GUERRA IN LIBIA/ “L’Italia deve rimanere a Misurata. E parlare con Putin”

- int. Paolo Quercia

In Libia Mosca sta tentando di replicare il modello siriano. I nostri militari? L’Italia non deve cedere al ricatto di Haftar

Guerra nucleare, Vladimir Putin
Il presidente russo Vladimir Putin (LaPresse)

Qualcuno vede l’appello di Conte a Putin sulla Libia come un segno di debolezza o di ritardo nel riposizionamento dell’Italia dopo l’avanzata di Haftar benedetta da Trump. Ma Paolo Quercia, analista di politica estera e direttore del Cenass, smonta tutti questi assunti, indotti da apparenze che andrebbero vagliate con molta più attenzione. Parliamo dei movimenti della Russia, di quelli degli Usa e della politica di potenza della Cina. Mosca “sta tentando di replicare il modello siriano e questo ci aiuta”, dice Quercia. Per quanto riguarda i militari a Misurata, l’Italia non deve cedere al ricatto di Haftar.

A Pechino Conte avrebbe chiesto a Putin di lavorare insieme a una soluzione della crisi libica. Come giudica questa iniziativa?

Bisognerebbe sapere cosa si sono detti. Ad ogni modo la Russia in questo momento sta giocando una partita piuttosto equilibrata in Libia e sarebbe importante rafforzare le posizioni italiane con quelle di altri attori del Consiglio di Sicurezza.

Che cosa intende per “partita più equilibrata”?

In parallelo all’offensiva di Haftar per prendere Tripoli, i russi hanno reso più sofisticata la loro posizione, passando dal supporto del solo Haftar ad una strategia più complessa che prevede il dialogo con tutti gli attori, sia interni che esterni. È evidente che stanno tentando di replicare il modello siriano. Una posizione che per noi, in questo momento, è piuttosto utile.

Cosa dovrebbe fare l’Italia dopo il monito arrivato venerdì dalle file di Haftar perché ritiriamo i soldati da Misurata?

Certamente non cedere a un ricatto. Per questo si mandano militari all’estero e non civili in teatri di crisi. Perché devono tenere la posizione anche quando si deteriora la situazione di sicurezza. Aggiungerei che il ruolo dell’ospedale italiano resta quello iniziale, ossia un ruolo umanitario. È la situazione libica che invece è degenerata, e questo non è affatto per colpa italiana.

L’ormai famosa telefonata di Trump ad Haftar e la richiesta di Conte a Putin provano che Usa e Russia sono di nuovo i player del teatro libico, come di quello siriano?

La questione di questa telefonata è veramente paradossale. Pur non sapendo cosa si sono detti, il solo fatto che essa ci sia stata dopo solo pochi giorni che il Segretario di Stato Usa Pompeo aveva condannato l’avanzata di Haftar su Tripoli, è davvero sconcertante. E conferma che una chiave del conflitto libico non esiste. Questo conflitto è in realtà è una scatola di tanti piccoli conflitti particolari. Nessun attore appare avere un disegno per la Libia né i mezzi per realizzarlo. Haftar ci ha provato, ma sembra che la sua offensiva si sia arenata ai sobborghi di Tripoli.

È vero che l’Italia sarebbe sotto scacco perché la firma del memorandum con la Cina le avrebbe alienato il supporto americano?

Onestamente non vedo tante connessioni tra la guerra in Libia e la collaborazione dell’Italia con la Cina di carattere industriale o infrastrutturale. Ve ne sono di più con la crisi di identità della Nato. Il disastro libico è un prodotto dei tre più importanti Paesi Nato: Usa, Francia e Regno Unito. Il caos  a cui assistiamo in questi giorni è il risultato della fine della coesione dell’Occidente. E della nullità europea in termini di politica estera e di sicurezza comune, ovviamente.

Siamo partiti da Russia e Stati Uniti e siamo arrivati alla Francia. Dove la mettiamo?

Tra i principali responsabili della crisi.

Nell’aprile scorso, quando si raggiunse il massimo della tensione tra Trump e Assad, nel Mediterraneo c’erano anche navi cinesi. Qual è la politica della Cina?

La Cina, in maniera meno evidente della Russia, non fa altro che cercare di sfruttare i vuoti che si creano negli spazi di sovranità abbandonata. O perché vecchie potenze, come gli Usa, si ritirano da alcune aree, o perché gli Stati autoritari costruiti con la decolonizzazione implodono erosi dalle contraddizioni interne sfruttate ad arte dall’esterno. Il Mediterraneo è pieno di queste situazioni. Ma politicamente non è vero che l’Italia ha sbagliato tutto. Se proprio vogliamo trovare delle colpe nostre dobbiamo risalire alle cause più profonde della nostra irrilevanza internazionale anche in uno scenario di “casa” come quello Mediterraneo.

Dunque questa irrilevanza come si spiega?

Le sue cause sono in buona parte conseguenza dell’aver perseguito a lungo una politica estera post-sovrana e priva di una visione dell’interesse nazionale proprio negli anni in cui gli Stati stavano tornando rumorosamente a riprendersi il ruolo che la globalizzazione ed il multilateralismo apparentemente gli avevano sottratto. La Cina e la Russia non si sono fatte confondere dalla suggestive teorie della fine della storia e del mondo piatto, ed hanno atteso, preparandosi, al loro ritorno sulla scena della storia. Ritorno che sta avvenendo in questi anni, in questi giorni. E di cui la Libia rappresenta una piccola pedina. 

Se la sente di azzardare una previsione su quel che potrebbe avvenire nel breve e nel medio periodo?

Clausewitz, nel suo Della Guerra, sostiene che prevedere l’esito di un conflitto è un’operazione pressoché impossibile, e che per poterlo fare in maniera logica si dovrebbe mettere assieme una marea enorme di elementi molteplici, multiformi e complessamente intrecciati tra loro. Napoleone sosteneva che il calcolo di tutte le variabili di un conflitto darebbe origine a un problema algebrico che farebbe spaventare persino Newton…

Allora ci dica che cosa dovrebbe o non dovrebbe fare il governo.

Non mollare il dossier libico, non abbassare la guardia e garantire che qualunque evoluzione sul campo si stia preparando, l’Italia deve esservi presente per influenzarne gli esiti nel modo maggiormente favorevole ai nostri interessi nazionali. La geografia ci condanna ad una presenza attiva qualunque scenario si configurerà.

(Federico Ferraù)   

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