Abbiamo sperato nell’intervento americano. Fino a poche settimane fa ci sono stati colloqui fra Conte e Trump e lo stesso Trump ha riportato su Twitter la volontà americana di aiutarci in cambio di alcuni sacrifici diplomatici da parte nostra.

Quali?

In sostanza il riconoscimento di Guaidó come presidente del Venezuela. In realtà, concretamente gli Usa tengono una posizione defilata. Riconoscono anche loro Serraj, ma Trump ha riconosciuto ad Haftar un ruolo importante in funzione anti-terrorismo. Di fatto non c’è interesse da parte americana a sporcarsi le mani in Libia.

Quindi?

Visto che anche la Russia si tiene su posizioni defilate, mancando le due superpotenze per l’Italia diventa tutto difficile. Dialoghiamo con tutti ma al tempo stesso non abbiamo la capacità di dettare la nostra linea, proviamo ad ergerci come unico attore in grado di dialogare, cosa che però non produce risultati perché stentiamo ad avere influenza sugli attori.

Quale possibilità potremmo mettere in campo?

Una speranza potrebbe aprirsi se andiamo a parlare in modo diretto con le potenze del Golfo, in primo luogo gli Emirati Arabi, con cui abbiamo ottimi rapporti economici ma ancora non abbiamo sviluppato un discorso politico. Nei giorni scorsi Di Maio si è recato negli Emirati ma non è stato nella capitale Abu Dabi a incontrare i vertici politici, è stato a Dubai a discutere solo di economia. L’Italia potrebbe avere il ruolo che cerca nel momento in cui capisce l’importanza di dialogare politicamente con gli Stati del Golfo.

In conclusione?

L’Italia si trova spiazzata, non ha la forza tale per condurre un dialogo costruttivo e in questo momento la forza non c’è, ma potrebbe esserci se apriamo un fronte con i paesi arabi che sostengono Haftar.

(Paolo Vites)

© RIPRODUZIONE RISERVATA