SPILLO/ L’emergenza climatica, a uso mediatico, della Gran Bretagna

- Patrizia Feletig

Il Parlamento inglese ha approvato l’altro giorno una mozione di Jeremy Corbin con cui si riconosce un’emergenza climatica nel Paese

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Jeremy Corbyn (Lapresse)

Verrebbe da chiedersi maliziosamente se non è una trovata per distrarre l’opinione pubblica britannica dal rompicapo della Brexit. Il primo maggio il Parlamento inglese ha approvato la mozione presentata dal leader labourista Jeremy Corbyn con la quale si riconosce che la nazione si trova in uno stato di emergenza climatica. La mossa di Westminster è una prima assoluta al mondo. Una dichiarazione altamente mediatica, a elevato tasso di sensazionalismo che ha fatto il giro delle redazioni mondiali in un lampo. Ma che cosa significhi realmente e quale impatto avrà sulle politiche dell’esecutivo britannico è tutt’altro discorso.

Intanto il ministro per l’Ambiente Micheal Grove ha preso atto, ma ha disatteso la richiesta del partito Labour di riconoscere ufficialmente l’emergenza climatica. Nessun impegno pubblico quindi da parte del governo e non è cosa da poco, visto che quasi nelle stesse ore l’esecutivo guidato dalla May ha dato il via libera alla terza – e molto contestata – pista di atterraggio dell’aeroporto di Heathrow, da tempo osteggiata dagli ambientalisti.

Il dibattito dei parlamentari inglesi arriva sull’onda delle proteste inscenate da settimane in varie città dell’Inghilterra dagli attivisti del gruppo Extinction Rebellion. In una escalation di manifestazioni nel mese di aprile per finire lo scorso fine settimana a Londra dove diverse migliaia di partecipanti hanno bloccato il traffico, ponti e mezzi pubblici tra cui anche linee ferroviarie (chissà perché visto che il treno è tra i mezzi di trasposto più ecologici), inscenando gesti spettacolari tipo incollarsi a edifici (non sapendo forse che la colla è prodotta con derivati del famigerato petrolio?), ha portato al fermo di mille persone.

Questa disobbedienza civile è figlia anche del tasso di ansietà provocato dall’ultimo documentario di David Attenborough che mette in relazione drammatiche storie personali con gli effetti del cambiamento climatico. Altro che numeri e grafici: un pugno nello stomaco. Poi è venuta Greta Thunberg a galvanizzare gli studenti con l’azzeccato slogan “non abbiamo più tempo”. Finalmente così si è sbloccato qualcosa nell’opinione pubblica che per anni ha digerito quasi apaticamente, dibattiti, articoli, conferenze, e che neppure la mobilitazione di testimoni d’eccezione come Leonardo di Caprio, era riuscita a risvegliare più di tanto.

Secondo una fresca indagine di Greenpeace UK, due terzi della popolazione riconosce che è in corso un’emergenza climatica e il 76% dichiara di essere pronto a votare un partito politico diverso per proteggere il pianeta. Non è quindi casuale che sia proprio il leader dell’opposizione a cavalcare il tema in modo sospettosamente disinvolto rispetto alle precedenti (tiepide) posizioni dei labouristi in materia. Ma Corbyn non si ferma alle dichiarazioni d’intento generiche. Aver consapevolezza dello stato di emergenza climatica, precisa Corbyn, non è il punto finale, ma il trampolino per il passaggio successivo: mettere in moto la rivoluzione industriale verde, il Green New Deal. In pratica Corbyn ha plagiato Alexandria Ocasio-Cortez, la stella emergente dei democratici americani che da tempo ha coniato questa fortunata espressione per sostenere che la prossima rivoluzione industriale verde invece di concentrare il capitale in mano a pochi distribuirà benefici a tutti.

In sostanza si tratta di un posizionamento da angurie: “verdi” fuori e “rossi” dentro. Corbyn lancia una sfida al governo che deve presentarsi entro 6 mesi con delle proposte concrete per sviluppare un’economia sostenibile. Non sta pensando alle semplificazioni dei buoni proposti di cittadini ambientalmente etici: ridurre i voli aerei, mangiare meno carne o indossare un maglione per abbassare il termostato di casa a 19 gradi; no, Corbyn vuole – legittimamente – grandi trasformazioni in poco tempo. Uno per tutti: via il carbone. Non nel 2025 in maniera graduale come ha promesso 4 anni fa il governo di Sua Maestà, conscio delle difficoltà di riconvertire un’industria che occupa 3mila lavoratori anche se sempre più marginale visto che la produzione elettrica da coke è passata da 40% a 5%. Per quanto difficile e dolorosa (soprattutto alcune aree geografiche), la transizione sta procedendo, anche se troppo lentamente rispetto al ticchettio delle lancette ambientali.

Due numeri per capire. Lo scorso mese, per esattamente 90 ore e 45 minuti, tutta la nazione inglese è stata alimentata senza carbone: con gas per il 42% della generazione elettrica, con nucleare per il 23% e il resto da impianti eolici, biomasse e fotovoltaici. Altro dato. L’Earth Overshoot è convenzionalmente il giorno in cui si calcola che l’umanità abbia consumato tutte le risorse prodotte dal pianeta nell’intero anno. L’anno scorso fu il 1 agosto, 49 anni fa cadeva il 21 dicembre. Quest’anno? Lo si saprà il 5 giugno. Ma potete stare certi che avverrà prima di agosto.

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