EURIPIDE/ Le inquietanti “Baccanti” di Siracusa

- Giuseppe Pennisi

Sempre nell’ambito del centenario della ripresa degli spettacoli al teatro greco di Siracusa, è stato presentato anche le Baccanti di Euripide

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Foto Maria Pia Ballarino

Su questa testata ho stroncato la regia di Carlus Padrissa (e l’allestimento curato dalla squadra de La Fura dels Bauls) in occasione della nuova produzione de La forza del destino di Verdi presentata al recente Maggio Musicale Fiorentino. Il suo allestimento di Baccanti d’Euripide in scena (ancora per poche sere dopo circa due mesi di successi) al Teatro Greco di Siracusa mi induce, invece, a lodarlo. Ha trovato la misura giusta nel mettere in scena la più inquietante e più complessa tragedia dell’ultimo Euripide. La produzione non inonda lo spettatore di proiezioni ma utilizza movimenti fisici, con cori che invadono tutto il teatro e cantano e recitano anche sospesi nell’aria per raggiungere un equilibrio – come dice acutamente Guido Paduano (autore della traduzione del testo – tra “messaggio religioso” e “conflitto drammatico”. Il “messaggio religioso” è rito, in gran misura statico, mentre il “conflitto drammatico” è inerentemente dinamico. Queste due componenti vengono fuse da Euripide in una tragedia inquietante ed avvincente.

La trama riguarda l’ostilità del giovane ed arrogante Penteo Re di Tebe a riconoscere la divinità di Dioniso, figlio di Giove e Semele. E la conseguente punizione dopo un lungo dialogo tra il Dio ed il Re; quando quest’ultimo accetta la divinità del Dio non solo è costretto ad attraversare la città vestito da donna ma viene trucidato delle “baccanti” seguaci di Dioniso, tra cui c’è anche la propria madre Agave. Euripide, considerato tra i più “secolarizzati” tra i tragici dell’antica Grecia, lancia, in questo lavoro che è uno dei suoi ultimi, un messaggio religioso, inquietante e pieno di pietas per gli umani: come indicato dal racconto della morte di Penteo, e soprattutto dall’ultima scena della riflessione sugli eventi appena trascorsi tra Agave e Cadmo, nonno di Penteo.

Secondo la tradizione Dioniso è un Dio bisessuale. Come in un film di Igmar Bergman tratto dalla tragedia, è interpretato da una donna, Lucia Lavia, che sa essere al tempo stesso aggraziata e seduttiva e spietata ed aggressiva. Lo si vede soprattutto nel lungo confronto – scontro con Penteo (Ivan Graziano) che costituisce il punto centrale della tragedia, un lungo dialogo in cui poco a poco Penteo perde la propria arroganza e la propria forza sedotto da Dioniso.

Ci sono altri momenti in cui primeggiano i singoli personaggi: del finale tra Cadmo (Stefano Santospago) e Agave (Linda Gennari). Molto importanti i “messaggeri” (Spyros Chamilos, Francesca Piccolo, Antonio Bandiera) che, come spesso nella tragedia greca, hanno la funzione di narratori (nel caso specifico di quanto avviene sui monti diventati ormai dominio delle baccanti al seguito di Dioniso).

Come dice il titolo, si tratta di una tragedia corale, in cui il fulcro del messaggio religioso e del conflitto drammatico è nel dialogo tra Dioniso e Penteo, ma il resto dell’azione è affidato a vari cori, sia di baccanti (uno dei cori di baccanti è sospeso) sia di cittadini tebani. Padrissa e la sua squadra costruiscono uno spettacolo grandioso tale da appassionare anche coloro meno interessati agli aspetti filosofico – religiosi. Molto interessanti le musiche (composte dallo stesso Padrissa); fortemente timbriche, e con grande impiego di strumenti a percussione, ricordano stilemi uralici più che dell’Asia minore.

 

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